Figlio d’arte? No grazie

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Due strade divergevano in un bosco, ed io
io presi la meno battuta,
e di lì tutta la differenza è venuta
Robert Frost, The Road Not Taken

Così, a prima vista, l’idea del figlio d’arte rievoca solo sensazioni legate alla tradizione, alla passione familiare, alla serietà, al tramandarsi qualcosa di speciale di generazione in generazione… come una sorta di certificato di garanzia, una specie di prodotto della terra col marchio DOC, che come ben noto sta per “Di Origine Controllata”.
Basta una sguardo un attimo più attento per poter vedere chiaramente come stanno le cose: serve solo scostare la tendina quasi trasparente per permettere ai nostri occhi troppo pigri e incanalati per poter vedere distintamente di che si tratti.
Per un alimento, o una merce generica (sia esso vino, formaggio, o una particolare varietà di tabacco), poter mostrare il proprio marchio certificato è chiaramente una garanzia di qualità: esso indica che nonostante il mutare dei tempi e il passare delle generazioni il prodotto ha mantenuto intatto il suo sapore originario, quello che lo ha reso non comune e ricercato.
Al contrario, dovrebbe essere evidente che per una persona in carne ed ossa risulti quanto meno svilente dover esibire il proprio certificato di origine controllata: esso non è garanzia di qualità ininterrotta, ma di qualcosa di molto più amaro, molto più pigro e egoistico. Indica cioè che io, genitore, sono stato talmente miope e noncurante che mio/a figlio/a non è riuscito/a a fare altro che a percorrere il sentiero che già io avevo aperto nel meraviglioso giardino inesplorato delle vita:
Io sono la guida e so per esperienza come si attraversa indenni questa luogo. Vieni dietro di me, e non avrai nulla da temere. Stammi dietro, metti i piedi dove li ho messi io, e non ti farai male”.
Non suona terribile?
E anzi, se posso provare a spingere ancora più a fondo la mia critica, vedo la situazione ancora più drammatica di quella appena descritta: la frase appena inserita tra virgolette sarebbe l’equivalente di un padre che avesse vissuto la sua vita e che poi, dopo essere tornato indietro, avesse condotto la propria progenie verso una meta già visitata… e invece non è affatto così: normalmente (questo è un figlio d’arte) l’iniziatore della tradizione (cioè il maestro e artista) è talmente preso dalla propria vita, dalla propria esplorazione del rigoglioso giardino delle possibilità, da trascurare completamente di curarsi del/della bambino/a che ormai lo segue, che arranca lungo le sue orme troppo distanziate, troppo frettolose e troppo prese dalla scoperta del mondo.
Il figlio si trova così abbandonato a sé stesso, troppo piccolo per capire che quell’immenso giardino non può nuocergli, ma che può solo mostrargli le sue meraviglie, celate dietro ogni cespuglio (apparentemente) tetro e intricato.
In questo modo passano gli anni, passano le stagioni della vita, e il figlio si trova a riconoscere il genitore solo tramite l’arte per il quale la fetta di società alla quale appartiene gli porge da sempre il proprio plauso. Così, un po’ per voglia di imitare (chi non vorrebbe imitare lo stile di vita che ha reso “artista” il proprio maestro?), un po’ per la mancanza completa di altri stimoli, il/la figlio/a si ritrova troppo grande, a percorrere in solitaria un percorso marcato sempre meglio, sempre più inquadrato, sempre più difficile da abbandonare in nome dell’ignoto. E’ semplicemente in questo modo che si diventa figli d’arte, ovvero fallimentari tentativi di replicare ciò che il proprio genitore ha mostrato di essere per davvero, chiaramente sotto la spinta delle proprie pulsioni e delle proprie esperienze (più o meno irripetibili).
I figli d’arte sono quindi testimonianza che la poca attenzione che i genitori hanno rivolto loro li ha portati a non sperimentare niente che non fosse già stato provato, e ad accontentarsi di cercare di replicare il successo degli artisti, dei genitori, impresa a dir poco impossibile (quanti figli d’arte hanno superato i loro maestri? Si contano sulle dita di una mano mutilata).
I figli d’arte, in definita, possiedono sì il marchio DOC, ma il significato è completamente differente e sta per “Di Origine Costretta”. E proprio per questo un genitore dovrebbe essere immensamente felice che il/la figlio/a si dedicasse a qualcosa di completamente differente rispetto a quello che ha tenuto occupato lui per tutta la vita: significherebbe che nonostante tutto, nonostante tutta la fatica fatta per attraversare le meraviglie e le avversità dell’immenso giardino, il genitore sia ancora in grado di capire che la sua non è stata altro che una delle infinite vie verso la felicità, verso la meta.
Nella vita (e questo lo sanno tutti) quello che conta non è la meta finale, che è la medesima per tutti. Nella vita quello che conta è il percorso e percorrere una strada già battuta è, quantomeno, triste.

Giada, artista emergente

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SCENA 1.

Giada ferma la lingua e riprende a muovere la testa su e giù, a labbra strette. Ha messo anche il rossetto rosso, che darà il tocco di classe finale alla sua opera, lasciando un preciso alone purpureo alla base del cazzo, quando avrà terminato di fare quello che sta facendo: compito disgustoso, ma indispensabile per la riuscita del suo progetto. Si aiuta anche con le mani: accortezza fondamentale per attirare su di sé tutte le attenzioni dell’uomo che sta disteso sul suo letto.
Si crede predatore, l’idiota.
Si era sentito splendido e brillante per tutta la sera, senza fiutare minimamente che, ora dopo ora, non aveva fatto altro che eseguire esattamente quello che lei gli chiedeva: l’ora dell’appuntamento, il vestito da indossare, i colori da abbinare, il ristorante… e ora, che crede di avere fatto breccia nella tana di lei, di esserle finalmente entrato dentro a tutti gli effetti, proprio ora si renderà conto di quanto poco in là avesse visto il suo occhio da cucciolo di predatore.
Fin dall’inizio, la preda era sempre stato lui.
Giada apre gli occhi, e rallenta il suo movimento: vuole che lui la guardi, vuole stregarlo, fargli credere che fin dall’inizio della serata il suo unico desiderio sia stato quello di succhiarglielo fino in fondo, avidamente, fino alla fine. Dopo pochi secondi, e ne era certa, lui apre gli occhi e la guarda intensamente: la fissa, a labbra socchiuse, e le afferra i capelli dietro la testa, con violenta delicatezza.
Dopo poco lei sente la carne che ha in bocca che inizia a pulsare, e vede la sua vittima reclinare la testa indietro, strizzando gli occhi nella smorfia di massimo godimento che il corpo ci concede: ci siamo quasi. Dopo un attimo le mani di lui le premono vigorosamente la nuca, per spingerle in cazzo fino in fondo alla gola, più dentro possibile, e lei aggrada con piacere quella volontà, consapevole di cosa significhi… e infatti poco dopo il prezioso seme inizia a sgorgare caldo e lei è attenta a non ingoiarlo o a farlo fuoriuscire dalla bocca: le serve tutto, per il suo ambizioso progetto.
Ancora qualche secondo e le mani di lui lasciano la presa. Giada si sporge fuori dal letto e da sotto tira fuori un vasetto di vetro, in cui depone tutta la crema bianca appena prodotta dalla sua vittima, chiudendolo poi a dovere col coperchio dorato. Una specie di marmellata, le viene da pensare. Ripone il vasetto sul comodino accanto alla lampada accesa, unica fonte di luce della stanza, e si mette a guardare il corpo della sua vittima. La sostanza con cui lo aveva drogato, al ristorante, aveva sortito il suo incredibile effetto ancora una volta: è come se al momento del coito il cervello della preda si congelasse per sempre in quella specie di impotente fremito convulsivo che caratterizza l’apice dell’amplesso, mai più capace di tornare alla realtà. A guardarlo così, ora, senza più nemmeno la facoltà di parlare, non sembra più nemmeno un uomo, non assomiglia per niente al mito tanto decantato del re dei predatori, il cacciatore per eccellenza. Non che “uomo” lo fosse mai stato tanto, in realtà. Un attimo dopo lo sguardo di lei si sposta con precisione geometrica sul cazzo, ormai privo di forze: lo tira su, con mano ferma, e lo prende nuovamente in bocca, curandosi di tenerlo tutto dentro, escluse le palle. Poi, con forza, stringe i denti e lo strappa via, come fosse un frutto maturo, prossimo a cadere dall’albero. A quel punto tira fuori da sotto il letto un piatto, un grande piatto bianco e pesante, e ci lascia cadere sopra il moncherino, con qualche inevitabile schizzo di sangue che contribuisce a puntinare qua e là di rosso il resto del piatto, altrimenti pulito.

SCENA 2.

Si sente una voce femminile, una di quelle tipiche voci che hanno le guide ai musei: alta e squillante, monocorde, didascalica.
“Seguitemi da questa parte, ora. Ci aspetta l’opera di Tigre di Giada, con tanto di attore in carne ed ossa, prestatosi gentilmente ad interpretare il protagonista della scena per tutta la durata dell’esposizione. La riuscita dell’opera, come potrete giudicare voi stessi, è dovuta in gran parte all’abilità dell’uomo nell’interpretare il suo ruolo.
Eccoci, ci siamo tutti? Bene, continuiamo.
In questa sala, come potete vedere, l’artista ha ricreato gli atti finale di un delitto, un delitto violento e passionale. In quella che vuole essere solo una normale camera da letto l’artista, fanese di nascita ma milanese d’adozione, ha inserito un uomo nudo e sporco di sangue, in preda ad una sorta di incoscienza delirante e privo del pene, strappato via e deposto su un piatto bianco sul comodino, accanto al letto. Come potete vedere, accanto al piatto c’è anche un vasetto di vetro con dentro del liquido bianco, che simboleggia lo sperma dell’uomo, della vittima, e sull’etichetta del vasetto potete leggere chiaramente “Incubo, alba”… purtroppo, o per fortuna, dipende da quanto vi piaccia fantasticare, questo è un particolare che l’artista non ha mai voluto spiegare in maniera univoca, limitandosi a dirci che intendeva racchiudere in due parole esemplari una certa sensazione, ovvero che dopo gli incubi, per quanto orribili, alla fine giunge sempre l’alba a svegliarci… e a tranquillizzarci, aggiungo io, che sono un’inguaribile ottimista! Oppure potrebbe essere l’anagramma di qualcosa, forse di un nome… ma questo non scrivetelo sui vostri blocchi di appunti, altrimenti mi farete perdere il posto, eh eh eh.
Prestate attenzione, ora, a quella sorta di alone rosso che l’artista ha disegnato intorno al pene della vittima, o meglio del carnefice, catapultato improvvisamente nel ruolo di vittima… un alone rosso, e rotondo, come a volerci dire che è proprio quel particolare la chiave interpretativa di tutta l’opera, come se proprio l’atto di strappare via il pene, ovvero la parte colpevole della carne, potesse ridare dignità alla figura dell’uomo. Qui Tigre di Giada ci sta urlando che l’unico vero uomo è l’uomo che non possiede ciò che lo rende tale, arrivando così a privare la parola “uomo” del suo contenuto più naturale, quello condiviso da tutti, anche dalle altre specie animali. Infine, l’ultimo particolare su cui voglio attirare la vostra attenzione prima di passare oltre, è la cura che l’artista ha impiegato nel ricostruire la stanza da letto, prestando attenzione al conferirle omogeneità nell’utilizzo dei colori. Osservate infatti come i tessuti e l’arredamento riprendono tutti gli stessi toni caldi: il mogano, il parquet, il color sabbia delle lenzuola, il rame del tappeto. Perfino i vestiti dell’uomo, gettati lì in terra, ai piedi del letto, col loro colore marrone scuro si intonano al resto dell’ambiente domestico. Come a voler simboleggiare che l’uguale chiama l’uguale, e mai il diverso. Qui l’artista ribalta l’interpretazione psicologica del fenomeno magnetico dell’attrazione degli opposti: Tigre di Giada ci vuole comunicare che il male attrae solo altro male, per quanto di forme diverse.
Bene, su Tigre di Giada, artista emergente dall’underground artistico italiano contemporaneo, c’è veramente poco altro da dire, se non qualche informazione di carattere più puramente personale, ma tornerò su questi aspetti solo se ci avanzerà del tempo alla fine della visita: ci sono ancora molte altre cose da vedere. Andiamo avanti, seguitemi”.

A queste parole il gruppo di visitatori inizia a spostarsi lentamente, seguendo la guida nella sala adiacente. Solo una persona rimane indietro: una ragazza sulla ventina, alta, bionda, e con grandi occhi color nocciola, elegante e raffinata. Rivolge l’attenzione al titolo dell’opera, “Invidia del pene”, e le labbra le si piegano in uno strano sorriso amaro, ma compiaciuto.