E così saresti vegetariano?

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Sì, sono vegetariano da tanti anni ormai, e le discussioni sul cibo le conosco a memoria.

Come un esperto nel gioco degli scacchi, ne conosco tutte le aperture e tutte le varianti più famose: un vegetariano “di lunga data” possiede un elenco di risposte pronte che riutilizza ad ogni occasione, perché sono sempre le stesse obiezioni che gli vengono rivolte. Spesso, infatti, ad una discussione tra “erbivori” e “carnivori” si assiste ad un forte incalzare degli ultimi verso i primi, nel tenace tentativo di mostrare che anche i vegetariani, nel loro modo di vivere, tradiscono un’enorme incoerenza e ipocrisia di fondo: mangiare cibi di colore rosso (per i quali vengono uccisi miliardi di insetti della stessa famiglia delle coccinelle), possedere un casco da scooter con rifiniture in pelle (proveniente dall’uccisione di una mucca), utilizzare l’automobile per muoversi (contribuendo all’inquinamento globale), comprare oggetti high-tech di provenienza cinese (contribuendo allo sfruttamento degli operai sottopagati), eccetera.

La lista potrebbe continuare a lungo, anche per il più scrupoloso dei vegani (basta camminare in un prato per rendersi colpevoli della morte di svariate decine di innocenti formiche).

Di fronte a questa serie di obiezioni la maggior parte dei vegetariani fa finta di niente, convinta di parlare con l’ennesimo ignorante saccentone, che vuole mostrare loro che in fondo in fondo la loro scelta non vale un’acca.

Io invece sono profondamente convinto della correttezza delle obiezioni, e le condivido. Mi dispiace molto di essere costretto a utilizzare l’aereo per andare a trovare gli amici che abitano oltre la manica, e mi dispiace ancora di più constatare che nel mondo non c’è praticamente alternativa ai motori a benzina (la bicicletta va bene, ma solo per tratti di pochi chilometri). Senza parlare del dispiacere che provo quando scopro che tutti i componenti del mio costosissimo computer sono prodotti a prezzi da fame in una gigantesca fabbrica cinese, in cui il tasso di suicidio dei dipendenti è il più alto mai registrato all’interno di una singola azienda.

Le alternative sono due: o (1) ci si chiama fuori completamente dalle dinamiche della società contemporanea, o (2) si cerca di fare del proprio meglio.

Una persona può scegliere di chiamarsi fuori, e darsi all’eremitaggio: se ne va a vivere nella sua casa isolata, in campagna, senza energia elettrica, senza macchine a benzina, con le sue due galline ruspanti e la sua mucca da latte. É una possibilità, senza dubbio. Ma una scelta del genere in che modo si propaga? Una volta che il suo portatore fosse passato a miglior vita cosa resterebbe delle idee che ne muovevano le scelte? Solo un malridotto casolare da ristrutturare. Non rimarrebbe davvero nient’altro. Per definizione, un’eremita decide di slegarsi dalle dinamiche della società: da essa non vuole niente e niente sente di dovergli dare.

Molto più interessante è la vita di una persona che invece resta in mezzo agli altri, cosciente di tutti i limiti che accompagnano le sue scelte. Rimanendo cosciente dei propri limiti un vegetariano smetterà di sentirsi migliore di un non-vegetariano. La smetterà di pensare di appartenere ad una ristretta cerchia di eletti che si comportano in maniera davvero morale, a differenza di tutti gli altri che invece non lo fanno.

Quello che penso è che tra una persona “per bene” non-vegetariana e una persona “per bene” vegetariana la differenza sia solo di quantità, e non di qualità. Cioè non c’è nessuna demarcazione netta tra chi mangia carne e chi no: semplicemente i secondi hanno fatto un passo in più nella direzione che anche gli altri hanno intrapreso.

Tale direzione è quella che muove i passi di ognuno di noi, quotidianamente: cerchiamo di fare del nostro meglio, ovvero cerchiamo di vivere felici, sforzandoci di non arrecare danno agli altri con le nostre scelte.

Così si capisce finalmente perché è sbagliato che un vegetariano si senta “migliore” di un non-vegetariano in senso forte, definitivo. Si dovrebbe sentire migliore solo nella misura in cui anche il non-vegetariano si sente migliore di un convinto razzista, o di uno che per gioco maltratta gli animali: si cerca di evitare comportamenti che arrechino danno agli altri, persone o animali.

Inoltre mi preme di fare un’altra osservazione che trovo largamente condivisibile (e condivisa, appunto): più siamo responsabili diretti del bene/male che causiamo, più siamo buone/cattive persone. Mi spiego meglio: se faccio una buona azione “per sbaglio” nessuno fa di me un eroe, no? Così come se procuro danno a qualcuno per sbaglio, involontariamente, nessuno mi tratterà come un delinquente (a patto che gli ripaghi i danni). Allo stesso modo se una mia azione, come prendere l’autobus per andare a lavoro, comporta l’utilizzo di benzina, che comporta una sempre maggiore richiesta del prezioso oro nero, che a sua volta comporta una guerra in medio oriente da parte delle grandi aziende petrolifere che vogliono accaparrarsi i maggiori giacimenti… sì, sono colpevole, ma in maniera molto minore rispetto al tirare senza motivo un calcio ad un cane randagio. Quest’ultima azione infatti dipende da me in maniera diretta, e non alla fine di una lunga sequenza di cause-ed-effetti. Un altro esempio: per il mio lavoro è richiesto possedere un computer e TUTTE le aziende produttrici sfruttano gli operai a basso costo dei paesi in via di sviluppo… Sì, sono colpevole, ma molto meno rispetto a uno che va a fare turismo sessuale nelle stesse località dalle quali provengono i pezzi del mio computer.

Detto questo, aspetto con gioia il giorno in cui non sarò più costretto a sfruttare il mercato cinese per utilizzare un computer, il giorno in cui la pelle sarà bandita dai capi d’abbigliamento (con le pellicce siamo già a buon punto), il giorno in cui non ci saranno più formiche nei prati smetteranno di spacciarci il motore a scoppio come una buona invenzione, eccetera.

Nel frattempo faccio del mio meglio, senza bacchettare i miei amici non-vegetariani per una scelta che non hanno ancora fatto (o che non si sentono di dover fare): non faccio proselitismo e detesto chi lo fa, ma quando qualcuno che conosco mi dice che sta pensando di diventare vegetariano non posso che essere felice per lui e per me.

Infine un osservazione: nella maggior parte dei casi i non-vegetariani che si divertono a incalzarmi con le loro obiezioni, facendomi notare che sarei una specie di sognatore (ma potrei non essere l’unico – John Lennon), sono i primi che si sentono brave persone anche a causa del loro impegno nella raccolta differenziata. Perché, mi chiedo, la raccolta differenziata sarebbe meno utopistica della dieta vegetariana?

Qualcuno è un po’ più avanti e qualcuno è un po’ più indietro, ma è la stessa strada che percorriamo tutti, vegetariani e non.

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