Contro il nichilismo

terra

Non basta godersi la bellezza di un giardino, senza dover credere che ci siano le fate in un angolo?
(DNA, Douglas Noel Adams)

Da quando ha cominciato a porsi domande su di sé e sul mondo che lo circonda, a formulare ipotesi e risposte, l’uomo si è sentito sempre centralissimo nella spiegazione della realtà: tutto quanto è stato studiato e catalogato secondo gli schemi che gli risultavano più intuitivi, naturali. Per Aristotele le categorie con cui l’uomo catalogava il mondo erano proprie del mondo stesso, eterne e immutabili, universali e l’uomo si limitava a muoversi all’interno di esse. Basandosi sull’interpretazione “cattolica” di Aristotele (banalizzo un po’, scusatemi) l’essere umano (soprattutto quello europeo) si proclamò culmine del creato e questo si riflesse su tutte le costruzioni teoriche che lui stesso mise in piedi: pose sé stesso come vetta ultima della vita naturale, unico tra gli animali ad essere dotato di ragione, e si collocò al centro dell’universo, padrone unico di filosofia, scienza ed etica.

Poi qualcuno cominciò a scardinare questa convinzione, questo modo di pensare, e consegnò ai suoi simili nuove e potentissime chiavi di lettura della realtà, mostrando quanto poco “centrale e necessario” fosse il nostro ruolo nell’Universo. E il tutto avvenne con estrema rapidità: come una diga che a partire da una piccola frattura inizi a perdere acqua e finisca con lo sfracellarsi in pochi secondi. Confrontata con il tempo in cui la diga aveva retto il peso del liquido che la sovrastava, la sua ceduta è sempre questione di attimi, e sorprende tutti. Allo stesso modo, dopo i millenni passati a considerarsi il centro di tutto, il processo di discesa dell’uomo dal suo piedistallo è durato poco, pochissimo, e ha preso alla sprovvista tutte le culture che avevano contribuito ad innalzarlo, nessuna esclusa. Nessuna cultura era pronta per accogliere a braccia aperte il cedimento di questa diga, la diga del “siamo gli esseri più importanti dell’universo”.

Non solo Copernico ci mostrò che il nostro pianeta non si trova affatto al centro delYouAreHereMilkyWayGa cosmo, ma oggi sappiamo che non lo è nemmeno il nostro Sole (una stella di dimensioni medio-piccole, per giunta), e men che mai lo è la nostra galassia: ci troviamo sospesi in un punto casuale dell’universo, senza alcuna caratteristica che lo renda speciale, in un modo o nell’altro.
Qualcuno poi ricorderà che le categorie che Aristotele aveva collocato fuori di noi, universalizzandole, Kant le spostò all’interno della nostra mente (proprio questa fu la sua rivoluzione copernicana, dopotutto): i nostri giudizi sul mondo, ci dice Kant, sono basati sul modo particolarissimo in cui lo percepiamo e quindi risulta evidente che non possiedano alcunché di universale, ma sono limitati alla nostra specie. Un essere che percepisse il mondo in maniera diversa, arriverebbe a giudizi diversi.
Poi arrivò Darwin a svelarci che non solo la nostra specie non è l’inevitabile conclusione di un glorioso processo di ascesa, ma che è semplicemente il risultato casuale di milioni di anni di selezione naturale mischiati a contingenze climatiche e geologiche.

E’ precisamente così, esatto: avremmo potuto benissimo non esserci, e all’universo non sarebbe cambiato nulla.

Niente.

Più le nostre conoscenze si sono fatte scientifiche, organiche, e più capiamo che fino a ieri non avevamo capito un cazzo: è proprio a questa presa di coscienza che i testi accademici fanno riferimento con la parola “antropocentrismo” (o con l’espressione “proiezione antropocentrica”), ma solo perché i libri accademici non sono soliti contenere parolacce. Per far capire bene quello che stanno intendendo, dovrebbero limitarsi a dire “…questo significa che non avevamo capito un cazzo”. That’s all.

Poi è stata la volta di Einstein, venuto a dirci che il tempo e il suo scorrere non sono assoluti, ma relativi. In altre parole lo scorrere del tempo dipende dalla velocità di chi osserva, e che quindi due eventi possono risultare simultanei per un osservatore e non simultanei per un altro in moto rispetto al primo: e quindi? che significa? Significa che se non si può più distinguere in maniera univoca cosa avviene “prima” e cosa avviene “dopo”, come facciamo ad essere sicuri che un fenomeno sia “causa” e un altro fenomeno sia “effetto”? Crolla il concetto di causalità assoluta.
E infine Planck e l’interpretazione di Copenaghen, che ci spiazzano definitivamente mostrando che la natura stessa del mondo atomico risponde in maniera diversa a seconda di come lo studiamo: se architettiamo un esperimento per mostrare la natura corpuscolare degli atomi, scopriamo che si comportano come corpuscoli… e, simmetricamente, se ci ingegniamo per mostrare la loro natura ondulatoria ci sorprendiamo a scoprire che essi si comportano anche come onde (è proprio questo il famoso dualismo onda-particella). Quindi non c’è proprio più niente di oggettivo, nemmeno il mondo esterno a noi: a seconda di come lo studiamo* il mondo dipende sempre dall’osservatore.

Non c’è via di fuga dal relativismo: pare che la Verità (quella con la V maiuscola) non possa esistere. Almeno non quella che avevamo tanto a cuore, quella assoluta.

Ora, e arriviamo finalmente al vero motivo di questo articolo, vediamo cos’è successo DOPO questo risveglio (che dire “brusco” è dire poco): in meno di 4 secoli, con le nostre stesse mani, ci siamo decentrati oltre ogni immaginazione, sotto una pioggia battente di evidenze epistemologiche e scientifiche. E dopo tutta questa pioggia di evidenze sono nate come funghi intere generazioni di disperati, di arresi, di insoddisfatti, di perdenti, di sconfitti… in una parola, è nato il nichilismo.

Ci sono poche prese di posizioni concettuali che mi fanno più tenerezza del nichilismo: credo che esso non sia altro che la versione adulta (ma non per questo meno capricciosa) della delusione che provavamo da bambini quando scartando il regalo di natale scoprivamo che non era affatto quello che avevamo chiesto.
Esattamente nello stesso modo il nichilismo si è fatto strada tra gli adulti (soprattutto tra le persone di cultura), incapaci di vedere che non c’è bisogno di aggiungere “altro” alla consapevolezza di essere l’unica specie dell’universo conosciuto in grado di indagare, per quanto in maniera grossolana e semplificata, la meccanica e il funzionamento dell’universo stesso e di ciò che esso contiene: dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, oggi abbiamo un’idea FUNZIONANTE di come stiano messe davvero le cose e di come si muovano gli ingranaggi del tempo. Un’idea fatta di numeri, di formule matematiche, di leggi fisiche, che però hanno il pregio di permetterci di formulare vere previsioni sul futuro.
Oggi, tanto per fare un esempio, sappiamo con una certa precisione quando avverrà l’apocalisse, ma le nostre conoscenze non hanno più niente a che vedere con San Giovanni evangelista. L’astrofisica ha preso il posto di Nostradamus e ci informa, dati alla mano, che l’apocalisse sarà fra circa 5 miliardi di anni, quando la nostra stella esaurirà le sue riserve di elementi necessari per la fusione nucleare che la tengono accesa e che la fanno brillare nell’oscurità del vuoto cosmico. Oggi sappiamo che il nostro rassicurante sole diventerà immensamente più grande (e immensamente meno rassicurante) e divorerà tutto, fino a tornare piccolo e insignificante: un sole freddo e spento, un sole morto. E, come se non bastasse ad essere abbastanza decentrati, l’astrofisica ci dice anche che la nostra non sarà altro che una della moltitudine galattica di apocalissi che quotidianamente fanno brillare l’universo e le sue galassie.

Niente paradiso, quindi. E niente vita oltre la morte.

Delusi? Bene, è ora di crescere e di smettere di credere alle favole.
Per quanto mi riguarda, invece, questo assoluto senza di marginalità e di insignificanza mi permette di valutare ciò che mi circonda nella giusta prospettiva: il solo fatto di essere qui, oggi, ci dice che siamo qualcosa di così storicamente improbabile, che il nostro ritenerci straordinari, per quanto ingiustificato, non deve stupire troppo.
Un po’ come si riterrebbe straordinario che lanciando 50 monete contemporaneamente ottenessimo croce per tutte e 50: è evidente come questa realizzazione non sia fisicamente impossibile, ma solo statisticamente improbabile**. E ora bisogna tenere presente che la nostra presenza sulla terra, come specie homo sapiens, è di gran lunga più improbabile del lancio contemporaneo di 50 misere monete: nessun essere dotato di ragione avrebbe scommesso alcunché sulla comparsa della vita (e men che mai della vita intelligente) su questo pianeta, che alla sua nascita era coperto di lava e roccia fusa. Un numero inimmaginabile di accidenti, in primis cosmologici, e poi geologici, chimici e infine biologici hanno dovuto verificarsi affinché Decartes potesse affermare un giorno che “Penso dunque sono”.

Eppure eccoci qui, a non capire un cazzo: invece di meravigliarci, con rinnovato spirito greco, di fronte a tanta improbabilità concretizzata, ci limitiamo a scuotere la testa, delusi dall’aver scoperto che l’universo non si prenda affatto cura di noi, e che non faccia di noi il suo fiore all’occhiello.
Ora sappiamo che l’universo non è come ce lo aspettavamo e che non c’è alcuna possibilità di vita dopo la morte. Inoltre possediamo la certezza che oggi l’unico pianeta in grado di ospitarci è questo, il nostro. E non perché non ce ne siano altri simili (la missione Kepler del NASA ne ha già trovati alcuni!), ma solo perché, al momento, non disponiamo ancora dei mezzi adatti per trasferirci su di essi.

Come diceva Carl Sagan: “Possiamo visitarli? Sì. Possiamo trasferirci? Ancora no”.

Quindi, avendo un solo pianeta sul quale vivere, lo dobbiamo tenere da conto. E non per il suo interesse, lui è un pianeta: è un grosso sasso che da circa 4,5 miliardi di anni gira su se stesso ed intorno ad una stella. Al nostro piccolo pianeta verde-azzurro, di noi, interessa veramente poco: la geologia ci insegna che la Terra attraversa periodicamente ere glaciali, con le calotte polari che arrivano a gelare tutto fino ai tropici, congelando qualunque cosa sul loro tragitto e passando sopra tutta la meravigliosa biodiversità che era riuscita a nascere nei precedenti millenni di clima più favorevole. E questo continuerà, fino alla morte del sole. Periodicamente verrà spazzato via tutto, o quasi.
La terra, fatemelo ripetere un’ultima volta, non si cura affatto di noi: la terra, semplicemente, ci ha prodotto. E ci si scrollerà di dosso senza tanti pensieri, alla prossima glaciazione (o molto prima, nel caso di un meteorite come quello che, forse, ha fatto estinguere i dinosauri).

Qual è la conclusione di tutto questo? La conclusione è che non dobbiamo prenderci cura del pianeta per il bene del pianeta, ma dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta per il nostro stesso bene, perché abbiamo capito che non c’è nessun altro che possa prendersi cura di noi da fuori, dall’alto. Siamo noi, dal basso, che dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro, finendo un giorno col riuscire ad inglobare nella nostra opera tutto quel gigantesco sasso verde-azzurro che ci ospita, e che chiamiamo Terra.

Non guasterà, a questo punto, far presente che quasi tutti gli astronauti, dopo aver osservato la terra da fuori, piccola e sospesa nel vuoto cosmico, abbiano provato circa la stessa sensazione, con la quale hanno percepito la fragilità e al tempo stesso la bellezza del pianeta, inteso come un tutto:

Quando finalmente raggiungi la luna e ti volti indietro a guardare la Terra, tutte quelle differenze e quei caratteri nazionalistici iniziano a mischiarsi, a confondersi, e ti senti pervaso dalla sensazione che forse quello è veramente un unico mondo e ti chiedi come diavolo sia possibile che ancora non abbiamo imparato a viverci tutti insieme onestamente.
– Frank Borman

Abbiamo imparato molto sulla Luna, ma ciò che abbiamo imparato veramente è stato a proposito della Terra. Il semplice fatto che da quella distanza tu possa alzare il pollice e nascondere tutta la Terra dietro ad esso. Qualsiasi cosa che tu abbia mai conosciuto, tutti i tuoi affetti, i tuoi impegni, i problemi che affliggono la Terra stessa: tutto dietro al tuo pollice. E al tempo stesso percepisci quanto insignificanti tutti noi siamo realmente, e di conseguenza realizzi quanto siamo fortunati di possedere questo corpo e di essere capaci di godere d’amore qui, tra le bellezze della Terra.
– Jim Lovell

Più ci allontanavamo e più le dimensioni della Terra diminuivano. Alla fine raggiunsero le dimsioni di una biglia, la più bella che si possa immaginare. Quella sfera bella, calda e viva sembrava così fragile, così delicata, che se qualcuno l’avesse toccata con un dito l’avrebbe distrutta. Una vista del genere non può non cambiare un uomo.
– James B. Irwin

Improvvisamente, da dietro la Luna, in lunghi momenti di immensa maestosità, quasi al rallentatore, emerse una gemma luminosa di colore blu e bianco, una leggera sfera del colore del cielo, velata di bianco, che si alzava poco a poco come una piccola perla sospesa su un mare nero di mistero. Impiegai più di un momento per realizzare appieno che quella era la Terra… era casa.
– Edgar Mitchell

E tutto questo esalta la figura dell’uomo, più che condannarla, con buona pace dei nostri amici imbronciati, i Nichilisti.

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Note:

*Sempre in chiave scientifica, chiaramente: è il metodo sperimentale che ha strappato la conoscenza dalle grinfie del misticismo.
**Per la precisione, la probabilità che quel lancio straordinario avvenga è di 0.5 elevato alla 50, cioè un numero molto vicino a zero, ma ben lontano da essere esattamente zero, cioè impossibile. In ogni caso, per avere un’idea dell’improbabilità che questo lancio avvenga, basta considerare che se facessimo un tentativo al secondo dovremmo aspettare circa la vita dell’universo (13,7 miliardi di anni) per osservare qualche successo.

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Evoluzione ed Entropia

Troppo spesso si sente lo studioso il saccentone di turno che, preso posto dietro a chissà quale cattedra immaginaria, inizia a “spiegarci” perché la teoria dell’evoluzione sarebbe ingenuamente falsa, anche secondo gli studi di fisica che si affrontano già ai tempi del liceo.

Vediamo il suo argomento:

La teoria dell’evoluzione sostiene che da forme di vita più “semplici” si possa passare a forme di vita sempre più “complesse”, ovvero che si osservi il passaggio da sistemi ad entropia maggiore a sistema ad entropia minore.
D’altra parte il secondo principio della termodinamica afferma che “L’entropia dell’universo può solo aumentare”.
Delle due l’una, quindi: e siccome la fisica è molto più certa della biologia, dobbiamo concludere che la teoria di Darwin è falsa.

Fine. E’ tutto. Qualsiasi persona con cui vi troviate a discutere di questo tema, per quante lauree possa avere, per quanto possa aver viaggiato, per quanto possa essere “aperto di mente”, per quanti giri di parole possa fare, utilizzerà precisamente questo argomento per “confutare” la teoria dell’evoluzione.

“Oddio!”, direte voi, “Non fa una piega!”

E invece vi mostrerò che il trucco c’è, e che è pure grossolano! 😉

Innanzi tutto dobbiamo introdurre un po’ meglio il concetto di Entropia, e spiegare a parole perché è stato introdotto, come si usa, a cosa serve… sì, si tratta di “fisica”, ma vedrete che non è così complesso come credete, tutt’altro. 😉

Definizione di Entropia (presa da Wiki)

In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo.

Beh, non sembra esserci tanta differenza con quello che ha detto poco fa il nostro amico sapientone (con cosa fa rima sapientone?…), e invece di differenza ce n’è una enorme, su cui verte tutto il ragionamento fallace che ci ha proposto. La differenza è proprio quella parola che ho evidenziato: il secondo principio della termodinamica vale solo per un sistema ISOLATO!

Che significa? Semplicissimo: significa che il sistema di cui vogliamo studiare l’evoluzione non deve scambiare energia, o materia (che Einstein ci ha insegnato essere legate dalla relazione e=mc^2, no?) con l’esterno.

E questo “esterno” cos’è? Come si capisce cosa va considerato “dentro” il sistema e cosa ne resta invece “fuori”? Questa domanda è un’ottima domanda, ma per rispondere bisogna avere un attimo di pazienza e fare un passetto indietro, parlando proprio della fisica, e di come essa proceda nella spiegazione dei fenomeni naturali.

Come tutti dovreste sapere in fisica si ragiona SEMPRE per approssimazioni successive (la famosa espressione “In prima approssimazione possiamo concludere che…” vi dice niente?): questo implica che se dobbiamo studiare dove cadrà una palla di cannone lanciata con una certa velocità e con un certo “alzo” possiamo, per iniziare, fare i nostri calcoli senza considerare la curvatura terrestre, trascurando l’attrito dell’aria, la forma e il materiale del proiettile, eccetera… facciamo i nostri calcoli e scopriamo che, in prima approssimazione, l’impatto col suolo avverrà a circa 100 metri da dove abbiamo sparato. Poi cominciamo a “complicare” il nostro modello e aggiungiamo mano a mano tutto quello che avevamo tolto e scopriamo che, in condizioni quotidiane (cioè che il sasso è lanciato a velocità molto minori di quella della luce, e che non sta imperversando un uragano mentre facciamo il nostro esperimento) invece di 100 metri la soluzione corretta della nostra equazione si verifica essere 98 metri.

Quindi, almeno in questo caso (per inciso, questo esempio che vi ho fatto è il classico problema che in meccanica classica è noto come “moto del proiettile”), è chiaro che possiamo accontentarci del primo calcolo e avremmo comunque capito bene “cosa succede” a livello fisico durante l’esperimento (tutto il resto sono orpelli che, in prima approssimazione, possiamo tranquillamente trascurare).

Ok, così gira la fisica. Per lo meno quella che ci interessa ai fini di questo articolo…

Torniamo alla domanda che ci eravamo posti:
Che significa sistema isolato? E come si distingue un sistema isolato da un sistema non isolato?

Ora siete in grado di capire che l’universo, preso nella sua totalità, è a tutti gli effetti un sistema isolato… con che cosa scambierebbe energia e materia? non c’è niente al di fuori di esso, quindi l’universo E’ un sistema isolato e ciò permette di applicare ad esso, preso nella sua interezza, il secondo principio della termodinamica, che quindi ci dirà che:

Nell’universo, complessivamente, l’entropia crescerà sempre col passare del tempo

Verissimo. Andiamo avanti.

Ora, ricordandoci bene la storia delle approssimazioni, cerchiamo di capire se, con buona approssimazione, anche una galassia possa essere trattata come un sistema isolato… come capirlo? Ad esempio ragionando sul fatto che tra una galassia e l’altra c’è il vuoto (ALT! Se sei un fisico professionista evita di rompere i coglioni a tutti, grazie: renditi conto che non si può parlare di materia oscura in un corso introduttivo, portalanonna!) e che la quantità di materia che una galassia “espelle” o “introduce” al suo interno è TRASCURABILE (altro termine che in fisica torna fuori ogni mezza frase, ricordatevelo!) rispetto alla quantità di materia che è già presente all’interno della galassia stessa. Ergo una galassia può essere trattata con buona (diremo “ottima”) approssimazione come un sistema isolato.

E una stella? E’ anch’essa un sistema isolato? Chiaramente no, perché essa emette costantemente materia e energia nell’ambiente intorno ad essa (ci riscalda, no?)

Un asteroide può essere considerato un sistema isolato con approssimazione molto migliore, ma attribuire ad una stella la condizione di “sistema isolato” è un azzardo, per le cose dette prima.

Quindi ormai ci siamo, ormai dovrebbe essere chiaro perché l’obiezione del sapientone dell’inizio è completamente sballata:
(a proposito, avete capito almeno con cosa fa rima “sapientone”?!? 😛 )

Il nostro pianeta NON può in nessun modo essere considerato un sistema isolato: la terra è continuamente inondata di energia (e di materia, ma vabbè) dalla nostra stella che, molto generosamente, ci scalda e che, disinteressatamente, non ci chiede niente in cambio!! Con le sue radiazioni elettromagnetiche ci permette di avere un costante apporto di energia (nb: la luce che ci permette di “vedere” di giorno, e che manca di notte, è solo una parte dell’enorme quantità di onde elettromagnetiche che quotidianamente investono il nostro bel pianeta).

Quindi ecco il svelato il trucco: la terra non è un sistema isolato, e men che mai è un sistema isolato un essere vivente (sia esso un paramecio, una medusa, un pesce, un rettile, un mammifero o un cyborg): tutti loro hanno bisogno di ingerire cibo, sostanze nutritive, al loro interno: senza cibo, ANDATE TRANQUILLI che ogni essere vivente muore, ristabilendo l’ordine nell’entropia! 🙂 (al cyborg, invece del cibo, togliete le batterie e otterrete lo stesso risultato).

Fonti:
Non ci sono fonti particolari da segnalare, se non un buon libro di termodinamica e un buon libro che tratti l’evoluzionismo; però mi segnalano il libro “Che cos’è la vita”, di UDITE UDITE, Schrödinger in persona che, basandosi sul puro ragionamento e sulle conoscenze di fisica e chimica dell’epoca (1944, sì prima di Hershey-Chase, di Watson e Crick e di tutte le basi molecolari della biologia) definisce un organismo come una macchina che si nutre di entropia negativa, appacificando termodinamica e biologia. Cioè un essere vivente, per mantenere l’ordine, crea più disordine. L’entropia totale, quindi, aumenta, e i fisici sono contenti.

darwin

La divulgazione scientifica

Come ho già scritto, la Scienza (o meglio, le scienze, al plurale) è caratterizzata da una sempre maggiore complessità/specializzazione e dal conseguente allontanamento della sua comprensibilità per tutti i cosiddetti non-addetti-ai-lavori, ovvero i non-scienziati.

Il problema più evidente è che la montagna da scalare per chi volesse “capirci qualcosa” è sempre più alta e sempre più ostica: se prima, fino ai primi anni dell’800, era sufficiente tanta buona volontà e un buon mentore che ci indicasse cosa leggere (così come una buona guida alpina ci indica il tragitto migliore), oggi siamo arrivati al punto che il nostro sherpa o è abbastanza forte e paziente da portarci in braccio fino alla vetta, oppure è costretto a lasciarci al primo rifugio, portandoci un veloce scarabocchio della vetta una volta che fosse tornato a valle.

Qualcuno di voi, una volta arrivato fino alle pendici dell’Himalaya, si accontenterebbe di quel disegno triste e superficiale per poter dire di “aver visto” la cima dell’Everest??? Non credo proprio.

Ma se invece di un brutto disegno fatto su un pezzo di carta sporca il nostro sherpa ci portasse fino a metà della vetta (che è quasi il Monte Bianco) e poi, una volta tornato, ci portasse tutto un album di foto coi controcazzi, magari anche un bel video del momento in cui lui (e il resto della compagnia) avesse raggiunto la cima… Sono disposto a credere che già a questo punto diversi di noi, tornati a casa, potrebbero sentirsi meno imbroglioni raccontando di essere stati sulla cima dell’Everest.

E se, ancora, lo sherpa si fissasse sulle spalle una telecamera che ci tenesse aggiornati secondo dopo secondo del percorso seguito, delle difficoltà incontrate, delle soluzioni trovate… A questo punto qualcuno potrebbe addirittura illudersi di esserci stato per davvero sull’Everest: potrebbe raccontare i suoni, i colori, le paure, le speranze… come se DAVVERO ci fosse stato su quella vetta irraggiungibile.

Ora, fuor di metafora (finalmente), arriviamo a parlare della divulgazione scientifica e dei suoi caratteri fondamentali.

Con l’espressione divulgazione scientifica si indica l’attività di comunicazione rivolta al grande pubblico che concorre a diffondere la cultura scientifica senza specifiche intenzioni formative, per accrescere la percezione dell’importanza della scienza nell’ambito delle attività umane e rafforzarne il radicamento nella società.
– Wikipedia

Ecco ora un rapido elenco dei caratteri che una buona divulgazione scientifica dovrebbe possedere:

1) Attendibilità: significa solamente che quello che leggo è esattamente quello che anche la comunità scientifica crede a riguardo dell’argomento. Certo l’avverbio “esattamente” può risultare problematico, dato che neanche all’interno della comunità scientifica la pensano tutti allo stesso modo. E allora? Allora si tratta di un avverbio che va preso con le pinze, nel senso che SE una teoria (o un aspetto di essa) è ormai comunemente accettato dalla comunità scientifica allora si può parlare di essa in termini più rigidi, più definitivi, e quindi anche chi lo divulga può permettersi il lusso di parlare “a nome di tutta la comunità scientifica”. Due esempi per chiarire le idee: la teoria della gravitazione di Newton e la teoria della discendenza con modifi-cazioni di Darwin. I fisici e i biologi sanno che la gravità non è quella proposta da Newton e che l’evoluzione non segue esattamente i principi ipotizzati da Darwin, ma per un esterno, un non-scienziato, già conoscere BENE i principi fondamentali che sottostanno a queste due teorie sarebbe un ENORME conquista, perché si tratta di concetti molto complessi, spesso controintuitivi, e riuscire a farli propri è tutto meno che facile. Diverso è il discorso che riguarda argomenti attuali, ancora al vaglio della comunità scientifica: se una teoria è in egual misura accettata e ripudiata dagli specialisti significa che un buon articolo divulgativo sottolinearà gli aspetti che portano il 50% degli scienziati ad accettarla e l’altro 50% degli scienziati a rifiutarla. Un articolo divulgativo che prendesse in esame solo una delle due posizioni sarebbe un pessimo articolo divulgativo.

2) Chiarezza: questo è immediato da capire: un buon articolo divulgativo deve essere chiaro: significa che se un campione statisticamente significativo di persone lo leggesse, dovrebbe risultare che la stragrande maggioranza di loro sarebbero d’accordo sul suo contenuto. In altre parole, un buon articolo divulgativo deve lasciare poco, pochissimo, spazio all’interpretazione personale. Quelli sono i libri di poesia, di metafisica, e NON gli articoli di divulgazione scientifica. Un esempio in negativo: Voyager, tutt’altro che chiaro e definitivo sulle “teorie” che illustra, sempre pronto a lasciare aperta la porta del “Chissà…”, “Non si sa mai…”, “Chi può dirlo…”.

3) Attualità: anche qui, facciamo attenzione: “attualità” non significa affatto che l’argomento trattato nell’articolo deve essere attuale nel senso che deve trattare solo argomenti di avanguardia scientifica e basta, anzi. “Attualità” nel senso che, anche se parla di teorie vecchie di secoli, l’autore deve tener conto di quali sono OGGI le posizioni su quelle teorie: se intendo fare un articolo divulgativo sulla tettonica delle placche (ex deriva dei continenti), non posso pensare di fare un riassunto del libro di Lyell “Principi di geologia“ (che, sebbene abbia fondato questa disciplina, riporta la data di un lontano 1830). Nel mio articolo dovrò scrivere quello che OGGI la comunità scientifica considera assodato riguardo a tale argomento.

4) Semplicità: senz’altro uno dei caratteri fondamentali: se mi compro un libro divulgativo sulla teoria dei giochi di John Von Neumann e me lo trovo strapieno di “fomuloni matematici” e complessi riferimenti alla teoria degli automi cellulari sono contento? Lo percepisco come un buon libro divulgativo? Assolutamente no, e avrei anche ragione: lo scoglio maggiore per chi cerca di fare buona divulgazione scientifica è quello di tradurre in lettere e immagini tutto ciò che si presenta sotto forma di formule e numeri. Non sempre è facile, certo, e qualche volta potrebbe addirittura non risultare possibile, eppure con questo aspetto ogni “divulgatore scientifico” (o aspirante tale) deve farci i conti: sia perché non ha senso parlare di divulgazione scientifica se si vuole scrivere un articolo di matematica avanzata, sia perché SE PROPRIO VOGLIO FARLO non posso assumere che il mio destinatario sarà avvezzo agli argomenti che mi propongo di illustrargli. Spesso, infatti, un buon articolo divulgativo è corredato da un mini-dizionario in cui si danno le definizioni dei termini centrali che verranno utilizzati in corso d’opera, almeno nei casi in cui essi si discostano dall’uso comune.

5) Rigore: argomento, questo, tanto caro al divulgatore scientifico per eccellenza: Richard Dawkins. Il suo primo libro divulgativo (Il Gene Egoista) è ancora oggi considerato come uno dei massimi esempi di ottima divulgazione scientifica e il suo impegno in questo settore (cioè l’alfabetizzazione scientifica della società) è stato talmente grande e universalmente riconosciuto che è stato proprio lui il primo a ricoprire il ruolo di docente nel corso intitolato Public Understanding of Science, a Oxford. Rigore significa che sì, si deve fare in modo che il proprio lavoro sia accessibile a tutti (ovviamente anche “tutti” va preso un po’ con le pinze: significa “tutti coloro dotati di una buona istruzione”), e anche che sì, si deve cercare di essere il più chiari possibile, ma tutto questo facendo ATTENZIONE A NON BANALIZZARE LA SCIENZA, senza cercare cioè di saltare i passaggi più ostici (e badate che non parliamo di passaggi matematici, ma di passaggi logici, discorsivi).

Evoluzione Baldwiniana (o Assimilazione Genetica)

evolution

Nonostante faccia parte del nostro bagaglio scientifico-culturale dal 1859 (quindi da 153 anni) la teoria dell’evoluzione è ancora un concetto avvolto da un certo alone di confusione, anche molto grossolana: tanto per fare un esempio, larga parte dei libri di “scienze” delle scuole elementari e medie riporta NON l’evoluzione darwiniana, ma la SBAGLIATA teoria di Lamarck:

Più le giraffe si sforzano di allungare il collo verso i rami più alti, e più lungo sarà il collo dei loro discendenti

Questo è quello che troverete sulla maggior parte dei libri di scienze dei vostri cugini, figli, eccetera. Ed è completamente FALSO.

Tanto perché siano chiare le distinzioni che farò più avanti nella trattazione dell’assimilazione genetica (termine coniato da Waddington), che è uno dei concetti più ostici da capire dell’argomento “evoluzione”, concedetemi prima un ripassino delle regole con cui l’evoluzione procede:

Il mondo è popolato da tante specie diverse e queste si riproducono perpetrando i propri geni attraverso i loro discendenti. Durante le operazioni di copiatura genetica tramite l’RNA si hanno statisticamente dei piccoli “errori” (i famosi errori di copiatura) che andranno poi a modificare la fisionomia (e la fisiologia) della prole. La maggior parte di questi errori sono statisticamente non rilevanti, dato che ci sono svariate disposizioni di geni che poi daranno vita agli stessi caratteri macroscopici, ma ci sono delle modificazioni che invece cambiano la morfologia di alcuni individui, pur lasciando intatta la loro compatibilità con l’ambiente esterno e, in particolare, con la sua specie (appartenere ad una specie significa riuscire ad accoppiarsi con un membro della stessa specie e, in più, che la prole generata dall’unione sia a sua volta fertile, ovvero capace di riprodursi).
Si capisce quindi che non c’è alcuna possibilità dell’individuo di poter fare attivamente qualcosa per modificare la propria natura in vita. La sua morfologia è INTERAMENTE dettata dai suo geni, dal suo DNA, che non risente minimamente delle modificazioni cui un organismo può andare durante la sua vita: per capirci, se mi tagliano un braccio, nel genoma che passerò ai miei figli ci saranno comunque le “istruzioni” affinché l’organismo figlio nasca e si sviluppi con due braccia. E così per tutto il resto delle modificazioni che un organismo potrebbe incontrare durante il suo sviluppo (sia in negativo che in positivo, ovviamente: se durante la tua vita diventi muscoloso e acculturato, ai tuoi figli questo non passerà minimanente).
Infatti la teoria dell’evoluzione di Darwin è anche nota come “Teoria della discendenza con modificazioni“: la selezione, in pratica, avviene solo al livello genotipico e non a quello fenotipico, col quale l’individuo vive e si manifesta.

Lamarck invece, con le sue idee dell’”uso e il disuso delle parti” e “l’ereditarietà dei caratteri acquisiti“, era proprio dell’opinione che fosse questo il modo di procedere del cambiamento nella storia del mondo biologico: l’individuo fa qualcosa che lo rende “migliore” dei suoi simili, e per questo darà vita a creature più avvantaggiate da un punto di vista adattativo, che quindi avranno a loro volta più facilità a riprodursi, e via dicendo. Così facendo Lamarck lasciava intendere che la selezione operasse al livello fenotipico e, ancor peggio, lasciando intendere che ci potesse essere della volontarietà di migliorarsi, cioè che in qualche modo l’organismo recitasse una parte attiva nel processo.

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Ok, oggi sappiamo che è quella di Darwin la teoria corretta. (ALT!! Fermi tutti! Per i miei lettori che conoscono la materia un po’ più approfonditamente, vi prego di non voler essere pignoli sulla questione della “grande sintesi moderna” degli anni ’80, con la successiva critica degli equilibri punteggiati, sull’epigenetica: so tutto a riguardo, ma questo non è né il luogo né il tempo di soffermarsi sulla questione, fin troppo specialistica).

Ci siamo quindi: l’individuo non ha alcun potere sulla propria adattatività all’ambiente. I geni decidono, punto. Sempre. E questo tenetelo a mente durante la lettura: è proprio il punto cruciale per capire l’aspetto controverso dell’effetto Baldwin che voglio descrivervi fra poco.

Proprio perché esiste questo principio le persone fanno tanta difficoltà a capire quella nota come Evoluzione Baldwiniana (ripeto, sinonimo di assimilazione genetica): tale teoria, infatti, afferma che si da il caso che un particolare gruppo di individui della stessa specie (detto, in gergo tecnico, “una popolazione”) modifichi a tal punto il proprio habitat, l’ambiente in cui vive, da fare in modo che la selezione agisca in una direzione privilegiata, con una velocità molto maggiore rispetto alle normali fluttuazioni statistiche delle modificazioni di una specie.

Per farvi capire cosa sta succedendo procediamo con un esempio molto intuitivo (ma non per questo meno veritiero): un giorno una popolazione sufficientemente numerosa, cambia drasticamente il proprio stile di vita (ad esempio perché un grave terremoto li ha separati dalla parte “ricca-di-cibo” del loro territorio). Il nuovo habitat è caratterizzato dalla scarsissima presenza del cibo al quale quella popolazione era abituata, ed è invece ricco di una forma di cibo alquanto diversa, magari anche dal gusto cattivo, che non fa parte della normale dieta della popolazione in esame. A questo punto sugli individui continuerà a operare casualmente la selezione naturale, generazione dopo generazione, ma è qui che nel processo ci saranno delle modificazioni più “premiate” di altre (attraverso il numero di figli messi al mondo): quelle che, ad esempio, renderanno CASUALMENTE più appetibile quella nuova forma di cibo, saranno senz’altro premiate dalla selezione, in quanto gli individui colpiti da tale “mutazione” avranno molto più cibo a disposizione. E’ come se, dall’esterno, sia improvvisamente comparso un setaccio più sensibile a quelle particolari modificazioni del genoma, con l’effetto che quelle mutazioni saranno premiate ad ogni comparsa e che quindi subiscano un’evoluzione molto repentina.

Un’analogia per chiarire la questione:
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Ipotizziamo un gioco nel quale davanti a noi c’è una donna e una boccia contenente tantissimi smarties. La donna ci dice “Ogni volta che pesco uno smarties rosso lo tengo, mentre quando ne pesco uno di un altro colore lo butto via con una possibilità del 50%” (il numero non è importante, è solo un esempio). Dopo che la la donna ha fatto un numero abbastanza alto di pescate, quale colore pensate che sia il più comune tra gli smarties che ha in mano? Ovviamente il rosso. Ecco, l’evoluzione della specie “smarties” ha avuto il rosso come corsia privilegiata, mentre ha lasciato intatte le possibilità di essere selezionati degli altri caratteri (che quindi continueranno a seguire il normale processo casuale di mutazioni).

La donna è evidentemente la selezione naturale, e la sua passione per il colore rosso è la nuova “pressione selettiva” che dall’ambienta ha iniziato a spingere sulla vita fenotipica degli organismi. Quindi, ripeto, sempre di evoluzione si tratta (errori casuali nel processo di copiatura genetica che vengono selezioni dall’ambiente esterno) ma il fatto che dall’esterno ci sia una pressione molto selettiva in una determinata direzione fa sì che si possa ERRONEAMENTE pensare che gli stessi individui hanno avuto del merito nel loro processo evolutivo. No no e no.

Ora l’esempio classico con cui si spiega, in biologia evolutiva, il processo di assimilazione genetica: circa 10.000 anni fa nel territorio oggi noto come “Europa” si ha avuta quella che è comunemente chiamata “Rivoluzione Agricola“; il processo cioè che ha portato le popolazioni della specie homo sapiens ad abbandonare il nomadismo e ad iniziare la vita sedentaria, fatta di agricoltura e allevamento. Proprio tale nuovo comportamento (intrapreso non a causa di modificazione genetiche, ma a causa di comportamenti fenotipici) ha fatto in modo che quelle popolazioni cominciassero a vivere a stretto contatto con creature che, fino a poche migliaia di anni prima, si limitavano a fare comparse sporadiche nella sua dieta. Questa vicinanza ha avuto numerose ripercussioni sulla natura degli “antenati degli europei”: vediamone due.

1) E’ noto che dopo i due anni di vita la nostra specie non era in grado più in grado di digerire il latte, alimento molto complesso e pesante da assimilare. Anche perché, una volta che piccolo era “svezzato” non c’era più bisogno da parte della madre di continuare a utilizzare energie preziose per produrre tale sostanza: il piccolo ormai poteva cibarsi di quello che c’era già a disposizione nell’habitat circostante. Però, la continua disponibilità di latte (di mucche, di pecore, di capre, di cavalle, eccetera) ha fatto in modo che, chiunque nascesse PER CASO con un sistema digerente più tollerante nei confronti di quella sostanza, avesse degli enormi vantaggi evolutivi: per lui non c’era mai carestia, non c’era mai “oggi forse non mangio”… e questo ha fatto in modo che AL SUO PRIMO MANIFESTARSI la caratteristica sia subito stata favorita dalla selezione. E questo processo è continuato per 10000 mila anni. Ecco perché oggi, in Europa, quasi tutti riescono a digerire il latte anche da adulti mentre, in oriente, la stragrande maggioranza della popolazione dopo i due anni non è più in grado di digerirlo.

2) Aver vissuto a stretto contatto con animali molto diversi da noi, significa aver subito anche i danni di tutte le malattie che da loro ci venivano trasmesse. Ovviamente la maggior parte della malattie sono “specie-specifiche” (cioè fanno presa solo su di un particolare organismo), ma molte invece sono in grado di passare da una specie ad un’altra perché “attaccano” un particolare tessuto (o organo) che quella specie condivide con un’altra (o più di una). Se, ad esempio, la mucche erano caratterizzate dal soffrire di una febbre particolarmente violenta, essa avrebbe trovato anche nella fisiologia umana terreno fertile su cui attecchire e per questo gli individui di Homo Sapiens che nascevano PER CASO, più resistenti a quella particolare malattia erano immediatamente favoriti dalla selezione esterna. E questo perché ci ha recato del vantaggio? Questo davvero a niente, semplicemente ha reso la nostra specie (in particolare le popolazioni che vivevano sfruttando l’allevamento) più resistente a quel tipo di malattie.
[è proprio questa maggiore tolleranza alla malattie di origine bovina e suina che ha permesso a pochi conquistadores di poter sbaragliare intere città di civiltà Atzeche, Maya e Inca: bastava che uno di loro fosse affetto da una comune febbricciola affinché quella si trasmettesse alla stragrande maggioranza della popolazione indigena causandone lo sterminio (vedi Armi Acciaio e Malattie, di Jared Diamond)].

Pensate che l’effetto Baldwin è così difficile da capire che qualche anno fa in Cina andava in onda una pubblicità-progresso martellante sulla necessità che i cittadini, soprattutto i bambini, bevessero tanto latte “Che fa tanto bene! Tutti bevono il latte! Ti devi solo abituare!”… Come se l’abituarsi volontariamente al latte potesse modificare il comportamento dei nostri geni nelle generazioni future, in un’era in cui NON VI E’ NESSUNA PRESSIONE SELETTIVA PER QUANTO RIGUARDA LE NECESSITA’ ALIMENTARI. Un conto è tenere un comportamento che viene attivamente selezionato dal normale processo di evoluzione, un altro conto pensare che un comportamento non accompagnato da nessuna pressione esterna possa in qualche modo influire sul nostro DNA.