Contro il nichilismo

terra

Non basta godersi la bellezza di un giardino, senza dover credere che ci siano le fate in un angolo?
(DNA, Douglas Noel Adams)

Da quando ha cominciato a porsi domande su di sé e sul mondo che lo circonda, a formulare ipotesi e risposte, l’uomo si è sentito sempre centralissimo nella spiegazione della realtà: tutto quanto è stato studiato e catalogato secondo gli schemi che gli risultavano più intuitivi, naturali. Per Aristotele le categorie con cui l’uomo catalogava il mondo erano proprie del mondo stesso, eterne e immutabili, universali e l’uomo si limitava a muoversi all’interno di esse. Basandosi sull’interpretazione “cattolica” di Aristotele (banalizzo un po’, scusatemi) l’essere umano (soprattutto quello europeo) si proclamò culmine del creato e questo si riflesse su tutte le costruzioni teoriche che lui stesso mise in piedi: pose sé stesso come vetta ultima della vita naturale, unico tra gli animali ad essere dotato di ragione, e si collocò al centro dell’universo, padrone unico di filosofia, scienza ed etica.

Poi qualcuno cominciò a scardinare questa convinzione, questo modo di pensare, e consegnò ai suoi simili nuove e potentissime chiavi di lettura della realtà, mostrando quanto poco “centrale e necessario” fosse il nostro ruolo nell’Universo. E il tutto avvenne con estrema rapidità: come una diga che a partire da una piccola frattura inizi a perdere acqua e finisca con lo sfracellarsi in pochi secondi. Confrontata con il tempo in cui la diga aveva retto il peso del liquido che la sovrastava, la sua ceduta è sempre questione di attimi, e sorprende tutti. Allo stesso modo, dopo i millenni passati a considerarsi il centro di tutto, il processo di discesa dell’uomo dal suo piedistallo è durato poco, pochissimo, e ha preso alla sprovvista tutte le culture che avevano contribuito ad innalzarlo, nessuna esclusa. Nessuna cultura era pronta per accogliere a braccia aperte il cedimento di questa diga, la diga del “siamo gli esseri più importanti dell’universo”.

Non solo Copernico ci mostrò che il nostro pianeta non si trova affatto al centro delYouAreHereMilkyWayGa cosmo, ma oggi sappiamo che non lo è nemmeno il nostro Sole (una stella di dimensioni medio-piccole, per giunta), e men che mai lo è la nostra galassia: ci troviamo sospesi in un punto casuale dell’universo, senza alcuna caratteristica che lo renda speciale, in un modo o nell’altro.
Qualcuno poi ricorderà che le categorie che Aristotele aveva collocato fuori di noi, universalizzandole, Kant le spostò all’interno della nostra mente (proprio questa fu la sua rivoluzione copernicana, dopotutto): i nostri giudizi sul mondo, ci dice Kant, sono basati sul modo particolarissimo in cui lo percepiamo e quindi risulta evidente che non possiedano alcunché di universale, ma sono limitati alla nostra specie. Un essere che percepisse il mondo in maniera diversa, arriverebbe a giudizi diversi.
Poi arrivò Darwin a svelarci che non solo la nostra specie non è l’inevitabile conclusione di un glorioso processo di ascesa, ma che è semplicemente il risultato casuale di milioni di anni di selezione naturale mischiati a contingenze climatiche e geologiche.

E’ precisamente così, esatto: avremmo potuto benissimo non esserci, e all’universo non sarebbe cambiato nulla.

Niente.

Più le nostre conoscenze si sono fatte scientifiche, organiche, e più capiamo che fino a ieri non avevamo capito un cazzo: è proprio a questa presa di coscienza che i testi accademici fanno riferimento con la parola “antropocentrismo” (o con l’espressione “proiezione antropocentrica”), ma solo perché i libri accademici non sono soliti contenere parolacce. Per far capire bene quello che stanno intendendo, dovrebbero limitarsi a dire “…questo significa che non avevamo capito un cazzo”. That’s all.

Poi è stata la volta di Einstein, venuto a dirci che il tempo e il suo scorrere non sono assoluti, ma relativi. In altre parole lo scorrere del tempo dipende dalla velocità di chi osserva, e che quindi due eventi possono risultare simultanei per un osservatore e non simultanei per un altro in moto rispetto al primo: e quindi? che significa? Significa che se non si può più distinguere in maniera univoca cosa avviene “prima” e cosa avviene “dopo”, come facciamo ad essere sicuri che un fenomeno sia “causa” e un altro fenomeno sia “effetto”? Crolla il concetto di causalità assoluta.
E infine Planck e l’interpretazione di Copenaghen, che ci spiazzano definitivamente mostrando che la natura stessa del mondo atomico risponde in maniera diversa a seconda di come lo studiamo: se architettiamo un esperimento per mostrare la natura corpuscolare degli atomi, scopriamo che si comportano come corpuscoli… e, simmetricamente, se ci ingegniamo per mostrare la loro natura ondulatoria ci sorprendiamo a scoprire che essi si comportano anche come onde (è proprio questo il famoso dualismo onda-particella). Quindi non c’è proprio più niente di oggettivo, nemmeno il mondo esterno a noi: a seconda di come lo studiamo* il mondo dipende sempre dall’osservatore.

Non c’è via di fuga dal relativismo: pare che la Verità (quella con la V maiuscola) non possa esistere. Almeno non quella che avevamo tanto a cuore, quella assoluta.

Ora, e arriviamo finalmente al vero motivo di questo articolo, vediamo cos’è successo DOPO questo risveglio (che dire “brusco” è dire poco): in meno di 4 secoli, con le nostre stesse mani, ci siamo decentrati oltre ogni immaginazione, sotto una pioggia battente di evidenze epistemologiche e scientifiche. E dopo tutta questa pioggia di evidenze sono nate come funghi intere generazioni di disperati, di arresi, di insoddisfatti, di perdenti, di sconfitti… in una parola, è nato il nichilismo.

Ci sono poche prese di posizioni concettuali che mi fanno più tenerezza del nichilismo: credo che esso non sia altro che la versione adulta (ma non per questo meno capricciosa) della delusione che provavamo da bambini quando scartando il regalo di natale scoprivamo che non era affatto quello che avevamo chiesto.
Esattamente nello stesso modo il nichilismo si è fatto strada tra gli adulti (soprattutto tra le persone di cultura), incapaci di vedere che non c’è bisogno di aggiungere “altro” alla consapevolezza di essere l’unica specie dell’universo conosciuto in grado di indagare, per quanto in maniera grossolana e semplificata, la meccanica e il funzionamento dell’universo stesso e di ciò che esso contiene: dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, oggi abbiamo un’idea FUNZIONANTE di come stiano messe davvero le cose e di come si muovano gli ingranaggi del tempo. Un’idea fatta di numeri, di formule matematiche, di leggi fisiche, che però hanno il pregio di permetterci di formulare vere previsioni sul futuro.
Oggi, tanto per fare un esempio, sappiamo con una certa precisione quando avverrà l’apocalisse, ma le nostre conoscenze non hanno più niente a che vedere con San Giovanni evangelista. L’astrofisica ha preso il posto di Nostradamus e ci informa, dati alla mano, che l’apocalisse sarà fra circa 5 miliardi di anni, quando la nostra stella esaurirà le sue riserve di elementi necessari per la fusione nucleare che la tengono accesa e che la fanno brillare nell’oscurità del vuoto cosmico. Oggi sappiamo che il nostro rassicurante sole diventerà immensamente più grande (e immensamente meno rassicurante) e divorerà tutto, fino a tornare piccolo e insignificante: un sole freddo e spento, un sole morto. E, come se non bastasse ad essere abbastanza decentrati, l’astrofisica ci dice anche che la nostra non sarà altro che una della moltitudine galattica di apocalissi che quotidianamente fanno brillare l’universo e le sue galassie.

Niente paradiso, quindi. E niente vita oltre la morte.

Delusi? Bene, è ora di crescere e di smettere di credere alle favole.
Per quanto mi riguarda, invece, questo assoluto senza di marginalità e di insignificanza mi permette di valutare ciò che mi circonda nella giusta prospettiva: il solo fatto di essere qui, oggi, ci dice che siamo qualcosa di così storicamente improbabile, che il nostro ritenerci straordinari, per quanto ingiustificato, non deve stupire troppo.
Un po’ come si riterrebbe straordinario che lanciando 50 monete contemporaneamente ottenessimo croce per tutte e 50: è evidente come questa realizzazione non sia fisicamente impossibile, ma solo statisticamente improbabile**. E ora bisogna tenere presente che la nostra presenza sulla terra, come specie homo sapiens, è di gran lunga più improbabile del lancio contemporaneo di 50 misere monete: nessun essere dotato di ragione avrebbe scommesso alcunché sulla comparsa della vita (e men che mai della vita intelligente) su questo pianeta, che alla sua nascita era coperto di lava e roccia fusa. Un numero inimmaginabile di accidenti, in primis cosmologici, e poi geologici, chimici e infine biologici hanno dovuto verificarsi affinché Decartes potesse affermare un giorno che “Penso dunque sono”.

Eppure eccoci qui, a non capire un cazzo: invece di meravigliarci, con rinnovato spirito greco, di fronte a tanta improbabilità concretizzata, ci limitiamo a scuotere la testa, delusi dall’aver scoperto che l’universo non si prenda affatto cura di noi, e che non faccia di noi il suo fiore all’occhiello.
Ora sappiamo che l’universo non è come ce lo aspettavamo e che non c’è alcuna possibilità di vita dopo la morte. Inoltre possediamo la certezza che oggi l’unico pianeta in grado di ospitarci è questo, il nostro. E non perché non ce ne siano altri simili (la missione Kepler del NASA ne ha già trovati alcuni!), ma solo perché, al momento, non disponiamo ancora dei mezzi adatti per trasferirci su di essi.

Come diceva Carl Sagan: “Possiamo visitarli? Sì. Possiamo trasferirci? Ancora no”.

Quindi, avendo un solo pianeta sul quale vivere, lo dobbiamo tenere da conto. E non per il suo interesse, lui è un pianeta: è un grosso sasso che da circa 4,5 miliardi di anni gira su se stesso ed intorno ad una stella. Al nostro piccolo pianeta verde-azzurro, di noi, interessa veramente poco: la geologia ci insegna che la Terra attraversa periodicamente ere glaciali, con le calotte polari che arrivano a gelare tutto fino ai tropici, congelando qualunque cosa sul loro tragitto e passando sopra tutta la meravigliosa biodiversità che era riuscita a nascere nei precedenti millenni di clima più favorevole. E questo continuerà, fino alla morte del sole. Periodicamente verrà spazzato via tutto, o quasi.
La terra, fatemelo ripetere un’ultima volta, non si cura affatto di noi: la terra, semplicemente, ci ha prodotto. E ci si scrollerà di dosso senza tanti pensieri, alla prossima glaciazione (o molto prima, nel caso di un meteorite come quello che, forse, ha fatto estinguere i dinosauri).

Qual è la conclusione di tutto questo? La conclusione è che non dobbiamo prenderci cura del pianeta per il bene del pianeta, ma dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta per il nostro stesso bene, perché abbiamo capito che non c’è nessun altro che possa prendersi cura di noi da fuori, dall’alto. Siamo noi, dal basso, che dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro, finendo un giorno col riuscire ad inglobare nella nostra opera tutto quel gigantesco sasso verde-azzurro che ci ospita, e che chiamiamo Terra.

Non guasterà, a questo punto, far presente che quasi tutti gli astronauti, dopo aver osservato la terra da fuori, piccola e sospesa nel vuoto cosmico, abbiano provato circa la stessa sensazione, con la quale hanno percepito la fragilità e al tempo stesso la bellezza del pianeta, inteso come un tutto:

Quando finalmente raggiungi la luna e ti volti indietro a guardare la Terra, tutte quelle differenze e quei caratteri nazionalistici iniziano a mischiarsi, a confondersi, e ti senti pervaso dalla sensazione che forse quello è veramente un unico mondo e ti chiedi come diavolo sia possibile che ancora non abbiamo imparato a viverci tutti insieme onestamente.
– Frank Borman

Abbiamo imparato molto sulla Luna, ma ciò che abbiamo imparato veramente è stato a proposito della Terra. Il semplice fatto che da quella distanza tu possa alzare il pollice e nascondere tutta la Terra dietro ad esso. Qualsiasi cosa che tu abbia mai conosciuto, tutti i tuoi affetti, i tuoi impegni, i problemi che affliggono la Terra stessa: tutto dietro al tuo pollice. E al tempo stesso percepisci quanto insignificanti tutti noi siamo realmente, e di conseguenza realizzi quanto siamo fortunati di possedere questo corpo e di essere capaci di godere d’amore qui, tra le bellezze della Terra.
– Jim Lovell

Più ci allontanavamo e più le dimensioni della Terra diminuivano. Alla fine raggiunsero le dimsioni di una biglia, la più bella che si possa immaginare. Quella sfera bella, calda e viva sembrava così fragile, così delicata, che se qualcuno l’avesse toccata con un dito l’avrebbe distrutta. Una vista del genere non può non cambiare un uomo.
– James B. Irwin

Improvvisamente, da dietro la Luna, in lunghi momenti di immensa maestosità, quasi al rallentatore, emerse una gemma luminosa di colore blu e bianco, una leggera sfera del colore del cielo, velata di bianco, che si alzava poco a poco come una piccola perla sospesa su un mare nero di mistero. Impiegai più di un momento per realizzare appieno che quella era la Terra… era casa.
– Edgar Mitchell

E tutto questo esalta la figura dell’uomo, più che condannarla, con buona pace dei nostri amici imbronciati, i Nichilisti.

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Note:

*Sempre in chiave scientifica, chiaramente: è il metodo sperimentale che ha strappato la conoscenza dalle grinfie del misticismo.
**Per la precisione, la probabilità che quel lancio straordinario avvenga è di 0.5 elevato alla 50, cioè un numero molto vicino a zero, ma ben lontano da essere esattamente zero, cioè impossibile. In ogni caso, per avere un’idea dell’improbabilità che questo lancio avvenga, basta considerare che se facessimo un tentativo al secondo dovremmo aspettare circa la vita dell’universo (13,7 miliardi di anni) per osservare qualche successo.

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Alice nel Paese delle Meraviglie: molto più che un cartone, un cartoncino

alice

Ormai è passata più di mezz’ora da quando abbiamo iniziato a deglutire la saliva amara, succhiando il nostro particolare francobollo colorato. Finalmente avverto una piacevole sensazione di calore che mi pervade e mi abbandono su una sedia fermandomi un attimo a guardare cosa succede intorno a me: sono in compagnia della mia insostituibile sorellina e di G. e siamo appena usciti dal Tate Modern di Londra, a causa di un non ben definito bisogno di aria. Loro due sono entrati nel bar alle mie spalle, e io mi sono seduto sulle sedie esterne, al freddo. Ha anche smesso di piovere, e tutto è stranamente quieto.

Dopo un po’ chiudo gli occhi per rilassarmi e succede incredibilmente che continuo a percepire, nitide, le immagini che normalmente avrebbero dovuto essere sostituite da un omogeneo colore nero, il colore che si vede abitualmente ad occhi chiusi. Apro nuovamente gli occhi e non avverto la tipica sensazione di passare dal buio alla luce, perché anche un attimo prima per la mia mente era come se stessi guardando qualcosa. Quindi non un netto stacco, ma una sorta di passaggio sfumato, due modi diversi di poter percepire immagini visive: uno ad occhi aperti, più concreto, più normale, e uno ad occhi chiusi, più etereo, più strano. Dico strano perché mentre ad occhi aperti la sensazione è ancora quella di percepire un mondo normale, ad occhi chiusi si avverte immediatamente la libertà creativa del proprio cervello, che inizia a formare tutto un intrico di forme e colori a partire dall’ultima immagine osservata ad occhi aperti: linee colorate che si rincorrono ed incastrano, motivi geometrici che mutano caleidoscopicamente in un continuo divenire di nuove forme e colori, e tutto accompagnato da una sorta di ritmo di fondo, una specie di profondo battito pulsante. Evidentemente la parola “realtà” comincia a farsi incerta, inafferrabile, dato che si avverte in maniera chiara e distinta che è solo il nostro sistema percettivo che ci informa di come sia fatto il mondo esterno, di come ci appaia. Quindi ora che abbiamo tutte le percezioni distorte risulta distorta anche la realtà: quella realtà con cui abbiamo convissuto per tutta la vita, di punto in bianco viene sostituita da un’altra realtà, che a partire dagli stessi input viene manipolata arbitrariamente dal proprio cervello per formare qualcosa di assolutamente unico e irripetibile, sorprendentemente nuovo ed eccitante.
Riapro gli occhi e cerco di alzarmi: devo dire a mia sorella e a G. di chiudere le palpebre per verificare se anche a loro succede quello che sta succedendo a me, ma faccio appena in tempo ad alzarmi dalla sedia che mi sale un repentino conato di vomito e mi ritrovo piegato a espellere bile, con mia sorella che mi chiede “Come stai? Tutto bene?”  Ho appena vomitato, eppure sto benissimo, sono sfasato e felice “Guarda quel palazzo a vetri, è assurdo”, e glielo indico, vomitando di nuovo.
Quando mi rialzo, pochi secondi dopo, mi basta uno sguardo rapido per capire che ormai il viaggio è iniziato: sono nel Paese di Alice e non mi resta altro da fare se non godere delle sue Meraviglie, accompagnato dai miei due preziosissimi compagni di viaggio.

Essendo noi umani creature fondamentalmente visive*, chiaramente la distorsione avvertita con maggiore intensità è proprio quella visiva: qualsiasi cosa intorno a noi possiede una vita propria, una fondamentale concretezza che mai avevamo notato. Esempio emblematico sono i vetri, gli specchi e le pozzanghere: i loro allucinanti riflessi sembrano possedere una propria esistenza indipendente dal fatto di essere “solo” un riflesso di qualcosa di reale. Anche i semplici riflessi appaiono tangibili, reali, dotati di sostanza: verrebbe voglia di dire che non sono affatto dei semplici riflessi, ma che sono delle cose vere, che esistono.

D’un tratto ecco presentarsi un’altra sensazione che pervade me e mia sorella, ma non G.: si tratta di una sensazione di gioia, di calore, di felicità, focalizzata sulla parte meno nobile del nostro corpo, e cioè il buco del culo. Lo si avverte felice, appagato di essere l’orifizio finale di tutto. Una specie di gioia legata al solo fatto di possedere un ano in grado di dilatarsi e di defecare al momento giusto. Tutto ciò ha poco a che fare con la fase anale di freudiana memoria, è più una sorta di inspiegabile felicità che scaturisce dai muscoli dell’ano, di genuina gioia anale… e la causa è solo ed esclusivamente la merda. Sulla questione ci abbiamo riflettuto in due, sia durante che dopo il viaggio, e il miglior modo di descriverla che abbiamo trovato è: “felicità di merda” (e tutto ciò coincide anche con il primo utilizzo interamente positivo della specificazione “di merda” di cui io abbia mai avuto esperienza, anche indiretta).

Una volta capito che è proprio questa la sensazione che entrambi stiamo provando decidiamo all’unanimità di tornare verso casa, ma per farlo abbiamo bisogno di sapere come tornarci e quindi chiediamo indicazioni. È il nostro primo contatto con le altre persone, le persone normali, e si rivela più incredibile di quello che ci aspettassimo: ogni singola persona appare mostruosamente pittoresca, al contempo grottesca e comica, troppo assurda per essere vera… eppure eccoli tutti lì, vivi e veri, davanti ai nostri occhi: il loro modo di camminare, di parlare, di vestire, di ridere, di guardare l’orologio… ogni cosa che fanno la fanno in maniera atipica, quasi forzata, come se seguissero un copione assurdamente complicato scritto da un autore di spicco del frangente più estremista del teatro d’avanguardia. Non hanno senso. Nessuno di loro ha senso.

Eppure non sono loro: siamo noi.

E lo sappiamo benissimo, è questo il punto: per tutta la durata del viaggio continuiamo a sapere di essere nello stesso mondo di sempre, reso diverso solamente dalla deformazione indotta dei nostri canali percettivi… eppure è tutto talmente reale, talmente assurdo e al contempo convincente che si finisce per rimanere per ore in uno stato di passiva contemplazione di tutto, del mondo intero. A tratti ci sono anche dei momenti di completa lucidità, in cui tutto sembra essere tornato normale, e quindi ci si ritrova in silenzio, ad osservare con l’occhio attento delle prede tutto quello che ci circonda, illusi di aver ritrovato un barlume di controllo. Poi, in un attimo, le pareti cominciano a non sembrare più proprio normali, e anche il pavimento inizia nuovamente a formare sotto i nostri occhi strane forme geometriche che vanno e vengono… “È tutto un po’ strano”, dice G., racchiudendo in così poche parole l’essenza della sensazione che si prova per tutta la durata del viaggio: il mondo a tratti sembra quello di sempre, eppure no… c’è sempre qualcosa che non va, qualcosa di ineffabile, di misterioso, che rende l’intera propria vita percettiva (e quindi mentale) piacevolmente aliena e inusuale. Come cazzo fa un muro ad essere inusuale? Provare per credere.

Durante il viaggio in metro continuiamo ad osservare tutta una florida fauna al limite del mitologico: individui troppo onirici per essere veri, eppure ben saldi di fronte ai nostri occhi stupiti. Ho motivo di credere che la sensazione sia affine a quella di un naturalista che sbarcasse per la prima volta in un mondo nuovo, popolato da creature mai viste prima: sì, Darwin deve aver avuto la stessa identica sensazione quando sbarcò per la prima volta alle Galapagos! Ad un certo punto la metro attraversa un tratto allo scoperto e in quel momento esce il sole, un bel sole caldo, che fa risaltare tutti i colori che ci circondano: in particolare notiamo la vividezza dei colori brillanti e mia sorella diventa improvvisamente felice (di una felicità genuina, a 360 gradi) a causa della “verdezza” del colore verde di uno dei tubi che le persone utilizzano per tenersi saldi. È di un verde talmente acceso, di un verde talmente brillante, di un verde talmente VERDE che mia sorella è felice di poter essere lì ad osservarlo: non serve altro, per la sua felicità, della verdezza di quel verde. Non dimenticherò mai il suo volto eccitato e gioioso, al limite del comprensibile. E ogni volta che ripenso alla causa di tale felicità (la verdezza del verde) mi ritrovo immancabilmente a sorridere: non potrò mai più guardare qualcosa di verde senza ripensare alla gioia di mia sorella e quindi rivivere una parte di quella felicità. Epico.

Tale è il livello di novità durante la percezione del mondo, che si fa fatica a descriverlo. Ed è una difficoltà che non sopravviene solo una volta che il viaggio è terminato, ma è una difficoltà frustrante che ci accompagna per tutta la sua durata: le percezioni visive uditive e tattili si accavallano formando nella mente delle “immagini” talmente complesse e particolareggiate, e insieme mutevoli, che ogni tentativo che facciamo di provare a descriverne agli altri anche una minima parte risulta immediatamente insoddisfacente, lasciandoci di punto in bianco senza parole, in silenzio, arresi al fatto che comunicare verbalmente una realtà non verbale è una sfida che non possiamo vincere, che nessuno potrà mai vincere**.

Infatti chi ci guarda da fuori ci giudica distratti, distanti, non propriamente presenti a noi stessi… ma il punto è un altro: la nostra attenzione è talmente attratta dalla moltitudine di cose nuove, mai viste prima, che il dover prestare attenzione ad una voce che parla passa immediatamente in secondo piano se confrontato con la voglia di prestare attenzione a tutto ciò di cui è popolato il mondo che ci circonda: ogni capello di chi ci parla, ogni mattone del muro più vicino, ogni pozzanghera, ogni nuvola… letteralmente OGNI cosa che ci circonda risulta incredibilmente affascinante e aliena: quelle che erano sempre state normali fantasie sui tessuti diventano improvvisamente delle fantasie dettate dall’estro di un genio artistico, e un identico giudizio entusiasta viene rivolto alle imperfezioni della strada, stranamente ordinate e geometriche, alle increspature di una parete verniciata, stranamente vive, alle venature di un braccio, completamente perfette… il tutto sempre accompagnato dalla sensazione accennata poco sopra, quella legata alla gioia della merda (e quindi si capisce che tale sensazione non combacia affatto con la voglia di defecare, dato che nessuno di noi ha mai avuto intenzione di andare in bagno a liberarsi: è una sensazione piacevole che ci accompagna, ecco tutto). Come potreste prestare attenzione a qualcuno che vi chiede qualcosa quando, all’improvviso, TUTTO il mondo vi appare formato da minuscoli numeri colorati? Come quei dipinti costituiti da una moltitudine di puntini colorati, dai quali emergono figure ben definite, distinte… solo che questa volta non è un’immagine in due dimensioni, come un paesaggio che emergesse dai puntini, ma è il mondo intero che emerge da una moltitudine di piccolissimi numeri colorati e addossati gli uni sugli altri in maniera perfettamente coerente. E questo è solo uno dei tanti flash che ho avuto, che si accavallano continuamente l’uno sull’altro senza soluzione di continuità, in un incessante divenire, la cui velocità di cambiamento è talmente elevata che provare a descriverlo in diretta è praticamente impossibile.

299103_10200448323305963_35888783_nD’un tratto eccolo, il colpo di genio: guardo mia sorella e le dico “Ho capito! Finalmente so perché i Pink Floyd si chiamano così”. Lei mi rivolge lo sguardo e mi sorride eccitata, aspettando il responso. “È la gioia della merda, sister. Tu come disegneresti la sensazione che ci sta accompagnando dal museo?”  le domando. E lei mi risponde: “Con una cacca che ride, felice” “Che ne dici di una cacca rosa?”  “Perfetto”. Il fluido cui si riferirono i ragazzi di Londra è proprio la merda, ora lo so. Ora ne sono sicuro. E il rosa è dovuto alla gioia: quale colore può racchiudere la felicità meglio del rosa? Nessuno, evidentemente. Pink Floyd: fluido rosa, merda rosa, merda felice.

Usciamo finalmente dalla metro e ci dirigiamo a piedi verso l’ostello in cui alloggiamo, accompagnati dall’immancabile G. Nonostante il passare del tempo sembra impossibile abituarsi al fatto che le proprie percezioni siano distorte e quindi, liberi sulle nostre gambe, continuiamo il nostro viaggio incantato che ci separa da “casa” e rimaniamo assorti (complice un bel sole caldo) a contemplare le case, i tetti, i marciapiedi, le piante, le automobili, le sirene, gli gnomi, i nani, i mostri: è tutto normale, eppure è tutto indescrivibilmente eccitante, bellissimo. E viviamo tutto quello che accade non come se fossimo anche noi parte del mondo, ma lo viviamo come si potrebbe vivere un’estrema esperienza cinematografica fatta di ologrammi ed effetti speciali in 3D: tu lo sai che non sono veri, eppure sembra proprio che quel sasso ti colpirà, a meno che tu non chini la testa in fretta: e più l’effetto è realizzato a dovere, più vengono ingannate le nostre percezioni, e più saremo portati a “schivare” il sasso in maniera istintiva, non ragionata. Ecco, nel Paese delle Meraviglie è la stessa sensazione di non-partecipazione, ma amplificata a dismisura: ci si sente spettatori stranamente olografici di un mondo non propriamente reale, costruito ad hoc per sorprenderci da tutte le direzioni ed in tutti i modi possibili.

Per entrare in ostello passiamo attraverso il solito stretto corridoio che separa il nostro edificio da quello adiacente e lì ci immobilizziamo: quel corridoio strettissimo, al limite del soffocante, ora è largo, spazioso, quasi troppo. E quindi restiamo fermi, a cercare di capire cosa ci sia di diverso nella nostra percezione da farcelo apparire così diverso rispetto al solito: dall’interno del corridoio, guardando verso l’entrata o l’uscita, si percepisce distintamente una sensazione di tanto spazio disponibile, come se i muri verticali fossero improvvisamente incurvati a formare uno spazio più ampio e tondeggiante. Poi basta girare la testa verso il muro ed invece quello è lì, ad un palmo dal proprio naso, costituito da strani mattoni rossi e pelosi, pelosissimi: esattamente come quando si zooma una superficie apparentemente liscia e si iniziano a distinguere le sue increspature ed imperfezioni, anche ora abbiamo l’impressione di poter vedere in alta definizione, di poter distinguere in maniera immediata le imperfezioni dell’argilla cotta e di vederne così la struttura fine, microscopica, accidentata, che dà appunto l’idea di essere ricoperta di peli morbidi, quasi come se fosse un mattone di peluches morbido alla vista, eppure duro al tatto.

Finalmente entriamo in ostello e saliamo le scale che ci portano al secondo piano: dopo aver percorso la prima rampa sembra che la gravità non punti più verso il basso, ma che punti un po’ di lato, verso l’esterno della curva che compiamo per salire le scale… che strano. Arriviamo nella sala del secondo piano e ci appartiamo in un angolo della saletta relax, mantenendo le dovute distanze dagli altri presenti: è già difficile comunicare tra noi tre, che siamo tutti insieme nel mondo di Alice… figuriamoci descriverlo agli altri, abitanti del mondo normale. Impossibile.

Dopo qualche minuto la mia preziosa sorellina mi si avvicina e mi dice con aria preoccupata che le sue sensazioni non sono sempre positive, soprattutto quando si trova a doversi relazionare con le altre persone: a tratti sta male, mi dice che non si sente completamente a posto, che prova qualcosa di simile al disagio, “Come se ci fossero qui mamma e papà”, mi dice. Questa frase mi fa capire al volo cosa intende, e fortunatamente riesco subito a focalizzare l’attenzione sulla medesima sensazione che anche io stavo provando da tempo: “Ari, ho la stessa sensazione da quando siamo arrivati in ostello. Chi cazzo è sta gente che mi gira intorno? E perché mi guardano? Conosco le risposte a queste domande, eppure il disagio permane, inalterato”. “Ah quindi lo senti anche tu?!?” e mi abbraccia fortissimo, felice di non essere lei, quella strana. Qui è tutto strano, incredibilmente strano.
Distesi sui morbidi puff sparsi un po’ ovunque nella sala, capiamo che per trovarsi nel Paese delle Meraviglie non è tanto importante che tu sia al Tate Modern o dentro ad un gabinetto di un autogrill: quando le tue percezioni sono distorte, sballate, ti basta poco, pochissimo, per sorprenderti a fissare il mondo con occhi diversi, con rinnovato e inappagabile stupore. Bastano le proprie mani, o il colore verde…
Ad un certo punto mia sorella si stende vicino a me, cercando di frenare un po’ la sua vulcanicità di energia interminabile e io l’abbraccio, nel tentativo di rasserenarla con qualche carezza da fratello maggiore e protettivo: è in grado di sprigionare più energia lei in mezz’ora che io in mezza giornata, non ci si crede. Poi la mia esplosiva sorellina gioca il jolly e conferisce una colonna sonora ai nostri pensieri caleidoscopici e mutaforma: dal suo portatile inizia a farsi largo The Dark Side Of The Moon… perfetto. Assolutamente perfetto.

Siamo tutti e tre lì, silenziosi, assorti nei nostri pensieri autocritici: ormai si è in qualche modo affievolita, o comunque sta lentamente diminuendo tutta la parte del viaggio legata alla distorsione della percezione, e quella sensazione viene man mano sostituita da qualcosa di più riflessivo, di ponderato, di personale. Ad un tratto, mentre mi ritrovo a fissare quelle strane lampade formate da alcuni neon e da alcuni specchi incrociati (realizzando che più una mente è profonda e più il Paese delle Meraviglie gli apparirà meraviglioso), mia sorella mi stringe forte e inizia a piangere, con gli occhi chiusi. Io sono stranamente rilassato invece, nonostante le sue lacrime: ho il mio filo del discorso da seguire e quindi mi limito ad abbracciarla fortissimo e a coccolarla, accarezzandole i capelli e asciugandole le lacrime. Poi ci ripenso, e mi dico che provare la sensazione del pianto potrebbe essere fantastico, e verbalizzo subito questo pensiero: “Cazzo sister, vorrei piangere anche io ora, qui con te” e, testimone G., inizio a piangere disperatamente pochi secondi dopo. Un pianto genuino, disperato, risolutivo: uno dei pianti più disperati di cui abbia memoria, arrivato così all’improvviso, senza preannuncio, e tale da farmi singhiozzare violentemente e produrre una quantità di muco che raramente si è vista produrre da un solo naso. Forse Cyrano… no, nemmeno lui reggerebbe il confronto. Dopo alcuni minuti di disperazione totale mi calmo un po’, quanto basta per riuscire a deglutire e parlare e mentre nella mia mente si arrovellano figure di conigli bianchi, muscolosi e deformi, pieni di artigli e di denti affilati, sfumati qua e la di blu metallico, le dico: “Sister, ora so una cosa importante, e devo riuscire a dirtela bene. Se nel momento più tragico della mia vita io dovessi scoppiare nel pianto più disperato possibile, manifestazione ultima del mio dolore, so che l’unica persona al mondo che potrebbe capire quello che sto provando saresti tu”. E abbiamo continuato a piangere e ridere per alcuni minuti, alternando felicità e disperazione, tenendoci stretti e saldi l’uno all’altra finché non ci accorgiamo che anche G. aveva iniziato a piangere silenziosamente accanto a noi, per cui abbiamo istintivamente allargato le braccia e trasformato un pianto doppio in un pianto triplo, un pianto comune. “Hai detto una cosa bellissima Lu’” (anche lui ha una sorella, tra parentesi), mi dice G., e io non so perché scoppio a ridere, felice.

Trascorre un po’ di tempo e il pianto passa, ci passa a tutti, complice anche il fatto che sta per arrivare M., sorella di G., a salutarci. Poco prima del suo arrivo Arianna e G. escono a fumare e io resto solo, in contemplazione silenziosa e accompagnata dalla musica. La mia attenzione si concentra su un altro pensiero che ho da tempo, che riassume un po’ la mia concezione del rapporto uomo-donna, e del dolore: ogni rarissima volta che la vita mi sembra al limite del sopportabile, che quasi quasi verrebbe da pensare che non ne valga la pena, mi sforzo di figurarmi come sarebbe la mia vita se fossi stata una donna, abituata una volta al mese al completo disagio fisico, e spesso al dolore snervante… e tutto questo senza fare menzione del fatto che chiaramente avrei dovuto scontrarmi quotidianamente con la necessità di dimostrare che valgo molto di più dei miei colleghi maschi, affinché venga riconosciuto che valgo tanto quanto loro. Questo pensiero negativo, paradossalmente, mi aiuta nei momenti peggiori: dico a me stesso “Ricorda che poteva andare peggio Lu’, molto peggio… avresti potuto avere il ciclo, ora”. E scoppio nuovamente a piangere, colpevole solo di aver pensato che a volte la mia vita mi sembra insopportabile quando c’è chi, nei miei panni, vedrebbe solo rose e fiori. Prendo al volo il cellulare e compongo un messaggio, destinato a mia sorella, che sta fumando due piani sotto: “Sei il mio esempio di Forza: quando cerco uno stimolo per tenere duro, io penso sempre a te”, e mi metto a contemplare, in attesa che lei e G. tornino su e che il viaggio finisca, bellissimo e devastante.

_____NOTE_____________________________________________________
*Per gli antichi Greci, iniziatori della filosofia e della scienza, il verbo “conoscere” condivide la radice col verbo “vedere”, ce lo ricorda anche l’enunciato di esordio del primo libro della metafisica di Aristotele: L’uomo tende per natura alla conoscenza.
**Sull’apparente concretezza del linguaggio, data dal fatto che lo utilizziamo quotidianamente per vivere e confrontarci coi nostri simili, essa risulta semplicemente dal fatto che cultura per cultura gli uomini si siano abituati ad attribuire etichette particolari a certi oggetti, a certi colori, a certi suoni, a certi odori, eccetera. Ma è risaputo che non si può descrivere un sapore se non tramite un altro sapore simile, o un odore tramite un altro odore che lo ricordi molto bene. È la classica questione del comunicare verbalmente una realtà non verbale. Chiaramente se ci fosse una cultura che avesse costruito e affinato il proprio linguaggio nel Meraviglioso Paese di Alice avrebbe lo stessa illusione che “il linguaggio funzioni per davvero”, ma basterebbe una piccola percezione distorta, nuova per quella cultura linguistica, da rendere muti tutti i suoi possessori, impossibilitati a descrivere quello che di cui stanno facendo esperienza.

Evoluzione Baldwiniana (o Assimilazione Genetica)

evolution

Nonostante faccia parte del nostro bagaglio scientifico-culturale dal 1859 (quindi da 153 anni) la teoria dell’evoluzione è ancora un concetto avvolto da un certo alone di confusione, anche molto grossolana: tanto per fare un esempio, larga parte dei libri di “scienze” delle scuole elementari e medie riporta NON l’evoluzione darwiniana, ma la SBAGLIATA teoria di Lamarck:

Più le giraffe si sforzano di allungare il collo verso i rami più alti, e più lungo sarà il collo dei loro discendenti

Questo è quello che troverete sulla maggior parte dei libri di scienze dei vostri cugini, figli, eccetera. Ed è completamente FALSO.

Tanto perché siano chiare le distinzioni che farò più avanti nella trattazione dell’assimilazione genetica (termine coniato da Waddington), che è uno dei concetti più ostici da capire dell’argomento “evoluzione”, concedetemi prima un ripassino delle regole con cui l’evoluzione procede:

Il mondo è popolato da tante specie diverse e queste si riproducono perpetrando i propri geni attraverso i loro discendenti. Durante le operazioni di copiatura genetica tramite l’RNA si hanno statisticamente dei piccoli “errori” (i famosi errori di copiatura) che andranno poi a modificare la fisionomia (e la fisiologia) della prole. La maggior parte di questi errori sono statisticamente non rilevanti, dato che ci sono svariate disposizioni di geni che poi daranno vita agli stessi caratteri macroscopici, ma ci sono delle modificazioni che invece cambiano la morfologia di alcuni individui, pur lasciando intatta la loro compatibilità con l’ambiente esterno e, in particolare, con la sua specie (appartenere ad una specie significa riuscire ad accoppiarsi con un membro della stessa specie e, in più, che la prole generata dall’unione sia a sua volta fertile, ovvero capace di riprodursi).
Si capisce quindi che non c’è alcuna possibilità dell’individuo di poter fare attivamente qualcosa per modificare la propria natura in vita. La sua morfologia è INTERAMENTE dettata dai suo geni, dal suo DNA, che non risente minimamente delle modificazioni cui un organismo può andare durante la sua vita: per capirci, se mi tagliano un braccio, nel genoma che passerò ai miei figli ci saranno comunque le “istruzioni” affinché l’organismo figlio nasca e si sviluppi con due braccia. E così per tutto il resto delle modificazioni che un organismo potrebbe incontrare durante il suo sviluppo (sia in negativo che in positivo, ovviamente: se durante la tua vita diventi muscoloso e acculturato, ai tuoi figli questo non passerà minimanente).
Infatti la teoria dell’evoluzione di Darwin è anche nota come “Teoria della discendenza con modificazioni“: la selezione, in pratica, avviene solo al livello genotipico e non a quello fenotipico, col quale l’individuo vive e si manifesta.

Lamarck invece, con le sue idee dell’”uso e il disuso delle parti” e “l’ereditarietà dei caratteri acquisiti“, era proprio dell’opinione che fosse questo il modo di procedere del cambiamento nella storia del mondo biologico: l’individuo fa qualcosa che lo rende “migliore” dei suoi simili, e per questo darà vita a creature più avvantaggiate da un punto di vista adattativo, che quindi avranno a loro volta più facilità a riprodursi, e via dicendo. Così facendo Lamarck lasciava intendere che la selezione operasse al livello fenotipico e, ancor peggio, lasciando intendere che ci potesse essere della volontarietà di migliorarsi, cioè che in qualche modo l’organismo recitasse una parte attiva nel processo.

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Ok, oggi sappiamo che è quella di Darwin la teoria corretta. (ALT!! Fermi tutti! Per i miei lettori che conoscono la materia un po’ più approfonditamente, vi prego di non voler essere pignoli sulla questione della “grande sintesi moderna” degli anni ’80, con la successiva critica degli equilibri punteggiati, sull’epigenetica: so tutto a riguardo, ma questo non è né il luogo né il tempo di soffermarsi sulla questione, fin troppo specialistica).

Ci siamo quindi: l’individuo non ha alcun potere sulla propria adattatività all’ambiente. I geni decidono, punto. Sempre. E questo tenetelo a mente durante la lettura: è proprio il punto cruciale per capire l’aspetto controverso dell’effetto Baldwin che voglio descrivervi fra poco.

Proprio perché esiste questo principio le persone fanno tanta difficoltà a capire quella nota come Evoluzione Baldwiniana (ripeto, sinonimo di assimilazione genetica): tale teoria, infatti, afferma che si da il caso che un particolare gruppo di individui della stessa specie (detto, in gergo tecnico, “una popolazione”) modifichi a tal punto il proprio habitat, l’ambiente in cui vive, da fare in modo che la selezione agisca in una direzione privilegiata, con una velocità molto maggiore rispetto alle normali fluttuazioni statistiche delle modificazioni di una specie.

Per farvi capire cosa sta succedendo procediamo con un esempio molto intuitivo (ma non per questo meno veritiero): un giorno una popolazione sufficientemente numerosa, cambia drasticamente il proprio stile di vita (ad esempio perché un grave terremoto li ha separati dalla parte “ricca-di-cibo” del loro territorio). Il nuovo habitat è caratterizzato dalla scarsissima presenza del cibo al quale quella popolazione era abituata, ed è invece ricco di una forma di cibo alquanto diversa, magari anche dal gusto cattivo, che non fa parte della normale dieta della popolazione in esame. A questo punto sugli individui continuerà a operare casualmente la selezione naturale, generazione dopo generazione, ma è qui che nel processo ci saranno delle modificazioni più “premiate” di altre (attraverso il numero di figli messi al mondo): quelle che, ad esempio, renderanno CASUALMENTE più appetibile quella nuova forma di cibo, saranno senz’altro premiate dalla selezione, in quanto gli individui colpiti da tale “mutazione” avranno molto più cibo a disposizione. E’ come se, dall’esterno, sia improvvisamente comparso un setaccio più sensibile a quelle particolari modificazioni del genoma, con l’effetto che quelle mutazioni saranno premiate ad ogni comparsa e che quindi subiscano un’evoluzione molto repentina.

Un’analogia per chiarire la questione:
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Ipotizziamo un gioco nel quale davanti a noi c’è una donna e una boccia contenente tantissimi smarties. La donna ci dice “Ogni volta che pesco uno smarties rosso lo tengo, mentre quando ne pesco uno di un altro colore lo butto via con una possibilità del 50%” (il numero non è importante, è solo un esempio). Dopo che la la donna ha fatto un numero abbastanza alto di pescate, quale colore pensate che sia il più comune tra gli smarties che ha in mano? Ovviamente il rosso. Ecco, l’evoluzione della specie “smarties” ha avuto il rosso come corsia privilegiata, mentre ha lasciato intatte le possibilità di essere selezionati degli altri caratteri (che quindi continueranno a seguire il normale processo casuale di mutazioni).

La donna è evidentemente la selezione naturale, e la sua passione per il colore rosso è la nuova “pressione selettiva” che dall’ambienta ha iniziato a spingere sulla vita fenotipica degli organismi. Quindi, ripeto, sempre di evoluzione si tratta (errori casuali nel processo di copiatura genetica che vengono selezioni dall’ambiente esterno) ma il fatto che dall’esterno ci sia una pressione molto selettiva in una determinata direzione fa sì che si possa ERRONEAMENTE pensare che gli stessi individui hanno avuto del merito nel loro processo evolutivo. No no e no.

Ora l’esempio classico con cui si spiega, in biologia evolutiva, il processo di assimilazione genetica: circa 10.000 anni fa nel territorio oggi noto come “Europa” si ha avuta quella che è comunemente chiamata “Rivoluzione Agricola“; il processo cioè che ha portato le popolazioni della specie homo sapiens ad abbandonare il nomadismo e ad iniziare la vita sedentaria, fatta di agricoltura e allevamento. Proprio tale nuovo comportamento (intrapreso non a causa di modificazione genetiche, ma a causa di comportamenti fenotipici) ha fatto in modo che quelle popolazioni cominciassero a vivere a stretto contatto con creature che, fino a poche migliaia di anni prima, si limitavano a fare comparse sporadiche nella sua dieta. Questa vicinanza ha avuto numerose ripercussioni sulla natura degli “antenati degli europei”: vediamone due.

1) E’ noto che dopo i due anni di vita la nostra specie non era in grado più in grado di digerire il latte, alimento molto complesso e pesante da assimilare. Anche perché, una volta che piccolo era “svezzato” non c’era più bisogno da parte della madre di continuare a utilizzare energie preziose per produrre tale sostanza: il piccolo ormai poteva cibarsi di quello che c’era già a disposizione nell’habitat circostante. Però, la continua disponibilità di latte (di mucche, di pecore, di capre, di cavalle, eccetera) ha fatto in modo che, chiunque nascesse PER CASO con un sistema digerente più tollerante nei confronti di quella sostanza, avesse degli enormi vantaggi evolutivi: per lui non c’era mai carestia, non c’era mai “oggi forse non mangio”… e questo ha fatto in modo che AL SUO PRIMO MANIFESTARSI la caratteristica sia subito stata favorita dalla selezione. E questo processo è continuato per 10000 mila anni. Ecco perché oggi, in Europa, quasi tutti riescono a digerire il latte anche da adulti mentre, in oriente, la stragrande maggioranza della popolazione dopo i due anni non è più in grado di digerirlo.

2) Aver vissuto a stretto contatto con animali molto diversi da noi, significa aver subito anche i danni di tutte le malattie che da loro ci venivano trasmesse. Ovviamente la maggior parte della malattie sono “specie-specifiche” (cioè fanno presa solo su di un particolare organismo), ma molte invece sono in grado di passare da una specie ad un’altra perché “attaccano” un particolare tessuto (o organo) che quella specie condivide con un’altra (o più di una). Se, ad esempio, la mucche erano caratterizzate dal soffrire di una febbre particolarmente violenta, essa avrebbe trovato anche nella fisiologia umana terreno fertile su cui attecchire e per questo gli individui di Homo Sapiens che nascevano PER CASO, più resistenti a quella particolare malattia erano immediatamente favoriti dalla selezione esterna. E questo perché ci ha recato del vantaggio? Questo davvero a niente, semplicemente ha reso la nostra specie (in particolare le popolazioni che vivevano sfruttando l’allevamento) più resistente a quel tipo di malattie.
[è proprio questa maggiore tolleranza alla malattie di origine bovina e suina che ha permesso a pochi conquistadores di poter sbaragliare intere città di civiltà Atzeche, Maya e Inca: bastava che uno di loro fosse affetto da una comune febbricciola affinché quella si trasmettesse alla stragrande maggioranza della popolazione indigena causandone lo sterminio (vedi Armi Acciaio e Malattie, di Jared Diamond)].

Pensate che l’effetto Baldwin è così difficile da capire che qualche anno fa in Cina andava in onda una pubblicità-progresso martellante sulla necessità che i cittadini, soprattutto i bambini, bevessero tanto latte “Che fa tanto bene! Tutti bevono il latte! Ti devi solo abituare!”… Come se l’abituarsi volontariamente al latte potesse modificare il comportamento dei nostri geni nelle generazioni future, in un’era in cui NON VI E’ NESSUNA PRESSIONE SELETTIVA PER QUANTO RIGUARDA LE NECESSITA’ ALIMENTARI. Un conto è tenere un comportamento che viene attivamente selezionato dal normale processo di evoluzione, un altro conto pensare che un comportamento non accompagnato da nessuna pressione esterna possa in qualche modo influire sul nostro DNA.