Giada, artista emergente

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SCENA 1.

Giada ferma la lingua e riprende a muovere la testa su e giù, a labbra strette. Ha messo anche il rossetto rosso, che darà il tocco di classe finale alla sua opera, lasciando un preciso alone purpureo alla base del cazzo, quando avrà terminato di fare quello che sta facendo: compito disgustoso, ma indispensabile per la riuscita del suo progetto. Si aiuta anche con le mani: accortezza fondamentale per attirare su di sé tutte le attenzioni dell’uomo che sta disteso sul suo letto.
Si crede predatore, l’idiota.
Si era sentito splendido e brillante per tutta la sera, senza fiutare minimamente che, ora dopo ora, non aveva fatto altro che eseguire esattamente quello che lei gli chiedeva: l’ora dell’appuntamento, il vestito da indossare, i colori da abbinare, il ristorante… e ora, che crede di avere fatto breccia nella tana di lei, di esserle finalmente entrato dentro a tutti gli effetti, proprio ora si renderà conto di quanto poco in là avesse visto il suo occhio da cucciolo di predatore.
Fin dall’inizio, la preda era sempre stato lui.
Giada apre gli occhi, e rallenta il suo movimento: vuole che lui la guardi, vuole stregarlo, fargli credere che fin dall’inizio della serata il suo unico desiderio sia stato quello di succhiarglielo fino in fondo, avidamente, fino alla fine. Dopo pochi secondi, e ne era certa, lui apre gli occhi e la guarda intensamente: la fissa, a labbra socchiuse, e le afferra i capelli dietro la testa, con violenta delicatezza.
Dopo poco lei sente la carne che ha in bocca che inizia a pulsare, e vede la sua vittima reclinare la testa indietro, strizzando gli occhi nella smorfia di massimo godimento che il corpo ci concede: ci siamo quasi. Dopo un attimo le mani di lui le premono vigorosamente la nuca, per spingerle in cazzo fino in fondo alla gola, più dentro possibile, e lei aggrada con piacere quella volontà, consapevole di cosa significhi… e infatti poco dopo il prezioso seme inizia a sgorgare caldo e lei è attenta a non ingoiarlo o a farlo fuoriuscire dalla bocca: le serve tutto, per il suo ambizioso progetto.
Ancora qualche secondo e le mani di lui lasciano la presa. Giada si sporge fuori dal letto e da sotto tira fuori un vasetto di vetro, in cui depone tutta la crema bianca appena prodotta dalla sua vittima, chiudendolo poi a dovere col coperchio dorato. Una specie di marmellata, le viene da pensare. Ripone il vasetto sul comodino accanto alla lampada accesa, unica fonte di luce della stanza, e si mette a guardare il corpo della sua vittima. La sostanza con cui lo aveva drogato, al ristorante, aveva sortito il suo incredibile effetto ancora una volta: è come se al momento del coito il cervello della preda si congelasse per sempre in quella specie di impotente fremito convulsivo che caratterizza l’apice dell’amplesso, mai più capace di tornare alla realtà. A guardarlo così, ora, senza più nemmeno la facoltà di parlare, non sembra più nemmeno un uomo, non assomiglia per niente al mito tanto decantato del re dei predatori, il cacciatore per eccellenza. Non che “uomo” lo fosse mai stato tanto, in realtà. Un attimo dopo lo sguardo di lei si sposta con precisione geometrica sul cazzo, ormai privo di forze: lo tira su, con mano ferma, e lo prende nuovamente in bocca, curandosi di tenerlo tutto dentro, escluse le palle. Poi, con forza, stringe i denti e lo strappa via, come fosse un frutto maturo, prossimo a cadere dall’albero. A quel punto tira fuori da sotto il letto un piatto, un grande piatto bianco e pesante, e ci lascia cadere sopra il moncherino, con qualche inevitabile schizzo di sangue che contribuisce a puntinare qua e là di rosso il resto del piatto, altrimenti pulito.

SCENA 2.

Si sente una voce femminile, una di quelle tipiche voci che hanno le guide ai musei: alta e squillante, monocorde, didascalica.
“Seguitemi da questa parte, ora. Ci aspetta l’opera di Tigre di Giada, con tanto di attore in carne ed ossa, prestatosi gentilmente ad interpretare il protagonista della scena per tutta la durata dell’esposizione. La riuscita dell’opera, come potrete giudicare voi stessi, è dovuta in gran parte all’abilità dell’uomo nell’interpretare il suo ruolo.
Eccoci, ci siamo tutti? Bene, continuiamo.
In questa sala, come potete vedere, l’artista ha ricreato gli atti finale di un delitto, un delitto violento e passionale. In quella che vuole essere solo una normale camera da letto l’artista, fanese di nascita ma milanese d’adozione, ha inserito un uomo nudo e sporco di sangue, in preda ad una sorta di incoscienza delirante e privo del pene, strappato via e deposto su un piatto bianco sul comodino, accanto al letto. Come potete vedere, accanto al piatto c’è anche un vasetto di vetro con dentro del liquido bianco, che simboleggia lo sperma dell’uomo, della vittima, e sull’etichetta del vasetto potete leggere chiaramente “Incubo, alba”… purtroppo, o per fortuna, dipende da quanto vi piaccia fantasticare, questo è un particolare che l’artista non ha mai voluto spiegare in maniera univoca, limitandosi a dirci che intendeva racchiudere in due parole esemplari una certa sensazione, ovvero che dopo gli incubi, per quanto orribili, alla fine giunge sempre l’alba a svegliarci… e a tranquillizzarci, aggiungo io, che sono un’inguaribile ottimista! Oppure potrebbe essere l’anagramma di qualcosa, forse di un nome… ma questo non scrivetelo sui vostri blocchi di appunti, altrimenti mi farete perdere il posto, eh eh eh.
Prestate attenzione, ora, a quella sorta di alone rosso che l’artista ha disegnato intorno al pene della vittima, o meglio del carnefice, catapultato improvvisamente nel ruolo di vittima… un alone rosso, e rotondo, come a volerci dire che è proprio quel particolare la chiave interpretativa di tutta l’opera, come se proprio l’atto di strappare via il pene, ovvero la parte colpevole della carne, potesse ridare dignità alla figura dell’uomo. Qui Tigre di Giada ci sta urlando che l’unico vero uomo è l’uomo che non possiede ciò che lo rende tale, arrivando così a privare la parola “uomo” del suo contenuto più naturale, quello condiviso da tutti, anche dalle altre specie animali. Infine, l’ultimo particolare su cui voglio attirare la vostra attenzione prima di passare oltre, è la cura che l’artista ha impiegato nel ricostruire la stanza da letto, prestando attenzione al conferirle omogeneità nell’utilizzo dei colori. Osservate infatti come i tessuti e l’arredamento riprendono tutti gli stessi toni caldi: il mogano, il parquet, il color sabbia delle lenzuola, il rame del tappeto. Perfino i vestiti dell’uomo, gettati lì in terra, ai piedi del letto, col loro colore marrone scuro si intonano al resto dell’ambiente domestico. Come a voler simboleggiare che l’uguale chiama l’uguale, e mai il diverso. Qui l’artista ribalta l’interpretazione psicologica del fenomeno magnetico dell’attrazione degli opposti: Tigre di Giada ci vuole comunicare che il male attrae solo altro male, per quanto di forme diverse.
Bene, su Tigre di Giada, artista emergente dall’underground artistico italiano contemporaneo, c’è veramente poco altro da dire, se non qualche informazione di carattere più puramente personale, ma tornerò su questi aspetti solo se ci avanzerà del tempo alla fine della visita: ci sono ancora molte altre cose da vedere. Andiamo avanti, seguitemi”.

A queste parole il gruppo di visitatori inizia a spostarsi lentamente, seguendo la guida nella sala adiacente. Solo una persona rimane indietro: una ragazza sulla ventina, alta, bionda, e con grandi occhi color nocciola, elegante e raffinata. Rivolge l’attenzione al titolo dell’opera, “Invidia del pene”, e le labbra le si piegano in uno strano sorriso amaro, ma compiaciuto.

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Musica, danza e molto altro

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Sono uno scrittore. Non nel senso che riesco a campare con i diritti d’autore dei miei libri, magari. Sono uno scrittore nel senso che sono tanti anni ormai che scrivo per rivivere e analizzare qualsiasi cosa mi accada, sia in positivo che in negativo. Ormai, anzi, credo proprio di esserne diventato dipendente: finché non “scrivo su” la cosa che ho in testa, non sono tranquillo… è come se fossi consapevole che c’è qualcosa di incompleto, di inconcluso, di aperto, che aspetta di essere rivisto e riletto. Diciamo, per rimanere in tema, che è come se la mia vita fosse “la brutta” e poi la scrittura sulla mia vita fosse “la bella”. Vi sembrano chiacchiere? Tranquilli, anche a me.
Questo lungo e ahimè pesante prologo è dovuto al fatto che ultimamente ho avuto un’esperienza bellissima, direi quasi estrema, e avrei voluto “scriverci su” il prima possibile ma poi a causa di avvenimenti esterni a me ho dovuto lasciar trascorrere quasi venti giorni prima di potermi finalmente rileggere e, se necessario, correggere (ben inteso, mica è sempre necessario: di tanto in tanto succede di scrivere di botto qualche pagina che non abbia bisogno di alcuna correzione).
Oggi, finalmente, eccomi davanti alla mia tastiera e al mio monitor a perdere tempo con questa lunga introduzione, perché forse temo che quello che scriverò renderà molto meno bello quello che ho vissuto. Ma spero di no.
L’esperienza che voglio raccontare è quella nota ai più come “colpo di fulmine”, che non starò ad analizzare troppo: si tratta di una persona che nonostante non abbiamo mai visto prima, ci fa un’impressione talmente buona (come parla, come guarda, come ascolta, come si muove, eccetera) che la voglia di rivederla il prima possibile mette radici profonde nella nostra mente e diventa ospite quotidiano nella casa dei nostri pensieri.

È il 28 dicembre e mi trovo stranamente a Londra, in compagnia della mia sorellina adorata e di altri tizi, di cui solo uno mi è noto. Per la precisione lui si chiama G. ed è un mio compagno di università. Insieme a G. c’è la sorella e altri due individui, completamente insulsi (e infatti non li nominerò più, proprio a causa della loro inutilità nel mondo, almeno per quel poco che li ho conosciuti io).
Appena ci incontriamo (io e mia sorella con G. e sua sorella) si capisce che lei è “strana”, che cioè non vive nello stesso mondo in cui viviamo tutti noi: l’unica cosa che si nota sul suo volto disteso e pacifico è il burro-cacao violetto, sbafato ai lati della bocca. Da come cammina, da come si guarda intorno, da come respira, mi da la netta sensazione di provenire da un altro universo (che senz’altro condivide larghi aspetti del nostro, ma che possiede macroscopiche caratteristiche a noi ignote). E tutto questo prima ancora di averci parlato: a dire il vero ha pronunciato una sola parola da quando è arrivata, cioè il suo nome: M.
Il programma per la serata è di andare in un locale di WhiteChapel, precisamente il Rhytm Factory, e trascorrere lì la notte ballando musica elettronica. Non sono un patito dell’elettronica, ma quando becchi il Dj cazzuto, hai davanti a te una bellissima serata (almeno dal punto di vista musicale)… c’è poco altro da dire.
Terminate le presentazioni ci dirigiamo verso il locale e, se non fosse per un piccolo imprevisto (M. aveva dimenticato la bottiglietta d’acqua appena comprata al bancomat dal quale aveva prelevato poco prima e abbiamo dovuto aspettare che andasse a recuperarla) raggiungiamo il posto con largo anticipo sugli altri abitanti della capitale inglese: tanto è vero che non facciamo alcuna fila per entrare, né poi per depositare le nostre giacche al guardaroba (1 pound per ogni capo depositato, mortacci loro). All’ingresso veniamo perquisiti da un buttafuori nero e sorridente, di piccola statura, ma dal fisico che “massiccio” è dire poco e una volta dentro ci accorgiamo di essere praticamente soli nel locale: ci sono altre 2-3 persone al bancone, ma che tristezza…
Chiaramente siamo degli idioti (o forse lo sono solo io, che non l’avevo capito subito): quella non era la sala per ballare, che si trovava dopo un corridoio dal quale si accedeva anche ai bagni, sulla sinistra.
Passiamo davanti ai bagni e apriamo la pesante porta che ci divide dalla sala dove c’è musica per capire che è davvero presto: nonostante la sala sia molto piccola, dentro saremo meno di venti, persona più persona meno. Questo, senza dubbio, è un altro motivo per cui i miei occhi e la mia mente (i miei orecchi non posso dirlo, dato il volume della musica) abbiano dedicato larga parte della loro attenzione a M.: piccola e dai capelli tinti di un bel rosso-violaceo, diciamo a caschetto.
Non avendo altro di meglio da fare che ballare mi do alla danza, cercando di farmi possedere dagli alti e bassi cadenzati della musica che esce forte dalle casse, ai lati del palco. Il Dj non sembra un fenomeno, ma comunque la musica non mi dispiace… meglio così. Anche grazie a mia sorella, la cui sola presenza rende sempre tutto più facile e bello, riesco a breve a immergermi nel ritmo e, per un attimo, forse una mezz’ora buona, perdo di vista M. preso dalla voglia di ballare e di “spendere” una bella serata in questo locale inglese, fortunatamente in Inghilterra.

Ero ormai un tutt’uno con la musica quando i miei occhi vengono nuovamente attratti dall’unica altra ragazza della sala, oltre a mia sorella, meritevole di attenzioni: M. sta ballando piano, sola, vicino al palco… in realtà, più che ballare, sembra proprio che stia svolazzando delicatamente, librandosi a pochi centimetri dal suolo. È una specie di visione, mentre si muove con le mani lungo i fianchi e le calze bianche maculate di nero. Prima non avevo fatto caso a com’era vestita, ma ora non potevo davvero farne a meno: indossava una canottierina scura e aderente, che lasciava in bella mostra la sua pelle liscia e chiara, piacevolmente pallida e attraente. Mi avvicino ballando e inizio a parlarci, senza avere la minima idea di dove finirà la mia frase e perché lo farà, ma poco importa: muovo il mio sguardo su e giù tra i suoi occhi e la sua bocca, impreziosita da un bellissimo piercing al labbro inferiore, il piercing che adoro di più in una ragazza, e che non avevo ancora notato. Dopo due minuti passati a dire cose che non ricordo e ad ascoltare cose che ricordo ancora meno sento il suo sguardo farmi prigioniero: i suoi grandi occhi bronzei e affilati recidono tutti i miei dubbi e mi trovo avvinghiato al suo piccolo corpo, la mia bocca sulla sua bocca e la mia lingua nella sua. Certo non è impossibile, ma non è comunque così scontato trovarsi subito sulla stessa lunghezza d’onda nel modo di baciare: qualcuno è troppo timido, qualcuno troppo irruento, qualcuno semplicemente incapace… M. lo fa nel modo giusto, seguendo la musica (ma non in maniera maniacale) e seguendo i miei movimenti (ma prendendo l’iniziativa quel tanto che basta per non darmi la sensazione che stia facendo tutto io). La parte più antica del mio cervello mi dice di continuare e di non lasciarla andare via mai più. Le afferro la parte alta delle gambe, snelle, e la tiro su, in braccio e lei mi comunica subito che la cosa le sta bene, stringendo a sua volta le gambe intorno al mio corpo e le sue braccia intorno al mio collo: sarò stato lo zimbello di tutta la sala che, per quanto piccola, ormai contava davvero tante persone… ma anche se mi sforzo di dare peso a questa presa di coscienza, lo rifarei in ogni momento, in ogni vita e in ogni universo. Ogni tanto mi volto e lancio uno sguardo a mia sorella, anch’essa ormai in piacevole compagnia, che ricambia con un occhiolino o con un sorriso che significa “Sono con te”. La adoro. Ma in questo momento il sedere di M. stretto nelle mie mani e la mia bocca che scorre sul suo collo e sulle sua labbra mi distraggono da quella che sarebbe potuta essere una serata di devasto totale e di cazzate epiche con mia sorella. Poco male, di quelle ne avrò in abbondanza, ogni volta che mi andrà, da qui alla nostra morte. Ora l’intero mio universo è collassato in un unico punto: la pallina del piercing di M. che intrattiene la mia lingua.
Ad un tratto mi dice “Se vi va, a te e a tua sorella, potreste venire a fare l’after da noi…” e l’effetto che questa frase ha avuto su di me è paragonabile a quello che potrebbe avere l’essere attraversati da un fulmine (sarà mica per questo che si chiama colpo di fulmine?): se abbastanza fortunati da poterlo raccontare, l’unica cosa che ci verrà in mente sarà qualcosa del tipo “Dove sono? Cosa sono?” E non proverò a nascondermi dietro al dito del “è impossibile descriverlo a parole”: continuerò a descrivere M. a parole, a costo di risultare goffo e inverosimile.
Ballo un’altra ora con la dolce M. tenuta in braccio, avvinghiata come un cucciolo di koala sta avvinghiato al pelo di mamma-koala: ogni tanto ci spostiamo e scambiamo qualche parola sia con suo fratello, G., sia con mia sorella, vera regina della sala, con la sua massa di capelli lunghi, ricci, e biondi e la sua luminosa bellezza. I due ragazzi più belli della pista le vorticano intorno, chiaramente, ed entrambi parlano italiano, chiaramente.
Sono in uno strano “mood”: straniero, in terra straniera, eppure mi sento bene, benissimo. Sento in maniera talmente distinta che l’universo intero mi vuole bene, che si prende cura di me, che mi viene voglia di gridargli che anche io gliene voglio, ma che purtroppo sono troppo piccolo per ricambiare tutto il suo amore. Eppure anche questa impotenza non mi fa sentire male, anzi: mi sembra come se l’universo stesso mi rivolgesse un amichevole e confortante sorriso. Il sorriso di chi sa tutto, da sempre.
Le tre parole “After da noi” continuano a rimbombarmi in testa come l’enorme campana che scandiva la giornata nelle città antiche: allo stesso modo gli occhi di M. sbattono sui miei e scandiscono la mia serata e spero (e forse temo) che continuerò a sentirli a lungo, anche quando sarò invecchiato, e morto. E forse anche dopo.

La serata finisce e ci cacciano dal locale: “Mia sorella è con noi?” “Sì, sì” “Ok, andiamo”. Un taxi preso al volo e siamo a casa di M., non ricordo nemmeno dove. Sono le 5.00, più o meno, e noi quattro (io, mia sorella, G. ed M.) siamo ancora molto attivi, a differenza dei due soggetti insulsi di cui ho accennato poco sopra, che appena entrati a casa decidono di mettersi a riposare. Meglio così, chiaramente. Decidiamo di continuare a spassarcela e ci facciamo qualche joint in amicizia: uno lo faccio io, uno lo fai te, senza fretta e senza stanchezza, ma solo con la voglia di stare bene a chiacchierare, in attesa della piacevole notte (o meglio, mattina) che ci aspetta.
Salto a piè pari le due ore trascorse in compagnia di G. e di mia sorella non perché non siano state piacevoli, ma perché mi distolgono dal racconto principale, quello che mi interessa in questo frangente: M. e solo M., e i suoi tratti delicati e completamente disarmanti. Sono nudo ogni volta che mi rivolge lo sguardo o la parola (anche le parole che sceglie per parlare sono come musica, per me): e sono felice di esserlo, appagato dal delicato aprirsi e chiudersi delle sue labbra, che mi guardano, e del sussurrante aprirsi e chiudersi dei suoi occhi, che mi baciano. Sono talmente confuso che tutti i problemi che normalmente mi assillano sembrano talmente distanti da non dovermene preoccupare più. Mai più. Mi sento come abbandonato su un’isola paradisiaca, con tutto quello che si potrebbe desiderare e la promessa contemporanea di tutti i capi di stato che da quel momento in poi al mondo si farà solo la pace, e non più la guerra. Non dobbiamo più lottare, arrabbiarci, indignarci, perché non c’è più niente per cui valga la pena farlo: abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti, è finita. L’umanità ce l’ha fatta e finalmente la storia conoscerà la sua prima pagina priva di guerre. Quando in futuro studieranno la storia il 28 dicembre 2012 sarà una di quelle date al pari dell’anno 0, dell’anno 1455, del 1789, del 1969… il 2012 verrebbe ricordato come “Il Grande Giorno”: mentre l’inizio della storia (con la “s” minuscola) si fa coincidere con una comparsa, la comparsa della scrittura, l’inizio della Storia (con la “S” maiuscola) si farà coincidere con una scomparsa, la scomparsa della guerra.

Torno alla realtà, nella stanza di M., e scopro che mia sorella e suo fratello sono usciti, lasciandoci finalmente soli (e non è un “finalmente” di liberazione, piuttosto è un “finalmente” come quello che esclamavamo da bambini la mattina di natale, alla vista dei doni sotto l’albero: se ci avessero dato i regali di Natale il 23 dicembre non sarebbe stato un Natale altrettanto piacevole, credo). La spoglio, mi spoglio, lei spoglia me e finalmente siamo nudi: emaniamo calore e radiazioni come nemmeno un corpo nero potrebbe fare. Come le stelle, brilliamo di luce nostra. Facciamo l’amore (ma poi, si può fare l’amore con uno sconosciuto? Sì, dopo quella notte, io credo di sì) per ore, senza staccare i propri occhi dagli occhi dell’altro, se non per il tempo strettamente indispensabile a portare le labbra, e quindi lo sguardo, su un’altra parte del corpo che non è il proprio, per poterne calmare (o forse accentuare) i fremiti. Non eravamo mai sazi, ne volevamo ancora, sempre di più, sempre più in profondità, sempre più vicini tra di noi e sempre più lontani da tutto il resto: talmente lontani da avere le vertigini, se ne avessimo preso coscienza. Il suo corpo è troppo bello per essere vero, troppo morbido e insieme troppo sinuoso per essere reale: mi allontano un attimo per guardarla, per assicurarmi che ci sia davvero, e per non dover temere di risvegliarmi di botto dal sogno più bello della mia vita. M. è lì, il suo corpo premuto contro il mio, e l’unica cosa che può paragonarsi al mio desiderio è il suo, non ho dubbi. Stranamente non mi sento come se volessi avere più mani, o più bocche, per poter godere di più di lei e del suo corpo: mi bastano le mie mani e la mia bocca per cogliere tutto il nettare che lei emana con ogni suo gesto. Un po’ come la scia di polvere fatata che Trilli, la fatina di Peter Pan, lascia dietro di sé quando si muove, che testimonia che è viva.

Poi ad un tratto, non ricordo né come né quando, ci siamo fermati a riprendere fiato, a guardarci l’un l’altro e a sorridere della propria (e dell’altrui) bellezza senza confini. Quando mettiamo la testa sul cuscino, abbracciati, il sole è già alto da ore a risvegliare Londra e il modo tutto suo di vivere la vita e la felicità.

Sardegna, isola di pace

Quando si parla di sesso, soprattutto a tu per tu col proprio nuovo partner (e ancor più spesso se si tratta di un partner occasionale) qualcuno ad un certo punto chiederà: “La tua posizione preferita?” e allora, spesso, si ha timore di “confessare” che la propria posizione preferita è la lussuriosa pecorina… Perché, mi chiedo, questo sentimento di vergogna? Perché aver paura di dichiarare che “Sì, mi piace farlo come lo fanno gli animali”?* Temo che il motivo lo conosciamo tutti: la tanto decantata superiorità della specie umana. D’accordo, è innegabile che l’uomo possieda qualche peculiarità che lo contraddistingue da tutti gli altri animali, questo è un fatto, ma perché mai questo dovrebbe farlo vergognare delle proprie radici biologiche? Non riesco proprio a capirlo: ci vergogniamo di mangiare, di dormire? Eppure lo fanno anche tutte le “peggiori” bestie… Capiamo quindi che il problema non sono tutte le nostre radici biologiche, ma solo quelle riguardanti il sesso (e il colpevole, chiaramente, è quel signore che sta a Roma, che ama indossare un cappello che si chiama come un’arma da fuoco).
Il fatto che la nostra specie sia culturalmente più avanzata di qualunque altra specie mai apparsa su questo pianeta non aggiunge niente al fatto che, come tutti gli altri mammiferi, essa abbia poche necessità fisiche vitali: non avere fame, non avere sete, non avere freddo (e fino qui c’era arrivato già quel genio di Epicuro, due millenni fa), ai quali va aggiunta solo l’unica vera necessità per vivere felici: il piacere sessuale (a prescindere da come esso venga praticato).
Ho motivo di credere che la personalità più ammirata del mondo, decorata con i più grandi e rappresentativi riconoscimenti del genere umano, il cui intelletto abbia raggiunto le più alte vette scientifico-umanistiche, sarà comunque una persona più o meno insoddisfatta, se non potrà appagare periodicamente il proprio bisogno sessuale.
A partire da quanto sosteneva Hume, e cioè che la persona più ricca del mondo sarebbe infelice se non avesse amici con cui spartire la propria ricchezza (sulla famosa isola deserta), io credo che questa verità possa essere migliorata, o quantomeno approfondita. Credo cioè che ci sia una clausola di cui il filosofo scozzese non avesse tenuto conto: una persona ricca piazzata su un’isola deserta, con la compagnia di tutte le sue amicizie, sarebbe comunque triste a lungo andare se non potesse appagare i suoi bisogni sessuali. Non riesco a decidermi su quale dei due bisogni (amicizia e piacere sessuale) sia primario rispetto all’altro: le mie convinzioni dipendono in maniera troppo forte da quanto tempo è passato dal mio ultimo rapporto sessuale, e purtroppo non riesco a prescindere da questo.
Se mi immagino su un’isola deserta, piena di ottimo cibo facilmente reperibile, in compagnia di tutti i miei migliori amici (e magari anche una connessione ad internet e un credito illimitato su Steam), ma con la certezza di non poter mai più conoscere donna (in senso biblico, chiaramente), mi assale immediatamente il terrore e il mio cervello impiega un secondo a formulare un esclamativo “Mai!”.
Al contrario, se su quella stessa isola (dotata degli stessi confort), provo ad immaginarmici assieme all’elegantissima Cate Blanchett impiego molto più tempo e vaglio molte più possibilità prima di riuscire a formulare un titubante “Meglio di no…” con tanto di puntini di sospensione. Certo, prima o poi mi annoierei (e non è un condizionale: lo so che succederebbe) a fare sesso sempre e solo con Cate… ma ci vorrebbero degli anni! Mentre mi ci vorrebbe molto meno ad impazzire a causa della mancanza di donne sulla prima isola ipotetica (quella con solo gli amici).

E tutto questo solo per dire che la mia posizione preferita è, chiaramente, la pecorina.

E tanti saluti alla Sardegna, isola tutt’altro che deserta! 😉

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*In realtà si parla prevalentemente di mammiferi, ma la sostanza cambia poco: è il “sentirsi animali” che la nostra società ostracizza.

Apri la tua bocca…

la voglio riempire.

Dopo la definitiva approvazione della nuova traduzione italiana della Sacra Scrittura, la Chiesa italiana si è dotata di una nuova versione del Lezionario a uso dei fedeli nella partecipazione della Santa Messa.

Ok, abbiamo una serie di epic fail da parte della Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica, ma questo è uno dei più divertenti: quasi quasi il libro me lo compro, prima che gli cambino di nuovo il titolo 😀

E la dicitura a margine “decorazioni segrete” mi fa ancora più ridere… calza a pennello!

A loro difesa, poverini, sappiate che dopotutto è precisamente la traduzione di una parte del Salmo 80. LOL 😛

QUI se volete farvi due risate, e QUO se volete comprarlo (come ho fatto io!):

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Ah, giusto per non dimenticare!

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L’ammutinamento del corpo

Ogni uomo tende per natura al sapere“, dice Aristotele. Così si apre quello che altri hanno catalogato come il primo libro della metafisica. Meta-fisica, appunto, tradotto con “ciò che sta al di là della fisica”, ma c’è un errore grossolano: avrebbero dovuto tradurre Metà-fisica, con l’accento. Ogni uomo tende per natura al sapere, ma non sempre: talvolta alla verità preferisce il sapere illusorio, quello autocostruito.

Se una donna mi sorride sono fottuto: il mio homunculus si convince che l’unico motivo per cui quella donna mi ha sorriso è perché desidera che io faccia a brandelli il suo corpo, che la possieda fino allo sfinimento. Inutile la ragione, consapevolissima che quello è l’ultimo dei suoi pensieri… inutili le innumerevoli batoste passate, una lunga serie di docce gelate… inutile tutto: i neuroni di cui è costituita la mia volontà cominciano all’unisono ad intonare un mantra molto simile a quello dei rematori delle antiche galee: OOOH ISSA!.. OOOH ISSA!.. OOOH ISSA!.. La differenza fondamentale è che quegli schiavi lavoravano meglio quando erano sottoposti al mantra che gli dava il ritmo giusto. Il mio mantra invece è distruttivo e non mi permette di concentrarmi su alcunché: lo studio, il lavoro, le cazzate… perfino le cazzate mi riescono male quando i neuroni iniziano a cantare in coro. Anche loro remano, ma remano contro di me: “Forse mi ha guardato così perché le piaccio? Deve essere così, altrimenti come si spiegherebbe quello scambio di sguardi? è sicuramente quello il motivo!” E invece non potresti essere più lontano dalla verità: ti ha guardato perché fai sempre in modo di trovarti sui suoi passi, e le rivolgi continuamente tutte le tue attenzioni… ti ha sorriso perché, se non fossi stato troppo occupato a essere imbecille, ti saresti accorto che mentre lei si avvicinava la tua bocca era deformata in un sorriso smagliante, al limite del fastidioso, tra l’idiota e il cerebroleso. Lei stava semplicemente rispondendo con cortesia alla tua invadenza. Non c’è altro, davvero. Ma il tuo sesto senso (che per gli uomini è un sinonimo di “il tuo pene”) non ci sta: non può essere solo quello! E continui a remare, a faticare, per restare fermo. Fermo immobile al limite di un gorgo troppo grande perché tu possa anche solo immaginarti che è lì accanto a te, inevitabile. Inutile esternare i propri pensieri agli amici: loro non potrebbero capire cosa diceva il suo sguardo quando ti ha guardato! Era come se i suoi occhi implorassero: “Cosa aspetti a chiedermelo?” e allora perché non glielo chiedi, una volta per tutte? Impossibile: tutto quello che so e tutto quello che sono viene a mancare al solo pensiero di avvicinarmi e di rivolgerle la parola per primo: ci manca poco che casco lungo per terra semplicemente per figurarmi come potrebbe evolvere il mio approccio maldestro… E come se non fosse abbastanza mi si secca anche la gola, al limite del sopportabile: come potrei formulare una frase vagamente intelligente se solo per muovere la lingua mi è richiesto uno sforzo disumano? Vorrei anche deglutire, ogni tanto, ma la mia saliva ha deciso che oggi è il suo giorno di riposo e che non mi aiuterà. In compenso sono attivissimi tutti i miei pori e sento le gocce di sudore che mi pompano sulla fronte e sul collo: se non mi allontano in fretta finirà che tutti i presenti inizieranno a chiedersi cos’è che si sta putrefacendo vicino a noi. Così trovo la forza per biascicare un titanico “A dopo” e scappo, lentamente: le donne sono come i cani feroci messi a protezione degli sfasciacarrozze, quelli che sentono il tuo terrore. Tu sai benissimo che ti stanno fissando mentre ti allontani fingendo noncuranza: sulla tua schiena è come se vedessero un bersaglio dipinto e nonostante tutto non ti azzardi nemmeno ad iniziare a correre, anche se è l’unica cosa sensata da fare, perché da piccolo ti hanno insegnato che “Se scappi è peggio“… che enormi cazzate che ci insegnano quando siamo bambini. Alla fine cedo e mi volto, e lei deve essersi appena girata perché sta parlando con altre persone, e non mi stava rivolgendo nessuna attenzione particolare… eppure sono sicuro che se mi fossi girato un attimo prima i nostri sguardi si sarebbero incrociati indubbiamente: i nostri occhi si sarebbero guardati confessandosi reciprocamente tutti i nostri desideri. Alla fine giro l’angolo e sono salvo: il cuore mi smette di esplodere, la saliva revoca il suo sciopero e mi calmo; provo a muovere la lingua e la trovo di nuovo agile: riesco persino a mandare giù il rospo di saliva secca che ho in bocca.

Finirà mai questo ammutinamento? Arriverà mai il giorno in cui i marinai della mia nave faranno quello che ordino, senza tante storie?

Alfred e John – Il mestiere più antico del mondo

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

IL MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

Due amici sono in macchina, nel cuore della notte. Ad un certo punto, sulla strada di casa, attraversano una via frequentata da diverse ragazze poco vestite.

Alfred: Ci fermiamo?
John: Ma va’? Non pensavo fossi tipo da sesso a pagamento
Alfred: E cos’è che te lo faceva escludere?
John: Non so… il tuo modo di pensare, sempre aperto e anticonformista, immagino.
Alfred: E non ci vedi niente di anticonformista nel fatto che una donna si faccia pagare per il suo corpo?
John: No, assolutamente no. Ci sarà pur un motivo se lo chiamano ‘il lavoro più antico del mondo’, no?
Alfred: Hai ragione più di quanto tu stesso non creda, amico mio
John: In che senso?
Alfred: Nel senso che oggi è proprio come dici tu: non c’è davvero niente di anticonformista nella scelta di una donna di prostituirsi, e infatti la mia era una battuta. Credevo che mi conoscessi abbastanza bene ormai, ma forse mi sbagliavo.
John: Eddai Al! Sei tu quello che si diverte a fare sempre il bastian contrario. Poi non ti stupire se la gente ti prende sul serio quando dici qualcosa che va contro il loro modo di pensare
Alfred: Riesci sempre a incastrarmi John, e solo una persona che mi conosce profondamente bene potrebbe farlo. Te ne do atto.
John: Ecco. Aspetta un attimo però… prima hai detto che il degrado della prostituzione è legato ai tempi che corrono. Oggi, hai detto, non c’è niente di anticonformista in una donna che decide di vendere il proprio corpo… Vuol dire che prima lo era?
Alfred: Beh sì, anche se bisogna andare molto indietro nel tempo… considerando anche che la maggior parte delle ragazze che abbiamo visto prima non lo fa di propria scelta, ma questo è un altro discorso: io mi stavo riferendo esplicitamente a quelle prostitute che scelgono da sole la propria professione.
John: E perché? Quelle sarebbero anticonformiste secondo te?
Alfred: Non lo sono, infatti. Oggi quella è la via più facile per mettersi da parte un mucchio di soldi: lo trovi ad ogni angolo uno schifoso capo di governo pronto a pagare per del sesso facile. Anche se ci sono due categorie di persone che girano intorno al mondo della prostituzione che non riesco a biasimare nemmeno al giorno d’oggi…
John: E chi sarebbero? Sentiamo…
Alfred: Alla prima categoria appartengono tutti quegli uomini contro i quali la natura, o Dio, si sono accaniti formandone persone davvero poco piacevoli da guardare. Persone che, purtroppo, con molta probabilità morirebbero vergini, con l’unica “colpa” di essere sgradevoli alla vista…
John: E la seconda categoria?
Alfred: Questa è più interessante: è formata da tutte le ragazze e i ragazzi che si prostituiscono il venerdì e il sabato sera nei night club per pagarsi l’università… non sono ancora sicuro del mio giudizio, ma ogni volta che ci penso non posso fare a meno di provare solidarietà per il loro operato!
John: Sì va bene, ma non ci trovo niente di differente tra una ragazza che si prostituisce per pagarsi l’università e una che si prostituisce per comprarsi la macchina.
Alfred: Eppure la differenza c’è, ed è notevole anche!
John: Addirittura “notevole”?
Alfred: Pensaci. Una che ci si paga la macchina, ci si paga anche le bollette, la spesa, la casa… per lei la prostituzione è una scelta definita: è il suo modo di guadagnare…
John: …mentre per la ragazza del NightClub la prostituzione è solo un mezzo per poter studiare.
Alfred: Esatto. Una volta presa la laurea la ragazza, o il ragazzo, in questione sarà finalmente libero di mostrare quanto vale il suo impegno intellettuale.
John: Anche perché, diciamoci la verità, a fare del buon sesso imparano più o meno tutti: non è che si dia dimostrazione di gran valore se l’unica cosa che sappiamo fare è una cosa che sanno fare tutti per natura. Sì può essere particolarmente bravi, ma niente che non si raggiunga con un po’ di esperienza.
Alfred: Precisamente. Ed è proprio questo il motivo per cui ai nostri figli cerchiamo di insegnare l’impegno e lo studio: a posare nudi per qualche migliaio di euro sono capaci tutti, mentre per realizzare qualcosa di intellettuale ci vuole ben altro
John: Ok, ma torniamo al discorso iniziale… ormai sono troppo curioso di saperlo: a quale periodo fai risalire la prostituzione come atto anticonformista?
Alfred: Senz’altro a prima dell’avvento di Cristo, nostro salvatore… erano proprio gli albori della civiltà. Ti dicono niente le parole “Tu uomo, lavorerai con sudore e tu, donna, partorirai con dolore” ?
John: É la Bibbia no?
Alfred: Già… l’uomo lavora, la donna mette al mondo i figli e bada alla prole e alla casa. Oggi la sola idea che qualcuno possa pensarla ancora così ci fa accapponare la pelle, ma 4000 anni fa era naturale pensare una cosa del genere: io, uomo, lavoro e mantengo te… te, donna, in quanto inetta a sopravvivere da sola, mi sei debitrice e, non avendo niente con cui ripagarmi, mi appartieni di diritto!
John: Che cosa tremenda…
Alfred: Il fatto è che oggi io e te siamo convinti che una donna possa scegliere autonomamente se dedicarsi alla casa o alla carriera, senza alcuna costrizione imposta dall’alto, almeno in linea teorica. Purtroppo però il gene cattolico-casalingo è ancora lungi dall’essere estirpato dal nostro corredo culturale
John: Comincio a capire dove vuoi andare a parare, credo
Alfred: Vediamo… dove voglio andare a parare, secondo te?
John: Beh, al fatto che nel 4000 avanti Cristo non è che ci fosse tanta alternativa per una donna che volesse rendersi autonoma
Alfred: Esattamente! Una donna che, purtroppo o per fortuna, perdeva il marito… o che fosse costretta ad abbandonare il suo villaggio in seguito ad accuse infondate… o che, ancora, non avesse la tanto celebrata dote per “meritarsi” un marito che si prendesse cura di lei… tutte loro avevano un’unica possibilità di sopravvivere nell’ostile mondo che gli si apriva dinanzi…
John: E cioè prostituirsi
Alfred: Almeno questo è ciò che penso io. In qualche modo sono portato a credere che l’origine della prostituzione potrebbe essere visto come l’antenato delle moderne rivendicazioni di autonomia fatte dal movimento femminista.
John: Addirittura?
Alfred: Pensaci: sei una donna senza niente che ti appartenga, non hai qualcuno che ti possa sostenere, e il lavoro duro nei campi non ti rende come rende ad un uomo, sia perché sei fisicamente più debole sia perché, soprattutto, come donna avevi diritto ad un salario enormemente più basso. Era già tanto se ti davano un posto in cui dormire e il pane quotidiano
John: Quindi o rimanevi schiava a vita o ti prostituivi e, per così dire, ti “mettevi in proprio”…
Alfred: Fa uno strano effetto sentirlo dire, ma credo proprio di sì. Capisci ora perché cinque minuti fa ti ho detto che a chiamarlo “il lavoro più antico del mondo” avevi più ragione di quanta non ne credessi? Per quanto riguarda la storia del lavoro femminile, quello che oggi viene chiamato ‘Diritto al Lavoro’, è il discendente diretto dell’attivita delle prime prostitute.
John: Mi sembra così assurdo
Alfred: Secondo te perché il primo insulto che viene sempre in mente quando si deve offendere una donna è proprio “Puttana”??
John: Non ci ho mai pensato, a dir la verità. Credo che sia semplice maschilismo: l’uomo che rimorchia è un Don Giovanni, mentre la donna che lo fa è una zoccola
Alfred: No caro mio, non è così banale!
John: Tu cosa pensi?
Alfred: Io penso che l’insulto ci viene in mente in maniera così rapida perché è storicamente radicato nel nostro modo di pensare il mondo e, in particolare, la donna
John: Uhm… non ti seguo
Alfred: Immagina sempre la nostra ipotetica prostituta di 4000 anni fa: abitando nello stesso villaggio in cui abitano tantissime altre donne, tutte di proprietà di qualcuno, lei è l’unica che può decidere da sola della sua vita. Ha bisogno di una pecora? Se la compra senza chiedere niente a nessuno… desidera un vestito nuovo? Se lo compra, senza chiedere il permesso al marito, o al padre… Sono disposto a scommettere che nel villaggio fosse anche l’unica donna a potersi permettere una casa propria, senza nessuno a dirle cosa fare o come farlo
John: Mi stai forse suggerendo l’idea che la nostra prostituta fosse libera a tal punto dalla schiavitù domestica, da scatenare addirittura l’invidia e il disprezzo delle altre donne del villaggio?
Alfred: Ne sono pienamente convinto. Sì.
John: E che quindi, in qualche modo, l’insulto “Puttana” abbia radici femminili?
Alfred: Del tutto femminili. Anche perché, pensaci un attimo, quando ancora la prostituzione era agli albori della sua storia, che motivo avrebbe mai avuto un uomo per offendere la sua amante domenicale? Nessuno lo obbligava ad andare da lei, anzi… era addirittura disposto a pagare per giacere con essa anche solo poche ore
John: Cazzo hai proprio ragione… e quindi le altre donne non solo la guardavano con invidia a causa della sua totale libertà… erano pure costrette a sopportare il fatto che i loro mariti preferivano pagare un’altra donna invece di fare l’amore con loro. É naturale che la disprezzassero oltre ogni limite, aveva tutto quello che loro potessero desiderare: sia la libertà ché l’essere desiderata dagli uomini! Da questo al cominciare a pronunciare la parola “Prostituta” con disprezzo il passo è brevissimo e anzi, aspetta un attimo! Mettendola così viene anche ridimensionata la colpa di noi uomini nell’offendere qualsiasi donna col generico termine “Puttana”… non abbiamo fatto altro che fare nostra un’offesa che le donne hanno inventato per altre donne che invidiavano
Alfred: Hai fatto centro John: io non avrei saputo usare parole migliori.
John: Pensare controcorrente fa proprio bene alla mente.
Alfred: Certo non sempre si arriva a qualcuno di buono, ma di sicuro si arriva a qualcosa di nuovo.

ps: L’idea per questo dialogo mi è venuta mentre stavo leggendo Il Vangelo Secondo Gesù Cristo, di Saramago (la parte sulla Maddalena soprattutto).

Il credo dell’ateo

Trova le differenze!

Credo cattolico: Credo in un solo Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore Gesù Cristo unigenito figlio di Dio nato dal Padre prima di tutti i secoli. Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre. Per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto e il terzo giorno è resuscitato secondo le Scritture ed è salito al Cielo e siede alle destra del Padre e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti ed il suo Regno non avrà fine.
Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti.
Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.
Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati e aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. *Amen*

Il mio credo: Credo in un solo amore, sesso-dipendente, fatto non in cielo ma in terra, con persone visibili o invisibili.
Credo in un solo sesso, anche fatto in tre, grazie a Dio, nato dalla madre prima che incontrasse il padre: dito da dito, lingua da lingua, dildo vero da dildo vero, esagerato, non pensato, della stessa sostanza dello yogurt. Per mezzo di lui tutte le cosce sono state penetrate. Per noi vogliosi e per la nostra gaiezza, grazie al cielo, e per opera del preservativo santo, facilitato dalle miccie di vergine marijuana quando si è fatti per bene. É una vera gioia per noi sotto il cielo stellato, godi e rimani assorto. Il terzo, poi, chi l’ha chiamato? Secondo i Sorcini non era stato considerato… E di nuovo verremo, nel godimento, per sentirci vivi e non morti, e il nostro orgasmo non avrà fine.
Credo nel preservativo santo, che dall’HIV ti protegge la vita, senza farlo passare dal padre al figlio e con il pene e la vagina è adorato e glori-ficcato, e da il permesso e il mezzo agli sconosciuti. Credo il petting, lento, serio piacevole e appagante.
Professo l’orgasmo multiplo per la gloria dei peccati e aspetto l’approvazione di molti e la vita nell’orgia che verrà. *Godo*