Figlio d’arte? No grazie

road2

Due strade divergevano in un bosco, ed io
io presi la meno battuta,
e di lì tutta la differenza è venuta
Robert Frost, The Road Not Taken

Così, a prima vista, l’idea del figlio d’arte rievoca solo sensazioni legate alla tradizione, alla passione familiare, alla serietà, al tramandarsi qualcosa di speciale di generazione in generazione… come una sorta di certificato di garanzia, una specie di prodotto della terra col marchio DOC, che come ben noto sta per “Di Origine Controllata”.
Basta una sguardo un attimo più attento per poter vedere chiaramente come stanno le cose: serve solo scostare la tendina quasi trasparente per permettere ai nostri occhi troppo pigri e incanalati per poter vedere distintamente di che si tratti.
Per un alimento, o una merce generica (sia esso vino, formaggio, o una particolare varietà di tabacco), poter mostrare il proprio marchio certificato è chiaramente una garanzia di qualità: esso indica che nonostante il mutare dei tempi e il passare delle generazioni il prodotto ha mantenuto intatto il suo sapore originario, quello che lo ha reso non comune e ricercato.
Al contrario, dovrebbe essere evidente che per una persona in carne ed ossa risulti quanto meno svilente dover esibire il proprio certificato di origine controllata: esso non è garanzia di qualità ininterrotta, ma di qualcosa di molto più amaro, molto più pigro e egoistico. Indica cioè che io, genitore, sono stato talmente miope e noncurante che mio/a figlio/a non è riuscito/a a fare altro che a percorrere il sentiero che già io avevo aperto nel meraviglioso giardino inesplorato delle vita:
Io sono la guida e so per esperienza come si attraversa indenni questa luogo. Vieni dietro di me, e non avrai nulla da temere. Stammi dietro, metti i piedi dove li ho messi io, e non ti farai male”.
Non suona terribile?
E anzi, se posso provare a spingere ancora più a fondo la mia critica, vedo la situazione ancora più drammatica di quella appena descritta: la frase appena inserita tra virgolette sarebbe l’equivalente di un padre che avesse vissuto la sua vita e che poi, dopo essere tornato indietro, avesse condotto la propria progenie verso una meta già visitata… e invece non è affatto così: normalmente (questo è un figlio d’arte) l’iniziatore della tradizione (cioè il maestro e artista) è talmente preso dalla propria vita, dalla propria esplorazione del rigoglioso giardino delle possibilità, da trascurare completamente di curarsi del/della bambino/a che ormai lo segue, che arranca lungo le sue orme troppo distanziate, troppo frettolose e troppo prese dalla scoperta del mondo.
Il figlio si trova così abbandonato a sé stesso, troppo piccolo per capire che quell’immenso giardino non può nuocergli, ma che può solo mostrargli le sue meraviglie, celate dietro ogni cespuglio (apparentemente) tetro e intricato.
In questo modo passano gli anni, passano le stagioni della vita, e il figlio si trova a riconoscere il genitore solo tramite l’arte per il quale la fetta di società alla quale appartiene gli porge da sempre il proprio plauso. Così, un po’ per voglia di imitare (chi non vorrebbe imitare lo stile di vita che ha reso “artista” il proprio maestro?), un po’ per la mancanza completa di altri stimoli, il/la figlio/a si ritrova troppo grande, a percorrere in solitaria un percorso marcato sempre meglio, sempre più inquadrato, sempre più difficile da abbandonare in nome dell’ignoto. E’ semplicemente in questo modo che si diventa figli d’arte, ovvero fallimentari tentativi di replicare ciò che il proprio genitore ha mostrato di essere per davvero, chiaramente sotto la spinta delle proprie pulsioni e delle proprie esperienze (più o meno irripetibili).
I figli d’arte sono quindi testimonianza che la poca attenzione che i genitori hanno rivolto loro li ha portati a non sperimentare niente che non fosse già stato provato, e ad accontentarsi di cercare di replicare il successo degli artisti, dei genitori, impresa a dir poco impossibile (quanti figli d’arte hanno superato i loro maestri? Si contano sulle dita di una mano mutilata).
I figli d’arte, in definita, possiedono sì il marchio DOC, ma il significato è completamente differente e sta per “Di Origine Costretta”. E proprio per questo un genitore dovrebbe essere immensamente felice che il/la figlio/a si dedicasse a qualcosa di completamente differente rispetto a quello che ha tenuto occupato lui per tutta la vita: significherebbe che nonostante tutto, nonostante tutta la fatica fatta per attraversare le meraviglie e le avversità dell’immenso giardino, il genitore sia ancora in grado di capire che la sua non è stata altro che una delle infinite vie verso la felicità, verso la meta.
Nella vita (e questo lo sanno tutti) quello che conta non è la meta finale, che è la medesima per tutti. Nella vita quello che conta è il percorso e percorrere una strada già battuta è, quantomeno, triste.

So di non sapere: maledetto Socrate!

Avevo 19 anni quando giunse il momento di iscrivermi all’Università e optai per la facoltà di Filosofia tanto era stato entusiasmante lo studio di questa materia al Liceo.

Tra le lezioni e la conoscenza dei nuovi amici il primo anno filò liscio come l’olio, ma una volta capito che potevo farcela, che era solo questione di tempo prima di riuscire ad indossare la corona d’alloro, iniziò l’insoddisfazione: cominciai a convincermi che quello che facevo fosse completamente inutile e che avrei potuto dedicare le mie energie a qualcosa di più importante, di più interessante, di più concreto.

Alla fine del secondo anno la decisione era ormai presa: conclusa la laurea triennale in filosofia non avrei proseguito i miei studi con la laurea specialistica, ma sarei passato alla facoltà di Fisica. Dati i miei studi di Filosofia della Scienza e di Epistemologia sembrava la giusta rotta da seguire nel mare della conoscenza. Quella sì che sarebbe stata la mia strada: non lo studio della filosofia, per quanto interessante, ma lo studio dell’Universo, con l’unica materia che al giorno d’oggi può meritatamente fregiarsi del titolo di disciplina che studia l’Ontologia, che studia cioè “di cosa è fatto” l’universo e qual è il suo funzionamento.

Felice di questa nuova prospettiva completai con rinnovato vigore il rimanente percorso filosofico che mi si presentava davanti e dopo due anni eccomi iscritto alla facoltà di Fisica, finalmente felice di aver trovato quello che davvero mi interessava studiare. Ora finalmente i miei sforzi avrebbero avuto un senso: non più la Storia del pensiero, ma il Presente del pensiero!

Purtroppo bastò molto poco a farmi cambiare idea: conclusi il primo anno con assoluta determinazione a completare anche questa laurea triennale “in tempo”, come si suol dire, senza cioè finire “fuori corso”, ma già il secondo anno fu mentalmente devastante: capii che tutta quella mole di dimostrazioni, che tutti quei modelli, che tutta la matematica del mondo non mi avrebbero insegnato niente su quello che davvero mi interessava sapere. Capii che a stimolarmi veramente non erano gli atomi ed il loro mescolarsi, non era l’impossibilità di determinare contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella, le onde elettromagnetiche e la teoria dei campi… io volevo studiare la Vita e il suo manifestarsi nell’Universo, la biologia e le sue dinamiche: in una parola, volevo studiare l’Evoluzione. Cosa deve succedere affinché delle proteine si aggreghino per formare la prima proto-cellula? Come si aggregano le cellule per dare il via alla dinamica nota come “sopravvivenza differenziale del più adatto”? Come interagiscono tra di loro le specie e le loro nicchie ecologiche? Chi seleziona chi?

Oggi penso che forse la facoltà di Biologia potrebbe DAVVERO essere la mia strada, ma da buon empirista, sulle tracce del mio adorato Hume (il primo amore non si scorda mai), mi rendo conto che due indizi fanno quasi una prova e ho il forte presentimento che se dovessi optare per questo nuovo cambio di rotta mi ritroverei in poco tempo naufrago nel mare del dubbio: forse non tanto lo studio della vita e della sua evoluzione in generale, ma solo di quella eticamente rilevante, quella che può essere giudicata “volente o nolente” di fronte ad una propria azione… allora forse la facoltà di Medicina, e poi quella di Neuroscienze potrebbero essere la definitiva strada da intraprendere per soddisfare la mia sete di sapere e vedere ripagati veramente tutti i miei sforzi.

Ma forse no.

Una volta capito come funzionano i vari meccanismi che ci rendono Umani, perché non provare ad implementarli su un hardware diverso dal nostro? La nostra specie è il risultato di milioni di anni di trial-and-error alla cieca, compiuti grazie all’accumularsi degli errori di copiatura del codice genetico, generazione dopo generazione: allora perché non dovrebbe essere possibile accelerare di molto questo processo avendo bene in mente la direzione da seguire? Quale migliore via da seguire se non quella dell’Intelligenza Artificiale?

E se poi mi ritrovassi anche lì con un pugno di mosche? Se per sbaglio raggiungessi la convinzione che per capire a fondo la vita bisogna conoscerne la storia, e che la storia possieda un ritmo intrinseco di procedere, che non può essere accelerato a piacimento, cosa farei? Dovrei cambiare ancora, dedicandomi allo studio della Storia dei popoli e delle culture, dell’Antropologia e delle Lingue…

Embè, che c’è di male? “Studia tutto” -direte voi- “Tanto ormai la vita media si è allungata talmente tanto che potresti studiare per altri 50 anni senza problemi, e affrontare tutte le sfaccettature della conoscenza che ritieni necessarie!”.

Purtroppo questo non è possibile: più passa il tempo e più il nostro cervello smette di imparare. Perde elasticità e capacità di adattarsi a nuovi schemi concettuali e resta, come tutto, vittima del trascorrere inesorabile del tempo, fossilizzando sempre di più le convinzioni già acquisite.

A fronte di tanto nichilismo, che vi assicuro non è da me, quello che possiamo è soltanto “decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso”, come direbbe Gandalf.

E io, ora, mi farò una canna.

Fisica e Umiltà

Sono uno studente di fisica del secondo anno, miracolosamente in corso (“miraco-losamente” un cazzo, a rifletterci bene: sono due anni che studio anche 12 ore al giorno, per cui non c’è niente di miracoloso). Sì, devo recuperare due esami nella sessione straordinaria di settembre, ma è comunque un risultato di tutto rispetto, ve l’assicuro.

Oggi è il 20 luglio e fuori ci sono 30 gradi. Tutti gli altri studenti vanno al mare ormai da una settimana, ma io ancora no: il mio ultimo esame, prima del meritato riposo, è tra una settimana esatta: il 27 luglio.

Ormai sono giorni che non esco di casa e che il mio unico amico, chiaramente immaginario, è Maxwell… ebbene sì, qualcuno l’avrà capito, l’esame che sto preparando è il temutissimo Elettromagnetismo: un mattone di fisica teorica da 12 crediti (che, per chi si fosse laureato prima di questa maledetta riforma del 3+2, vorrebbe dire un esame dalla durata di un anno intero, uno di quelli grossi che fanno paura… per chi non si fosse mai affacciato all’università, invece, l’unico paragone che mi viene in mente è qualcosa che ha a che fare con tirare su un figlio, desiderato, ma che si rivela ingrato, problematico, bipolare e violento).

Ieri, dopo un’intensa giornata di studio (che significa sveglia alle 8:00, alle 9:00 sui libri, pausa pranzo dalle 13:00 alle 14:00, studio dalle 14:00 alle 20:00, pausa cena dalle 20:00 alle 21:00, e ultima tappa forzata dalle 21:00 alle 23-24:00), mi butto esausto sul letto e inizio a far rallentare il mio cervello poco a poco, inizio a pensare “a cuor leggero”… ad un tratto, chiaramente, mi viene in mente la famosa lampada di Aladino e i suoi tre desideri. Dopo un po’ che stavo sdraiato a fissare il soffitto, coccolando l’idea di poter trasformare il mio volere in realtà, penso: “Ma certo, la prima cosa che chiederei sarebbe che il professore di elettromagnetismo non mi bocci, dopo tutta la fatica che ho fatto”.

Riflettete un attimo su questo desiderio.

E rifletteteci ancora un attimo, per favore, prima di proseguire nella lettura.

Capite l’assurdità della situazione? Uno ha a disposizione tre desideri e la prima cosa gli viene in mente di chiedere al genio non è una laurea in fisica senza sforzo, non è una barca colma di vergini e di denaro, non è una scoperta fisica degna del premio nobel… è semplicemente che gli venga riconosciuto tutto lo sforzo che ha fatto.

Ecco, per me è precisamente questo l’insegnamento più importante che ci rimane dallo studio di discipline come la fisica e la matematica: l’umiltà, anche nei desideri.

Ai miei alunni

Quella che state per leggere è una lettera che un professore ha scritto ai suoi alunni, alla vigilia del trasferimento in un’altra città, dopo aver insegnato in quella stessa scuola per quasi quaranta anni.

Preparate i fazzoletti. 😉

********************************************************************************

Ai miei alunni
Quando entrai per la prima volta nella scuola media di Cori avevo ventisei anni, ne esco a sessantuno per andare ad insegnare a Catania. Lascio questo paese che mi ha dato tanto ed a cui, forse, non ho saputo ricambiare come avrei voluto, come avrei dovuto.
Non vado in pensione, nessun insegnante che si rispetti può mai andare in pensione finché c’è un ragazzo che ha voglia di imparare qualcosa, una storia da raccontare. Restare ai giardinetti con i pensionati mentre i ragazzi vanno a scuola, non mi piace, sarebbe una tortura. Vado via prima di quel tempo e vorrei che ci si ricordasse di me mentre faccio ancora lezione, correggendo un periodo sbilenco o insegnando l’importanza della Storia per essere cittadini e non clienti di qualche imbonitore di turno.
C’è tanto da fare anche altrove e altrove è un posto bellissimo, tutto da scoprire. Un’altra città, altre aule in cui crescere assieme. Ci saranno altri ragazzi nei quartieri di Catania e magari verranno dall’India o dalla Romania; poco importa anche con loro c’è da imparare. Avrò ancora storie da ascoltare, occhietti curiosi mi sbirceranno da sopra i banchi in attesa di una gratificazione od un affettuoso ”provolone” se non hanno fatto i compiti.
Con rammarico lascio i miei ultimi alunni della classe seconda A, del resto è inevitabile che sia così, ci sarà un naturale ricambio generazionale, mi auguro. Voi però abbiate cura del nuovo insegnante, se è giovane dentro, coccolatelo, fategli sentire che siete interessati alle sue lezioni, stimolatelo con la vostra curiosità, storditelo di domande e pretendete risposte. Se dentro è vecchio, non maltrattatelo troppo, compatitelo. Fare l’insegnante è un mestiere bellissimo ma difficile e non tutti quelli che dicono di esserlo sono realmente tali ed allora soffrono, perché fanno un lavoro per il quale non sono portati e solo un accidente di destino li ha messi dietro alla cattedra a tormentare gli alunni. Solo che poi, alla fine del triennio voi andate via, ma loro restano lì, bocciati a vita.
Ai miei studenti di oggi e di ieri voglio dire grazie per avermi sopportato per tanti anni, grazie per aver “subito” le mie accanite lezioni, grazie per aver digerito educatamente i miei rimproveri quando non facevate i compiti, quando non vi comportavate bene ed io vi richiamavo facendo leva sulla vostra sensibilità acerba ma vivissima.
Ne abbiamo fatta di strada, vi ho visto crescere, diplomarvi e laurearvi e voi diventare i miei capelli sempre più bianchi. Sappiate, però, che non mi sento vecchio per nulla, sono pronto ancora a giocare la vita, a coltivare il dubbio, a diffidare delle verità a scatola chiusa, ad usare sempre la testa, a restare curioso. E’ questo che ho sempre voluto per me e che voglio da voi.
Ora vado, perché sento che è giusto così, perché i sogni finiscono al mattino per ricominciare la notte dopo. Mi piace lasciarvi con un ultimo insegnamento: nella vita non esistono segreti! Tutto è possibile. Le montagne invalicabili, gli oceani immensi, i deserti inaccessibili: tutto è stato superato. Ed allora credeteci, credete in voi stessi, prendetevi la vita, non consegnatela ad altri. Abbiate conoscenza delle cose e la vostra fede, se vorrete averne una, non sia cieca e ubbidiente, ma vigile e critica.

Il vostro prof. Ettore Benforte

Cori, 28 giugno ‘12

********************************************************************************

Poi, dopo giorni che mi interrogavo sulla legittimità di scrivergli qualcosa, mi sono deciso e gli ho scritto qualche riga: DOVEVO comunicargli la mia gratitudine, e sapevo (diciamo “speravo”) che avrebbe gradito. E così è stato, per fortuna:

********************************************************************************

Buonasera “Prof” Benforte,
mi chiamo Luca e la prima cosa che sento di dover fare è chiederle scusa per averla chiamata “prof”, ma le righe che ha scritto l’altro giorno mi hanno colpito profondamente come uomo, e ancor più come studente.
Sono giorni che mi interrogo sulla possibilità di inviarle o meno questo messaggio, e finalmente mi sono deciso perché spero di riuscire a comunicarle qualcosa che, condensato, possa un domani ricordare con un semplice, ma non banale, “Grazie”.
Ho venticinque anni e nella mia quasi ventennale carriera di studente ho incontrato solo un paio di professori che rispecchiano in qualche modo le sue parole: uno è stato il mio maestro di Italiano alle elementari, al quale devo tutta la conoscenza della nostra bella lingua, e il secondo è stato il mio professore di storia e filosofia del liceo (al quale devo tutto il mio interesse per la Storia, e le storie in generale).
Quello del professore, e ancor più del maestro, è un mestiere difficile da imparare con l’esperienza e forse impossibile da imparare sui libri: è necessaria una dose di freschezza nuova ogni stagione, per non arrivare mai ad annoiarsi nel ripetere le stesse nozioni anno dopo anno; è necessaria perfino, io credo, una buona dose di immaturità per confrontarsi nel migliore dei modi con gli studenti più piccoli, più curiosi… è questa, forse, la parte più difficile nella vita di un insegnante: non dimenticarsi quanto è stato difficile crescere e imparare, giorno dopo giorno.
Dalle sue righe, però, si capisce che per quanto possa apparire difficile e remota quest’impresa del “rimanere giovani dentro”, ogni tanto qualcuno riesce a portarla a termine: tanto mi basta per avere fede che anche io potrò rimanerlo a mia volta, quando il tempo tenterà di pietrificare il mio cervello, oltre che le mie ossa.
E per questo la ringrazio.
Non credo di averle dato noia con queste poche righe, ma se così fosse stato, le chiedo scusa per la seconda volta e le auguro una felice e duratura permanenza a Catania.

Luca (Corese d’adozione)

********************************************************************************

Questa, infine, la sua risposta (non avete buttato i fazzoletti, vero? servono ancora 😛 ):

********************************************************************************

Caro giovane Luca,
decisi di fare l’insegnante ascoltando i miei insegnanti alle scuole superiori. Taluni bravi, altri, la maggior parte, meno e mi “innamorai” di questa professione (mestiere forse, missione mai, perchè ha un suono troppo mistico che non mi piace).
Forse, però, cercavo già una rivincita per tutto ciò che allora rifiutavo nella società degli anni ’60-’70, per tutte le sconfitte della storia. Mi rendo conto che sono rimasto un soldato in trincea, non ho fatto carriera come molti, ma accanto a me vedo tanti altri combattere tutti i giorni per un società più civile.
Questi sono i miei alunni, molti si perderanno tra le autostrade della vita e dipenderà da noi insegnare loro che bisogna coltivare il dubbio, nutrirsi di curiosità e restare giovani dentro. Non è poi tanto difficile restare giovani dentro, devi allenarti leggendo storie (l’elenco degli autori sarebbe infinito) guardando la gente per strada, guardandola camminare, parlare, gesticolare, le possibilità sono tantissime, e restando curioso.
Quando siedo dietro ad una cattedra, ma è un eufemismo, io preferisco metterla di lato ed eliminare barriere psicologiche, in quelle occasioni comprendo appieno la delicatezza del mio ruolo, ma il loro interesse (se riesco a suscitarlo) mi carica più di ogni cosa e mi sento bene.
Basta ascoltarli, i ragazzi, ciò che non fanno i loro genitori.
Comprendi perchè, dopo anni e generazioni di alunni a Cori, mi costa lasciarli anche se ne avrò altri che mi stanno aspettando e che ho già voglia di conoscere. Vuoi fare l’insegnante? Se lo fai con questo spirito, e ti prepari bene, ti divertirai un mondo.
Ciao, il tuo prof. Benforte

********************************************************************************

…e vi prego di notare come si è firmato.

Il Sapere Cumulativo

C’è almeno un problema cui sono interessati tutti gli uomini che pensano: quello di comprendere il mondo in cui  viviamo; e quindi noi stessi (che siamo parte di quel mondo) e la conoscenza che ne abbiamo. Tutta la scienza, a mio avviso, è cosmologia e l’aspetto che trovo interessante nella filosofia, non meno che nella scienza, è l’audace sforzo volto a incrementare la conoscenza del mondo e la teoria ad essa relativa. (…) Dal mio punto di vista, tanto la filosofia che la scienza perdono ogni attrattiva quando abbandonano questo genere di ricerca – quando, cioè, diventano specialistiche e cessano di interrogare gli enigmi del mondo. La specializzazione può essere una tentazione per lo scienziato; per il filosofo è un peccato mortale.
– K. R. Popper, Congetture e confutazioni

Questo pensiero ha DAVVERO senso?

Ieri ho fatto una chiacchierata con un professore di fisica-matematica della Sapienza e della nostra conversazione (ero andato a farmi chiarire dei dubbi su argomenti che non interessano nessuno in questa sede) mi ha colpito un passaggio che, più o meno, è andato così:

Prof. M.: Oggi noi siamo costretti a correre come dei pazzi nello svolgimento del programma ministeriale. C’è troppa roba da fare e troppo poco tempo.
Io: Beh, trenta anni fa immagino che si aveva molto più tempo per digerire un argomento prima di passare a quello successivo…
Prof. M.: Infatti. Voi oggi vi trovate al terzo anno a fare cose che noi studiavamo all’ultimo anno, se ci arrivavamo sani e salvi.
Io: Quindi non è solo una mia impressione quella di procedere per “grandi balzi” nello studio, invece che tramite un processo graduale.
Prof. M.: No no, è proprio così.

Ok, tant’è. Ma questa riflessione mi ha portato poi (oggi) a fare il punto della situazione accademica di quelle che sono le discipline “cumulative”.

Che significa cumulative? Significa banalmente che se vuoi arrivare a capire quello che si tratta OGGI in quella disciplina devi partire dall’inizio! (per esempio, se vuoi provare a cimentarti nello studio di una funzione, non puoi non conoscere la differenza tra numeri naturali, relative, razionali, irrazionali e complessi…)

Cumulative: cioè mattone dopo mattone… Non si può iniziare a costruire una casa dal tetto. Si comincia sempre dalle fondamenta e si finisce col tetto. Sempre. Senza eccezione. Magari sei un genio, e quindi per te il processo di apprendimento durerà di meno, ma dovrai affrontare gli stessi steps di chiunque altro.

Perfetto. Questo significa che una disciplina è cumulativa, ma facciamo anche un esempio di una materia NON cumulativa, giusto per aver perfettamente chiaro quello di cui vi sto parlando. Lo studio della letteratura (ora qualcuno mi ammazza) è largamente NON cumulativo: posso cioè prendere le opere di leopardi ed entrare nel suo universo senza dover conoscere tutta le letteratura precedente indiana o cinese. E’ evidente che la letteratura è ancorata ad un paese specifico, ad una lingua particolare. La scienza no.

Ovvio no? Benissimo: andiamo avanti.

Matematica, Fisica, Chimica, Biologia, etc. sono discipline cumulative e questo significa che per ogni nuova scoperta che viene fatta i libri di testo di chi si iscrive all’università diventano sempre più lunghi e complessi. Nuove scoperte, fatte in nome del metodo scientifico, significano che quello che prima era l’ultimo capitolo del libro diventa di colpo il penultimo… e così via.

Si capisce che, col passare degli anni/decenni/secoli la lunghezza dei libri cresce sempre di più (e non cresce linearmente, ma esponenzialmente!!!).

Embè? (direte voi) Che problema c’è?

C’è che la vita media di un uomo si innalza di pochi anni ogni secolo, e avrà un limite fisico (a meno di fantascientifiche ipotesi ibrido-tecnologiche) che non potrà superare facilmente.

Fatemi essere più chiaro: uno studioso di qualsiasi disciplina nell’800 poteva sperare di riuscire ad abbracciare coi suoi studi tutto lo “scibile” della materia che lo interessava. Oggi questo è assolutamente impossibile. Oggi uno studioso può sperare di riuscire ad apprendere al massimo una branca della disciplina che lo interessa (basta pensare un attimo alla differenza tra un fisico “teorico” e un fisico “sperimentale” per rendersi conto della portata della situazione: non solo… all’interno della fisica teorica stessa ci sono tanti indirizzi diversi che hanno poco da dirsi l’un l’altro!!).

Questo che significa, in soldoni?

Che col passare del tempo uno studioso sarà costretto ad avere lacune sempre più grandi sulle fondamenta per sperare di riuscire ad arrivare a studiare l’avanguardia della sua disciplina in un’età ancora utile alla comunità scientifica (entro i 30/40 anni).

Sembra impossibile da credere, eppure la naturale evoluzione del metodo di studio sarà che (sparo numeri a caso) tra 200 anni un laureato in fisica non conoscerà (faccio per dire) l’analisi matematica perché si limiterà ad utilizzare programmi che “fanno-tutto-da-soli” senza dover studiare la teoria che ne sta alla base.

E cosa c’è di male in questo?

Niente, è solo che quando parlo con qualcuno della “vecchia guardia” che mi dice “Aaah… ai miei tempi le cose si studiavano molto più approfonditamente” io non posso fare a meno che rispondergli “Eeeeh… ai tuoi tempi non c’era praticamente un cazzo da studiare, lo credo bene

Concludendo, è completamente inutile/anacronistico/assurdo schierarsi col “vecchio metodo di studiare le cose” perché, di nuovo un esempio, 50 anni fa in fisica non si aveva idea di cosa fosse un computer mentre oggi le simulazioni al computer sono parte integrante della fisica (sia teorica che sperimentale) e quindi uno studente di fisica deve apprendere anche questa nuova materia (la programmazione), ben più importante di sviscerare tutti i casi possibili del movimento di un corpo rigido, semi-rigido, vincolato, semi-vincolato, eccetera.

A pensarci bene questo post potevo riassumerlo così:

Fanculo ai nostalgici dell’insegnamento scientifico.