Giada, artista emergente

guggenheim03

SCENA 1.

Giada ferma la lingua e riprende a muovere la testa su e giù, a labbra strette. Ha messo anche il rossetto rosso, che darà il tocco di classe finale alla sua opera, lasciando un preciso alone purpureo alla base del cazzo, quando avrà terminato di fare quello che sta facendo: compito disgustoso, ma indispensabile per la riuscita del suo progetto. Si aiuta anche con le mani: accortezza fondamentale per attirare su di sé tutte le attenzioni dell’uomo che sta disteso sul suo letto.
Si crede predatore, l’idiota.
Si era sentito splendido e brillante per tutta la sera, senza fiutare minimamente che, ora dopo ora, non aveva fatto altro che eseguire esattamente quello che lei gli chiedeva: l’ora dell’appuntamento, il vestito da indossare, i colori da abbinare, il ristorante… e ora, che crede di avere fatto breccia nella tana di lei, di esserle finalmente entrato dentro a tutti gli effetti, proprio ora si renderà conto di quanto poco in là avesse visto il suo occhio da cucciolo di predatore.
Fin dall’inizio, la preda era sempre stato lui.
Giada apre gli occhi, e rallenta il suo movimento: vuole che lui la guardi, vuole stregarlo, fargli credere che fin dall’inizio della serata il suo unico desiderio sia stato quello di succhiarglielo fino in fondo, avidamente, fino alla fine. Dopo pochi secondi, e ne era certa, lui apre gli occhi e la guarda intensamente: la fissa, a labbra socchiuse, e le afferra i capelli dietro la testa, con violenta delicatezza.
Dopo poco lei sente la carne che ha in bocca che inizia a pulsare, e vede la sua vittima reclinare la testa indietro, strizzando gli occhi nella smorfia di massimo godimento che il corpo ci concede: ci siamo quasi. Dopo un attimo le mani di lui le premono vigorosamente la nuca, per spingerle in cazzo fino in fondo alla gola, più dentro possibile, e lei aggrada con piacere quella volontà, consapevole di cosa significhi… e infatti poco dopo il prezioso seme inizia a sgorgare caldo e lei è attenta a non ingoiarlo o a farlo fuoriuscire dalla bocca: le serve tutto, per il suo ambizioso progetto.
Ancora qualche secondo e le mani di lui lasciano la presa. Giada si sporge fuori dal letto e da sotto tira fuori un vasetto di vetro, in cui depone tutta la crema bianca appena prodotta dalla sua vittima, chiudendolo poi a dovere col coperchio dorato. Una specie di marmellata, le viene da pensare. Ripone il vasetto sul comodino accanto alla lampada accesa, unica fonte di luce della stanza, e si mette a guardare il corpo della sua vittima. La sostanza con cui lo aveva drogato, al ristorante, aveva sortito il suo incredibile effetto ancora una volta: è come se al momento del coito il cervello della preda si congelasse per sempre in quella specie di impotente fremito convulsivo che caratterizza l’apice dell’amplesso, mai più capace di tornare alla realtà. A guardarlo così, ora, senza più nemmeno la facoltà di parlare, non sembra più nemmeno un uomo, non assomiglia per niente al mito tanto decantato del re dei predatori, il cacciatore per eccellenza. Non che “uomo” lo fosse mai stato tanto, in realtà. Un attimo dopo lo sguardo di lei si sposta con precisione geometrica sul cazzo, ormai privo di forze: lo tira su, con mano ferma, e lo prende nuovamente in bocca, curandosi di tenerlo tutto dentro, escluse le palle. Poi, con forza, stringe i denti e lo strappa via, come fosse un frutto maturo, prossimo a cadere dall’albero. A quel punto tira fuori da sotto il letto un piatto, un grande piatto bianco e pesante, e ci lascia cadere sopra il moncherino, con qualche inevitabile schizzo di sangue che contribuisce a puntinare qua e là di rosso il resto del piatto, altrimenti pulito.

SCENA 2.

Si sente una voce femminile, una di quelle tipiche voci che hanno le guide ai musei: alta e squillante, monocorde, didascalica.
“Seguitemi da questa parte, ora. Ci aspetta l’opera di Tigre di Giada, con tanto di attore in carne ed ossa, prestatosi gentilmente ad interpretare il protagonista della scena per tutta la durata dell’esposizione. La riuscita dell’opera, come potrete giudicare voi stessi, è dovuta in gran parte all’abilità dell’uomo nell’interpretare il suo ruolo.
Eccoci, ci siamo tutti? Bene, continuiamo.
In questa sala, come potete vedere, l’artista ha ricreato gli atti finale di un delitto, un delitto violento e passionale. In quella che vuole essere solo una normale camera da letto l’artista, fanese di nascita ma milanese d’adozione, ha inserito un uomo nudo e sporco di sangue, in preda ad una sorta di incoscienza delirante e privo del pene, strappato via e deposto su un piatto bianco sul comodino, accanto al letto. Come potete vedere, accanto al piatto c’è anche un vasetto di vetro con dentro del liquido bianco, che simboleggia lo sperma dell’uomo, della vittima, e sull’etichetta del vasetto potete leggere chiaramente “Incubo, alba”… purtroppo, o per fortuna, dipende da quanto vi piaccia fantasticare, questo è un particolare che l’artista non ha mai voluto spiegare in maniera univoca, limitandosi a dirci che intendeva racchiudere in due parole esemplari una certa sensazione, ovvero che dopo gli incubi, per quanto orribili, alla fine giunge sempre l’alba a svegliarci… e a tranquillizzarci, aggiungo io, che sono un’inguaribile ottimista! Oppure potrebbe essere l’anagramma di qualcosa, forse di un nome… ma questo non scrivetelo sui vostri blocchi di appunti, altrimenti mi farete perdere il posto, eh eh eh.
Prestate attenzione, ora, a quella sorta di alone rosso che l’artista ha disegnato intorno al pene della vittima, o meglio del carnefice, catapultato improvvisamente nel ruolo di vittima… un alone rosso, e rotondo, come a volerci dire che è proprio quel particolare la chiave interpretativa di tutta l’opera, come se proprio l’atto di strappare via il pene, ovvero la parte colpevole della carne, potesse ridare dignità alla figura dell’uomo. Qui Tigre di Giada ci sta urlando che l’unico vero uomo è l’uomo che non possiede ciò che lo rende tale, arrivando così a privare la parola “uomo” del suo contenuto più naturale, quello condiviso da tutti, anche dalle altre specie animali. Infine, l’ultimo particolare su cui voglio attirare la vostra attenzione prima di passare oltre, è la cura che l’artista ha impiegato nel ricostruire la stanza da letto, prestando attenzione al conferirle omogeneità nell’utilizzo dei colori. Osservate infatti come i tessuti e l’arredamento riprendono tutti gli stessi toni caldi: il mogano, il parquet, il color sabbia delle lenzuola, il rame del tappeto. Perfino i vestiti dell’uomo, gettati lì in terra, ai piedi del letto, col loro colore marrone scuro si intonano al resto dell’ambiente domestico. Come a voler simboleggiare che l’uguale chiama l’uguale, e mai il diverso. Qui l’artista ribalta l’interpretazione psicologica del fenomeno magnetico dell’attrazione degli opposti: Tigre di Giada ci vuole comunicare che il male attrae solo altro male, per quanto di forme diverse.
Bene, su Tigre di Giada, artista emergente dall’underground artistico italiano contemporaneo, c’è veramente poco altro da dire, se non qualche informazione di carattere più puramente personale, ma tornerò su questi aspetti solo se ci avanzerà del tempo alla fine della visita: ci sono ancora molte altre cose da vedere. Andiamo avanti, seguitemi”.

A queste parole il gruppo di visitatori inizia a spostarsi lentamente, seguendo la guida nella sala adiacente. Solo una persona rimane indietro: una ragazza sulla ventina, alta, bionda, e con grandi occhi color nocciola, elegante e raffinata. Rivolge l’attenzione al titolo dell’opera, “Invidia del pene”, e le labbra le si piegano in uno strano sorriso amaro, ma compiaciuto.

Annunci

Alice nel Paese delle Meraviglie: molto più che un cartone, un cartoncino

alice

Ormai è passata più di mezz’ora da quando abbiamo iniziato a deglutire la saliva amara, succhiando il nostro particolare francobollo colorato. Finalmente avverto una piacevole sensazione di calore che mi pervade e mi abbandono su una sedia fermandomi un attimo a guardare cosa succede intorno a me: sono in compagnia della mia insostituibile sorellina e di G. e siamo appena usciti dal Tate Modern di Londra, a causa di un non ben definito bisogno di aria. Loro due sono entrati nel bar alle mie spalle, e io mi sono seduto sulle sedie esterne, al freddo. Ha anche smesso di piovere, e tutto è stranamente quieto.

Dopo un po’ chiudo gli occhi per rilassarmi e succede incredibilmente che continuo a percepire, nitide, le immagini che normalmente avrebbero dovuto essere sostituite da un omogeneo colore nero, il colore che si vede abitualmente ad occhi chiusi. Apro nuovamente gli occhi e non avverto la tipica sensazione di passare dal buio alla luce, perché anche un attimo prima per la mia mente era come se stessi guardando qualcosa. Quindi non un netto stacco, ma una sorta di passaggio sfumato, due modi diversi di poter percepire immagini visive: uno ad occhi aperti, più concreto, più normale, e uno ad occhi chiusi, più etereo, più strano. Dico strano perché mentre ad occhi aperti la sensazione è ancora quella di percepire un mondo normale, ad occhi chiusi si avverte immediatamente la libertà creativa del proprio cervello, che inizia a formare tutto un intrico di forme e colori a partire dall’ultima immagine osservata ad occhi aperti: linee colorate che si rincorrono ed incastrano, motivi geometrici che mutano caleidoscopicamente in un continuo divenire di nuove forme e colori, e tutto accompagnato da una sorta di ritmo di fondo, una specie di profondo battito pulsante. Evidentemente la parola “realtà” comincia a farsi incerta, inafferrabile, dato che si avverte in maniera chiara e distinta che è solo il nostro sistema percettivo che ci informa di come sia fatto il mondo esterno, di come ci appaia. Quindi ora che abbiamo tutte le percezioni distorte risulta distorta anche la realtà: quella realtà con cui abbiamo convissuto per tutta la vita, di punto in bianco viene sostituita da un’altra realtà, che a partire dagli stessi input viene manipolata arbitrariamente dal proprio cervello per formare qualcosa di assolutamente unico e irripetibile, sorprendentemente nuovo ed eccitante.
Riapro gli occhi e cerco di alzarmi: devo dire a mia sorella e a G. di chiudere le palpebre per verificare se anche a loro succede quello che sta succedendo a me, ma faccio appena in tempo ad alzarmi dalla sedia che mi sale un repentino conato di vomito e mi ritrovo piegato a espellere bile, con mia sorella che mi chiede “Come stai? Tutto bene?”  Ho appena vomitato, eppure sto benissimo, sono sfasato e felice “Guarda quel palazzo a vetri, è assurdo”, e glielo indico, vomitando di nuovo.
Quando mi rialzo, pochi secondi dopo, mi basta uno sguardo rapido per capire che ormai il viaggio è iniziato: sono nel Paese di Alice e non mi resta altro da fare se non godere delle sue Meraviglie, accompagnato dai miei due preziosissimi compagni di viaggio.

Essendo noi umani creature fondamentalmente visive*, chiaramente la distorsione avvertita con maggiore intensità è proprio quella visiva: qualsiasi cosa intorno a noi possiede una vita propria, una fondamentale concretezza che mai avevamo notato. Esempio emblematico sono i vetri, gli specchi e le pozzanghere: i loro allucinanti riflessi sembrano possedere una propria esistenza indipendente dal fatto di essere “solo” un riflesso di qualcosa di reale. Anche i semplici riflessi appaiono tangibili, reali, dotati di sostanza: verrebbe voglia di dire che non sono affatto dei semplici riflessi, ma che sono delle cose vere, che esistono.

D’un tratto ecco presentarsi un’altra sensazione che pervade me e mia sorella, ma non G.: si tratta di una sensazione di gioia, di calore, di felicità, focalizzata sulla parte meno nobile del nostro corpo, e cioè il buco del culo. Lo si avverte felice, appagato di essere l’orifizio finale di tutto. Una specie di gioia legata al solo fatto di possedere un ano in grado di dilatarsi e di defecare al momento giusto. Tutto ciò ha poco a che fare con la fase anale di freudiana memoria, è più una sorta di inspiegabile felicità che scaturisce dai muscoli dell’ano, di genuina gioia anale… e la causa è solo ed esclusivamente la merda. Sulla questione ci abbiamo riflettuto in due, sia durante che dopo il viaggio, e il miglior modo di descriverla che abbiamo trovato è: “felicità di merda” (e tutto ciò coincide anche con il primo utilizzo interamente positivo della specificazione “di merda” di cui io abbia mai avuto esperienza, anche indiretta).

Una volta capito che è proprio questa la sensazione che entrambi stiamo provando decidiamo all’unanimità di tornare verso casa, ma per farlo abbiamo bisogno di sapere come tornarci e quindi chiediamo indicazioni. È il nostro primo contatto con le altre persone, le persone normali, e si rivela più incredibile di quello che ci aspettassimo: ogni singola persona appare mostruosamente pittoresca, al contempo grottesca e comica, troppo assurda per essere vera… eppure eccoli tutti lì, vivi e veri, davanti ai nostri occhi: il loro modo di camminare, di parlare, di vestire, di ridere, di guardare l’orologio… ogni cosa che fanno la fanno in maniera atipica, quasi forzata, come se seguissero un copione assurdamente complicato scritto da un autore di spicco del frangente più estremista del teatro d’avanguardia. Non hanno senso. Nessuno di loro ha senso.

Eppure non sono loro: siamo noi.

E lo sappiamo benissimo, è questo il punto: per tutta la durata del viaggio continuiamo a sapere di essere nello stesso mondo di sempre, reso diverso solamente dalla deformazione indotta dei nostri canali percettivi… eppure è tutto talmente reale, talmente assurdo e al contempo convincente che si finisce per rimanere per ore in uno stato di passiva contemplazione di tutto, del mondo intero. A tratti ci sono anche dei momenti di completa lucidità, in cui tutto sembra essere tornato normale, e quindi ci si ritrova in silenzio, ad osservare con l’occhio attento delle prede tutto quello che ci circonda, illusi di aver ritrovato un barlume di controllo. Poi, in un attimo, le pareti cominciano a non sembrare più proprio normali, e anche il pavimento inizia nuovamente a formare sotto i nostri occhi strane forme geometriche che vanno e vengono… “È tutto un po’ strano”, dice G., racchiudendo in così poche parole l’essenza della sensazione che si prova per tutta la durata del viaggio: il mondo a tratti sembra quello di sempre, eppure no… c’è sempre qualcosa che non va, qualcosa di ineffabile, di misterioso, che rende l’intera propria vita percettiva (e quindi mentale) piacevolmente aliena e inusuale. Come cazzo fa un muro ad essere inusuale? Provare per credere.

Durante il viaggio in metro continuiamo ad osservare tutta una florida fauna al limite del mitologico: individui troppo onirici per essere veri, eppure ben saldi di fronte ai nostri occhi stupiti. Ho motivo di credere che la sensazione sia affine a quella di un naturalista che sbarcasse per la prima volta in un mondo nuovo, popolato da creature mai viste prima: sì, Darwin deve aver avuto la stessa identica sensazione quando sbarcò per la prima volta alle Galapagos! Ad un certo punto la metro attraversa un tratto allo scoperto e in quel momento esce il sole, un bel sole caldo, che fa risaltare tutti i colori che ci circondano: in particolare notiamo la vividezza dei colori brillanti e mia sorella diventa improvvisamente felice (di una felicità genuina, a 360 gradi) a causa della “verdezza” del colore verde di uno dei tubi che le persone utilizzano per tenersi saldi. È di un verde talmente acceso, di un verde talmente brillante, di un verde talmente VERDE che mia sorella è felice di poter essere lì ad osservarlo: non serve altro, per la sua felicità, della verdezza di quel verde. Non dimenticherò mai il suo volto eccitato e gioioso, al limite del comprensibile. E ogni volta che ripenso alla causa di tale felicità (la verdezza del verde) mi ritrovo immancabilmente a sorridere: non potrò mai più guardare qualcosa di verde senza ripensare alla gioia di mia sorella e quindi rivivere una parte di quella felicità. Epico.

Tale è il livello di novità durante la percezione del mondo, che si fa fatica a descriverlo. Ed è una difficoltà che non sopravviene solo una volta che il viaggio è terminato, ma è una difficoltà frustrante che ci accompagna per tutta la sua durata: le percezioni visive uditive e tattili si accavallano formando nella mente delle “immagini” talmente complesse e particolareggiate, e insieme mutevoli, che ogni tentativo che facciamo di provare a descriverne agli altri anche una minima parte risulta immediatamente insoddisfacente, lasciandoci di punto in bianco senza parole, in silenzio, arresi al fatto che comunicare verbalmente una realtà non verbale è una sfida che non possiamo vincere, che nessuno potrà mai vincere**.

Infatti chi ci guarda da fuori ci giudica distratti, distanti, non propriamente presenti a noi stessi… ma il punto è un altro: la nostra attenzione è talmente attratta dalla moltitudine di cose nuove, mai viste prima, che il dover prestare attenzione ad una voce che parla passa immediatamente in secondo piano se confrontato con la voglia di prestare attenzione a tutto ciò di cui è popolato il mondo che ci circonda: ogni capello di chi ci parla, ogni mattone del muro più vicino, ogni pozzanghera, ogni nuvola… letteralmente OGNI cosa che ci circonda risulta incredibilmente affascinante e aliena: quelle che erano sempre state normali fantasie sui tessuti diventano improvvisamente delle fantasie dettate dall’estro di un genio artistico, e un identico giudizio entusiasta viene rivolto alle imperfezioni della strada, stranamente ordinate e geometriche, alle increspature di una parete verniciata, stranamente vive, alle venature di un braccio, completamente perfette… il tutto sempre accompagnato dalla sensazione accennata poco sopra, quella legata alla gioia della merda (e quindi si capisce che tale sensazione non combacia affatto con la voglia di defecare, dato che nessuno di noi ha mai avuto intenzione di andare in bagno a liberarsi: è una sensazione piacevole che ci accompagna, ecco tutto). Come potreste prestare attenzione a qualcuno che vi chiede qualcosa quando, all’improvviso, TUTTO il mondo vi appare formato da minuscoli numeri colorati? Come quei dipinti costituiti da una moltitudine di puntini colorati, dai quali emergono figure ben definite, distinte… solo che questa volta non è un’immagine in due dimensioni, come un paesaggio che emergesse dai puntini, ma è il mondo intero che emerge da una moltitudine di piccolissimi numeri colorati e addossati gli uni sugli altri in maniera perfettamente coerente. E questo è solo uno dei tanti flash che ho avuto, che si accavallano continuamente l’uno sull’altro senza soluzione di continuità, in un incessante divenire, la cui velocità di cambiamento è talmente elevata che provare a descriverlo in diretta è praticamente impossibile.

299103_10200448323305963_35888783_nD’un tratto eccolo, il colpo di genio: guardo mia sorella e le dico “Ho capito! Finalmente so perché i Pink Floyd si chiamano così”. Lei mi rivolge lo sguardo e mi sorride eccitata, aspettando il responso. “È la gioia della merda, sister. Tu come disegneresti la sensazione che ci sta accompagnando dal museo?”  le domando. E lei mi risponde: “Con una cacca che ride, felice” “Che ne dici di una cacca rosa?”  “Perfetto”. Il fluido cui si riferirono i ragazzi di Londra è proprio la merda, ora lo so. Ora ne sono sicuro. E il rosa è dovuto alla gioia: quale colore può racchiudere la felicità meglio del rosa? Nessuno, evidentemente. Pink Floyd: fluido rosa, merda rosa, merda felice.

Usciamo finalmente dalla metro e ci dirigiamo a piedi verso l’ostello in cui alloggiamo, accompagnati dall’immancabile G. Nonostante il passare del tempo sembra impossibile abituarsi al fatto che le proprie percezioni siano distorte e quindi, liberi sulle nostre gambe, continuiamo il nostro viaggio incantato che ci separa da “casa” e rimaniamo assorti (complice un bel sole caldo) a contemplare le case, i tetti, i marciapiedi, le piante, le automobili, le sirene, gli gnomi, i nani, i mostri: è tutto normale, eppure è tutto indescrivibilmente eccitante, bellissimo. E viviamo tutto quello che accade non come se fossimo anche noi parte del mondo, ma lo viviamo come si potrebbe vivere un’estrema esperienza cinematografica fatta di ologrammi ed effetti speciali in 3D: tu lo sai che non sono veri, eppure sembra proprio che quel sasso ti colpirà, a meno che tu non chini la testa in fretta: e più l’effetto è realizzato a dovere, più vengono ingannate le nostre percezioni, e più saremo portati a “schivare” il sasso in maniera istintiva, non ragionata. Ecco, nel Paese delle Meraviglie è la stessa sensazione di non-partecipazione, ma amplificata a dismisura: ci si sente spettatori stranamente olografici di un mondo non propriamente reale, costruito ad hoc per sorprenderci da tutte le direzioni ed in tutti i modi possibili.

Per entrare in ostello passiamo attraverso il solito stretto corridoio che separa il nostro edificio da quello adiacente e lì ci immobilizziamo: quel corridoio strettissimo, al limite del soffocante, ora è largo, spazioso, quasi troppo. E quindi restiamo fermi, a cercare di capire cosa ci sia di diverso nella nostra percezione da farcelo apparire così diverso rispetto al solito: dall’interno del corridoio, guardando verso l’entrata o l’uscita, si percepisce distintamente una sensazione di tanto spazio disponibile, come se i muri verticali fossero improvvisamente incurvati a formare uno spazio più ampio e tondeggiante. Poi basta girare la testa verso il muro ed invece quello è lì, ad un palmo dal proprio naso, costituito da strani mattoni rossi e pelosi, pelosissimi: esattamente come quando si zooma una superficie apparentemente liscia e si iniziano a distinguere le sue increspature ed imperfezioni, anche ora abbiamo l’impressione di poter vedere in alta definizione, di poter distinguere in maniera immediata le imperfezioni dell’argilla cotta e di vederne così la struttura fine, microscopica, accidentata, che dà appunto l’idea di essere ricoperta di peli morbidi, quasi come se fosse un mattone di peluches morbido alla vista, eppure duro al tatto.

Finalmente entriamo in ostello e saliamo le scale che ci portano al secondo piano: dopo aver percorso la prima rampa sembra che la gravità non punti più verso il basso, ma che punti un po’ di lato, verso l’esterno della curva che compiamo per salire le scale… che strano. Arriviamo nella sala del secondo piano e ci appartiamo in un angolo della saletta relax, mantenendo le dovute distanze dagli altri presenti: è già difficile comunicare tra noi tre, che siamo tutti insieme nel mondo di Alice… figuriamoci descriverlo agli altri, abitanti del mondo normale. Impossibile.

Dopo qualche minuto la mia preziosa sorellina mi si avvicina e mi dice con aria preoccupata che le sue sensazioni non sono sempre positive, soprattutto quando si trova a doversi relazionare con le altre persone: a tratti sta male, mi dice che non si sente completamente a posto, che prova qualcosa di simile al disagio, “Come se ci fossero qui mamma e papà”, mi dice. Questa frase mi fa capire al volo cosa intende, e fortunatamente riesco subito a focalizzare l’attenzione sulla medesima sensazione che anche io stavo provando da tempo: “Ari, ho la stessa sensazione da quando siamo arrivati in ostello. Chi cazzo è sta gente che mi gira intorno? E perché mi guardano? Conosco le risposte a queste domande, eppure il disagio permane, inalterato”. “Ah quindi lo senti anche tu?!?” e mi abbraccia fortissimo, felice di non essere lei, quella strana. Qui è tutto strano, incredibilmente strano.
Distesi sui morbidi puff sparsi un po’ ovunque nella sala, capiamo che per trovarsi nel Paese delle Meraviglie non è tanto importante che tu sia al Tate Modern o dentro ad un gabinetto di un autogrill: quando le tue percezioni sono distorte, sballate, ti basta poco, pochissimo, per sorprenderti a fissare il mondo con occhi diversi, con rinnovato e inappagabile stupore. Bastano le proprie mani, o il colore verde…
Ad un certo punto mia sorella si stende vicino a me, cercando di frenare un po’ la sua vulcanicità di energia interminabile e io l’abbraccio, nel tentativo di rasserenarla con qualche carezza da fratello maggiore e protettivo: è in grado di sprigionare più energia lei in mezz’ora che io in mezza giornata, non ci si crede. Poi la mia esplosiva sorellina gioca il jolly e conferisce una colonna sonora ai nostri pensieri caleidoscopici e mutaforma: dal suo portatile inizia a farsi largo The Dark Side Of The Moon… perfetto. Assolutamente perfetto.

Siamo tutti e tre lì, silenziosi, assorti nei nostri pensieri autocritici: ormai si è in qualche modo affievolita, o comunque sta lentamente diminuendo tutta la parte del viaggio legata alla distorsione della percezione, e quella sensazione viene man mano sostituita da qualcosa di più riflessivo, di ponderato, di personale. Ad un tratto, mentre mi ritrovo a fissare quelle strane lampade formate da alcuni neon e da alcuni specchi incrociati (realizzando che più una mente è profonda e più il Paese delle Meraviglie gli apparirà meraviglioso), mia sorella mi stringe forte e inizia a piangere, con gli occhi chiusi. Io sono stranamente rilassato invece, nonostante le sue lacrime: ho il mio filo del discorso da seguire e quindi mi limito ad abbracciarla fortissimo e a coccolarla, accarezzandole i capelli e asciugandole le lacrime. Poi ci ripenso, e mi dico che provare la sensazione del pianto potrebbe essere fantastico, e verbalizzo subito questo pensiero: “Cazzo sister, vorrei piangere anche io ora, qui con te” e, testimone G., inizio a piangere disperatamente pochi secondi dopo. Un pianto genuino, disperato, risolutivo: uno dei pianti più disperati di cui abbia memoria, arrivato così all’improvviso, senza preannuncio, e tale da farmi singhiozzare violentemente e produrre una quantità di muco che raramente si è vista produrre da un solo naso. Forse Cyrano… no, nemmeno lui reggerebbe il confronto. Dopo alcuni minuti di disperazione totale mi calmo un po’, quanto basta per riuscire a deglutire e parlare e mentre nella mia mente si arrovellano figure di conigli bianchi, muscolosi e deformi, pieni di artigli e di denti affilati, sfumati qua e la di blu metallico, le dico: “Sister, ora so una cosa importante, e devo riuscire a dirtela bene. Se nel momento più tragico della mia vita io dovessi scoppiare nel pianto più disperato possibile, manifestazione ultima del mio dolore, so che l’unica persona al mondo che potrebbe capire quello che sto provando saresti tu”. E abbiamo continuato a piangere e ridere per alcuni minuti, alternando felicità e disperazione, tenendoci stretti e saldi l’uno all’altra finché non ci accorgiamo che anche G. aveva iniziato a piangere silenziosamente accanto a noi, per cui abbiamo istintivamente allargato le braccia e trasformato un pianto doppio in un pianto triplo, un pianto comune. “Hai detto una cosa bellissima Lu’” (anche lui ha una sorella, tra parentesi), mi dice G., e io non so perché scoppio a ridere, felice.

Trascorre un po’ di tempo e il pianto passa, ci passa a tutti, complice anche il fatto che sta per arrivare M., sorella di G., a salutarci. Poco prima del suo arrivo Arianna e G. escono a fumare e io resto solo, in contemplazione silenziosa e accompagnata dalla musica. La mia attenzione si concentra su un altro pensiero che ho da tempo, che riassume un po’ la mia concezione del rapporto uomo-donna, e del dolore: ogni rarissima volta che la vita mi sembra al limite del sopportabile, che quasi quasi verrebbe da pensare che non ne valga la pena, mi sforzo di figurarmi come sarebbe la mia vita se fossi stata una donna, abituata una volta al mese al completo disagio fisico, e spesso al dolore snervante… e tutto questo senza fare menzione del fatto che chiaramente avrei dovuto scontrarmi quotidianamente con la necessità di dimostrare che valgo molto di più dei miei colleghi maschi, affinché venga riconosciuto che valgo tanto quanto loro. Questo pensiero negativo, paradossalmente, mi aiuta nei momenti peggiori: dico a me stesso “Ricorda che poteva andare peggio Lu’, molto peggio… avresti potuto avere il ciclo, ora”. E scoppio nuovamente a piangere, colpevole solo di aver pensato che a volte la mia vita mi sembra insopportabile quando c’è chi, nei miei panni, vedrebbe solo rose e fiori. Prendo al volo il cellulare e compongo un messaggio, destinato a mia sorella, che sta fumando due piani sotto: “Sei il mio esempio di Forza: quando cerco uno stimolo per tenere duro, io penso sempre a te”, e mi metto a contemplare, in attesa che lei e G. tornino su e che il viaggio finisca, bellissimo e devastante.

_____NOTE_____________________________________________________
*Per gli antichi Greci, iniziatori della filosofia e della scienza, il verbo “conoscere” condivide la radice col verbo “vedere”, ce lo ricorda anche l’enunciato di esordio del primo libro della metafisica di Aristotele: L’uomo tende per natura alla conoscenza.
**Sull’apparente concretezza del linguaggio, data dal fatto che lo utilizziamo quotidianamente per vivere e confrontarci coi nostri simili, essa risulta semplicemente dal fatto che cultura per cultura gli uomini si siano abituati ad attribuire etichette particolari a certi oggetti, a certi colori, a certi suoni, a certi odori, eccetera. Ma è risaputo che non si può descrivere un sapore se non tramite un altro sapore simile, o un odore tramite un altro odore che lo ricordi molto bene. È la classica questione del comunicare verbalmente una realtà non verbale. Chiaramente se ci fosse una cultura che avesse costruito e affinato il proprio linguaggio nel Meraviglioso Paese di Alice avrebbe lo stessa illusione che “il linguaggio funzioni per davvero”, ma basterebbe una piccola percezione distorta, nuova per quella cultura linguistica, da rendere muti tutti i suoi possessori, impossibilitati a descrivere quello che di cui stanno facendo esperienza.

Musica, danza e molto altro

penta

Sono uno scrittore. Non nel senso che riesco a campare con i diritti d’autore dei miei libri, magari. Sono uno scrittore nel senso che sono tanti anni ormai che scrivo per rivivere e analizzare qualsiasi cosa mi accada, sia in positivo che in negativo. Ormai, anzi, credo proprio di esserne diventato dipendente: finché non “scrivo su” la cosa che ho in testa, non sono tranquillo… è come se fossi consapevole che c’è qualcosa di incompleto, di inconcluso, di aperto, che aspetta di essere rivisto e riletto. Diciamo, per rimanere in tema, che è come se la mia vita fosse “la brutta” e poi la scrittura sulla mia vita fosse “la bella”. Vi sembrano chiacchiere? Tranquilli, anche a me.
Questo lungo e ahimè pesante prologo è dovuto al fatto che ultimamente ho avuto un’esperienza bellissima, direi quasi estrema, e avrei voluto “scriverci su” il prima possibile ma poi a causa di avvenimenti esterni a me ho dovuto lasciar trascorrere quasi venti giorni prima di potermi finalmente rileggere e, se necessario, correggere (ben inteso, mica è sempre necessario: di tanto in tanto succede di scrivere di botto qualche pagina che non abbia bisogno di alcuna correzione).
Oggi, finalmente, eccomi davanti alla mia tastiera e al mio monitor a perdere tempo con questa lunga introduzione, perché forse temo che quello che scriverò renderà molto meno bello quello che ho vissuto. Ma spero di no.
L’esperienza che voglio raccontare è quella nota ai più come “colpo di fulmine”, che non starò ad analizzare troppo: si tratta di una persona che nonostante non abbiamo mai visto prima, ci fa un’impressione talmente buona (come parla, come guarda, come ascolta, come si muove, eccetera) che la voglia di rivederla il prima possibile mette radici profonde nella nostra mente e diventa ospite quotidiano nella casa dei nostri pensieri.

È il 28 dicembre e mi trovo stranamente a Londra, in compagnia della mia sorellina adorata e di altri tizi, di cui solo uno mi è noto. Per la precisione lui si chiama G. ed è un mio compagno di università. Insieme a G. c’è la sorella e altri due individui, completamente insulsi (e infatti non li nominerò più, proprio a causa della loro inutilità nel mondo, almeno per quel poco che li ho conosciuti io).
Appena ci incontriamo (io e mia sorella con G. e sua sorella) si capisce che lei è “strana”, che cioè non vive nello stesso mondo in cui viviamo tutti noi: l’unica cosa che si nota sul suo volto disteso e pacifico è il burro-cacao violetto, sbafato ai lati della bocca. Da come cammina, da come si guarda intorno, da come respira, mi da la netta sensazione di provenire da un altro universo (che senz’altro condivide larghi aspetti del nostro, ma che possiede macroscopiche caratteristiche a noi ignote). E tutto questo prima ancora di averci parlato: a dire il vero ha pronunciato una sola parola da quando è arrivata, cioè il suo nome: M.
Il programma per la serata è di andare in un locale di WhiteChapel, precisamente il Rhytm Factory, e trascorrere lì la notte ballando musica elettronica. Non sono un patito dell’elettronica, ma quando becchi il Dj cazzuto, hai davanti a te una bellissima serata (almeno dal punto di vista musicale)… c’è poco altro da dire.
Terminate le presentazioni ci dirigiamo verso il locale e, se non fosse per un piccolo imprevisto (M. aveva dimenticato la bottiglietta d’acqua appena comprata al bancomat dal quale aveva prelevato poco prima e abbiamo dovuto aspettare che andasse a recuperarla) raggiungiamo il posto con largo anticipo sugli altri abitanti della capitale inglese: tanto è vero che non facciamo alcuna fila per entrare, né poi per depositare le nostre giacche al guardaroba (1 pound per ogni capo depositato, mortacci loro). All’ingresso veniamo perquisiti da un buttafuori nero e sorridente, di piccola statura, ma dal fisico che “massiccio” è dire poco e una volta dentro ci accorgiamo di essere praticamente soli nel locale: ci sono altre 2-3 persone al bancone, ma che tristezza…
Chiaramente siamo degli idioti (o forse lo sono solo io, che non l’avevo capito subito): quella non era la sala per ballare, che si trovava dopo un corridoio dal quale si accedeva anche ai bagni, sulla sinistra.
Passiamo davanti ai bagni e apriamo la pesante porta che ci divide dalla sala dove c’è musica per capire che è davvero presto: nonostante la sala sia molto piccola, dentro saremo meno di venti, persona più persona meno. Questo, senza dubbio, è un altro motivo per cui i miei occhi e la mia mente (i miei orecchi non posso dirlo, dato il volume della musica) abbiano dedicato larga parte della loro attenzione a M.: piccola e dai capelli tinti di un bel rosso-violaceo, diciamo a caschetto.
Non avendo altro di meglio da fare che ballare mi do alla danza, cercando di farmi possedere dagli alti e bassi cadenzati della musica che esce forte dalle casse, ai lati del palco. Il Dj non sembra un fenomeno, ma comunque la musica non mi dispiace… meglio così. Anche grazie a mia sorella, la cui sola presenza rende sempre tutto più facile e bello, riesco a breve a immergermi nel ritmo e, per un attimo, forse una mezz’ora buona, perdo di vista M. preso dalla voglia di ballare e di “spendere” una bella serata in questo locale inglese, fortunatamente in Inghilterra.

Ero ormai un tutt’uno con la musica quando i miei occhi vengono nuovamente attratti dall’unica altra ragazza della sala, oltre a mia sorella, meritevole di attenzioni: M. sta ballando piano, sola, vicino al palco… in realtà, più che ballare, sembra proprio che stia svolazzando delicatamente, librandosi a pochi centimetri dal suolo. È una specie di visione, mentre si muove con le mani lungo i fianchi e le calze bianche maculate di nero. Prima non avevo fatto caso a com’era vestita, ma ora non potevo davvero farne a meno: indossava una canottierina scura e aderente, che lasciava in bella mostra la sua pelle liscia e chiara, piacevolmente pallida e attraente. Mi avvicino ballando e inizio a parlarci, senza avere la minima idea di dove finirà la mia frase e perché lo farà, ma poco importa: muovo il mio sguardo su e giù tra i suoi occhi e la sua bocca, impreziosita da un bellissimo piercing al labbro inferiore, il piercing che adoro di più in una ragazza, e che non avevo ancora notato. Dopo due minuti passati a dire cose che non ricordo e ad ascoltare cose che ricordo ancora meno sento il suo sguardo farmi prigioniero: i suoi grandi occhi bronzei e affilati recidono tutti i miei dubbi e mi trovo avvinghiato al suo piccolo corpo, la mia bocca sulla sua bocca e la mia lingua nella sua. Certo non è impossibile, ma non è comunque così scontato trovarsi subito sulla stessa lunghezza d’onda nel modo di baciare: qualcuno è troppo timido, qualcuno troppo irruento, qualcuno semplicemente incapace… M. lo fa nel modo giusto, seguendo la musica (ma non in maniera maniacale) e seguendo i miei movimenti (ma prendendo l’iniziativa quel tanto che basta per non darmi la sensazione che stia facendo tutto io). La parte più antica del mio cervello mi dice di continuare e di non lasciarla andare via mai più. Le afferro la parte alta delle gambe, snelle, e la tiro su, in braccio e lei mi comunica subito che la cosa le sta bene, stringendo a sua volta le gambe intorno al mio corpo e le sue braccia intorno al mio collo: sarò stato lo zimbello di tutta la sala che, per quanto piccola, ormai contava davvero tante persone… ma anche se mi sforzo di dare peso a questa presa di coscienza, lo rifarei in ogni momento, in ogni vita e in ogni universo. Ogni tanto mi volto e lancio uno sguardo a mia sorella, anch’essa ormai in piacevole compagnia, che ricambia con un occhiolino o con un sorriso che significa “Sono con te”. La adoro. Ma in questo momento il sedere di M. stretto nelle mie mani e la mia bocca che scorre sul suo collo e sulle sua labbra mi distraggono da quella che sarebbe potuta essere una serata di devasto totale e di cazzate epiche con mia sorella. Poco male, di quelle ne avrò in abbondanza, ogni volta che mi andrà, da qui alla nostra morte. Ora l’intero mio universo è collassato in un unico punto: la pallina del piercing di M. che intrattiene la mia lingua.
Ad un tratto mi dice “Se vi va, a te e a tua sorella, potreste venire a fare l’after da noi…” e l’effetto che questa frase ha avuto su di me è paragonabile a quello che potrebbe avere l’essere attraversati da un fulmine (sarà mica per questo che si chiama colpo di fulmine?): se abbastanza fortunati da poterlo raccontare, l’unica cosa che ci verrà in mente sarà qualcosa del tipo “Dove sono? Cosa sono?” E non proverò a nascondermi dietro al dito del “è impossibile descriverlo a parole”: continuerò a descrivere M. a parole, a costo di risultare goffo e inverosimile.
Ballo un’altra ora con la dolce M. tenuta in braccio, avvinghiata come un cucciolo di koala sta avvinghiato al pelo di mamma-koala: ogni tanto ci spostiamo e scambiamo qualche parola sia con suo fratello, G., sia con mia sorella, vera regina della sala, con la sua massa di capelli lunghi, ricci, e biondi e la sua luminosa bellezza. I due ragazzi più belli della pista le vorticano intorno, chiaramente, ed entrambi parlano italiano, chiaramente.
Sono in uno strano “mood”: straniero, in terra straniera, eppure mi sento bene, benissimo. Sento in maniera talmente distinta che l’universo intero mi vuole bene, che si prende cura di me, che mi viene voglia di gridargli che anche io gliene voglio, ma che purtroppo sono troppo piccolo per ricambiare tutto il suo amore. Eppure anche questa impotenza non mi fa sentire male, anzi: mi sembra come se l’universo stesso mi rivolgesse un amichevole e confortante sorriso. Il sorriso di chi sa tutto, da sempre.
Le tre parole “After da noi” continuano a rimbombarmi in testa come l’enorme campana che scandiva la giornata nelle città antiche: allo stesso modo gli occhi di M. sbattono sui miei e scandiscono la mia serata e spero (e forse temo) che continuerò a sentirli a lungo, anche quando sarò invecchiato, e morto. E forse anche dopo.

La serata finisce e ci cacciano dal locale: “Mia sorella è con noi?” “Sì, sì” “Ok, andiamo”. Un taxi preso al volo e siamo a casa di M., non ricordo nemmeno dove. Sono le 5.00, più o meno, e noi quattro (io, mia sorella, G. ed M.) siamo ancora molto attivi, a differenza dei due soggetti insulsi di cui ho accennato poco sopra, che appena entrati a casa decidono di mettersi a riposare. Meglio così, chiaramente. Decidiamo di continuare a spassarcela e ci facciamo qualche joint in amicizia: uno lo faccio io, uno lo fai te, senza fretta e senza stanchezza, ma solo con la voglia di stare bene a chiacchierare, in attesa della piacevole notte (o meglio, mattina) che ci aspetta.
Salto a piè pari le due ore trascorse in compagnia di G. e di mia sorella non perché non siano state piacevoli, ma perché mi distolgono dal racconto principale, quello che mi interessa in questo frangente: M. e solo M., e i suoi tratti delicati e completamente disarmanti. Sono nudo ogni volta che mi rivolge lo sguardo o la parola (anche le parole che sceglie per parlare sono come musica, per me): e sono felice di esserlo, appagato dal delicato aprirsi e chiudersi delle sue labbra, che mi guardano, e del sussurrante aprirsi e chiudersi dei suoi occhi, che mi baciano. Sono talmente confuso che tutti i problemi che normalmente mi assillano sembrano talmente distanti da non dovermene preoccupare più. Mai più. Mi sento come abbandonato su un’isola paradisiaca, con tutto quello che si potrebbe desiderare e la promessa contemporanea di tutti i capi di stato che da quel momento in poi al mondo si farà solo la pace, e non più la guerra. Non dobbiamo più lottare, arrabbiarci, indignarci, perché non c’è più niente per cui valga la pena farlo: abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti, è finita. L’umanità ce l’ha fatta e finalmente la storia conoscerà la sua prima pagina priva di guerre. Quando in futuro studieranno la storia il 28 dicembre 2012 sarà una di quelle date al pari dell’anno 0, dell’anno 1455, del 1789, del 1969… il 2012 verrebbe ricordato come “Il Grande Giorno”: mentre l’inizio della storia (con la “s” minuscola) si fa coincidere con una comparsa, la comparsa della scrittura, l’inizio della Storia (con la “S” maiuscola) si farà coincidere con una scomparsa, la scomparsa della guerra.

Torno alla realtà, nella stanza di M., e scopro che mia sorella e suo fratello sono usciti, lasciandoci finalmente soli (e non è un “finalmente” di liberazione, piuttosto è un “finalmente” come quello che esclamavamo da bambini la mattina di natale, alla vista dei doni sotto l’albero: se ci avessero dato i regali di Natale il 23 dicembre non sarebbe stato un Natale altrettanto piacevole, credo). La spoglio, mi spoglio, lei spoglia me e finalmente siamo nudi: emaniamo calore e radiazioni come nemmeno un corpo nero potrebbe fare. Come le stelle, brilliamo di luce nostra. Facciamo l’amore (ma poi, si può fare l’amore con uno sconosciuto? Sì, dopo quella notte, io credo di sì) per ore, senza staccare i propri occhi dagli occhi dell’altro, se non per il tempo strettamente indispensabile a portare le labbra, e quindi lo sguardo, su un’altra parte del corpo che non è il proprio, per poterne calmare (o forse accentuare) i fremiti. Non eravamo mai sazi, ne volevamo ancora, sempre di più, sempre più in profondità, sempre più vicini tra di noi e sempre più lontani da tutto il resto: talmente lontani da avere le vertigini, se ne avessimo preso coscienza. Il suo corpo è troppo bello per essere vero, troppo morbido e insieme troppo sinuoso per essere reale: mi allontano un attimo per guardarla, per assicurarmi che ci sia davvero, e per non dover temere di risvegliarmi di botto dal sogno più bello della mia vita. M. è lì, il suo corpo premuto contro il mio, e l’unica cosa che può paragonarsi al mio desiderio è il suo, non ho dubbi. Stranamente non mi sento come se volessi avere più mani, o più bocche, per poter godere di più di lei e del suo corpo: mi bastano le mie mani e la mia bocca per cogliere tutto il nettare che lei emana con ogni suo gesto. Un po’ come la scia di polvere fatata che Trilli, la fatina di Peter Pan, lascia dietro di sé quando si muove, che testimonia che è viva.

Poi ad un tratto, non ricordo né come né quando, ci siamo fermati a riprendere fiato, a guardarci l’un l’altro e a sorridere della propria (e dell’altrui) bellezza senza confini. Quando mettiamo la testa sul cuscino, abbracciati, il sole è già alto da ore a risvegliare Londra e il modo tutto suo di vivere la vita e la felicità.

Alfred e John – Il paese dei balocchi

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

IL PAESE DEI BALOCCHI

Due amici passeggiano in un parco cittadino, subito dopo l’ora di pranzo. Il sole è nascosto da qualche nuvola e tira un leggero vento.

John: Oggi ennesima discussione con quel rincoglionito di mio padre. È un caso senza speranza.
Alfred: Nulla di nuovo, insomma. La vecchiaia è vecchiaia: il tempo è stato in grado di fossilizzare i dinosauri, figuriamoci se non riesce a fossilizzare un semplice cervello umano.
John: Immagina che si stava parlando di immigrazione: secondo mio padre è la piaga peggiore di questo paese, seconda solo alla quantità di laureati che l’Italia sforna ogni anno.
Alfred: Capisco, storia vecchia. Quasi come tuo padre!
John: No. Per come ragiona, mio padre è moooolto più vecchio. Che odio, mi fa proprio incazzare.
Alfred: Com’è andata la discussione?
John: Niente, mi dice che gli immigrati vengono qua a fare solo una cosa: o ci rubano il lavoro, o ci rubano in casa. Praticamente per mio padre uno che non viene in Italia come turista viene solo per rubare, in senso ampio del termine.
Alfred: Interessante questa visione univoca, potrei tenerci una lezione.
John: E aspetta di sentire il resto.
Alfred: Non chiedo di meglio, una volta tanto non siamo noi due a discutere.
John: Già. Comunque, a quel punto gli chiedo se lui in prima persona si fosse mai trovato a subire violenze, furti, scherzi di cattivo gusto, dispetti, smorfie, pernacchie da un extracomunitario. Ovviamente la risposta è stata “No”, come puoi immaginare.
Alfred: É risaputo che in Italia la maggior parte delle violenze e dei furti è ad opera di Italiani con tanto di pedegree: sembra quasi banale dirlo, ma la mafia è tutta nostrana. Anche se tutti gli immigrati diventassero malviventi convinti sarebbero una goccia in mezzo al mare.
John: Bravo. Allora gli dico che il famoso lavoro che ci rubano è un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare, a torto o a ragione. Si tratta della bassa manovalanza agricola e da catena di montaggio.. Tu, Alfred, augureresti a tuo figlio di fare il contadino per tutta la vita? O il pescatore? O l’operaio da catena di montaggio?
Alfred: Che belle le domande retoriche: ti risparmiano la fatica di pensare ad una risposta.
John: Sai che ha fatto quel rincoglionito di mio padre a quel punto?
Alfred: Ha completamente cambiato bersaglio polemico prendendosela con quelli della nostra generazione. Ci scommetterei.
John: E vinceresti, ovviamente. La nostra, e ancora di più quella dei nostri figli che studiano, sarebbe una generazione di coglioni che pensa solo alle chiacchiere. Nessuno vuole più lavorare con le mani, nessuno vuole più lavorare sotto il sole… in pratica per lui nessuno vuole più lavorare in Italia. Così gli faccio presente per l’ennesima volta che è del tutto comprensibile che se uno studia da quando ha cinque anni fino a quando ne ha venticinque poi non si trova a suo agio con l’idea di dover fare un lavoro che non richiede assolutamente tutto quello studio e sacrificio. L’idea di aver perso dieci anni di vita, dato che già dall’età di quindici anni si può cominciare a lavorare e mettere così da parte un bel gruzzolo, non andrebbe giù a nessuno.
Alfred: Che ti ha risposto?
John: Che in Italia vogliono fare tutti chiacchiere e basta, che anche gli studenti non sono di alcuna utilità alla nostra cultura perché la maggior parte di loro prende una laurea per un lavoro che ormai non c’è più. Lui le chiuderebbe tutte le università che non producono tecnici… produrre PIL, conta solo quello. Allora gli dico che in Italia si sfornano migliaia di ingegneri l’anno e che quelli veramente bravi, che poi con la propria laurea faranno qualcosa di utile, sono pochi, davvero pochi. Esattamente come quelli laureati in ogni qualsiasi altra facoltà: per ogni nuovo Dante, Da Vinci, o Leopardi che sforniamo sforniamo anche tantissimi intellettuali inutili. Ma non possiamo saperlo a priori chi sarà il nuovo Galileo e chi invece sarà un incapace, per cui dobbiamo concedere a tutti la possibilità di studiare: la famosa istruzione pubblica.
Alfred: E su questo come ha ribattuto il vegliardo?
John: La fa semplice lui: mi ha detto che “se la metto così” allora investiamo sull’università e facciamo laureare tutti quelli che ci vogliono provare, ma poi è nostro dovere mandare a lavorare tutti coloro che si dimostrano incapaci.
Alfred: Bè, giusto. Tu dici di no?
John: Ovvio che sono d’accordo, ma ho cercato di fargli capire che è già così. Secondo te un laureato che lavora in un call-center, o in fast-food, non è già abbastanza declassato e mortificato, dopo dieci anni di studi che si poteva risparmiare?
Alfred: Hai perfettamente ragione.
John: Lo so. A questo punto mi viene in mente l’idea geniale.
Alfred: Dimmi.
John: Chiedo a mio padre, così profondamente contrario ad accogliere gli immigrati, perché ci tenesse tanto a salvare il suo paese, l’Italia. Cos’è che vuole difendere dall’invasione degli immigrati? L’Italia accademica che ha prodotto Dante, Da Vinci e Leopardi, oppure l’Italia dei pecorari-fai-da-te, dei pescatori-figli-di-pescatori e dei palazzinari-arricchiti?
Alfred: Cosa ha risposto?
John: Nulla. Per dieci secondi buoni la sua mente incancrenita si è fermata a riflettere su come aveva fatto a tradirsi da solo. Non poter essere contemporaneamente contro l’istruzione e contro l’immigrazione lo ha destabilizzato. Poi, dopo quei dieci secondi di piacevole sorpresa, sai come mi ha risposto?
Alfred: Temo di conoscere la risposta, ma sentiamo.
John: Che noi “cosiddetti intellettuali” non capiamo un cazzo. E che dovremmo pensare di meno e lavorare di più. Poi se n’è uscito con la scontatissima quanto fastidiosa frase “Un po’ di guerra, ecco cosa ci voleva a quelli come voi”.
Alfred: E che ti aspettavi?
John: Niente, infatti. È solo che è mio padre e sentirlo dire certe cose mi fa una rabbia…
Alfred: E così avresti brillantemente dimostrato che non si può sostenere allo stesso tempo che in questo paese si da troppa importanza alla cultura e che gli immigrati rovinano il nostro paese.
John: Se lo dici tu, mi fido.
Alfred: Come possiamo arricchirla, questa idea. Dunque, vediamo…
John: Arricchirla?
Alfred: Già. Il tuo è davvero un bel dilemma per il nostro interlocutore contrario sia all’immigrazione che alla cultura. Da una parte, essendo contrari all’immigrazione, bisogna per forza dover sovvenzionare la cultura: altrimenti non ci sarebbe niente da difendere contro questi nuovi “Unni”. Dall’altra parte, se si è contrari alla cultura, non si capisce affatto che cosa si cerchi di difendere essendo contrari all’immigrazione. Fantastico!
John: Ok, a chiacchiere funziona. Vediamo se è logicamente sostenibile: dunque, gli asserti che ogni uomo condividerebbe sono, innanzi tutto, che per voler difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere. É stupido difendere il niente. Aspetta, prendo un pezzo di carta e una penna…

I due amici si siedono su una panchina vuota, davanti al laghetto, e John tira fuori un vecchio scontrino e una penna.

John: D’accordo, vediamo: Uno, ‘Per difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere’. Due, ‘La grandezza di una Nazione si basa sul suo patrimonio culturale’. Questi sono i nostri due unici postulati, giusto? Quindi date queste premesse la naturale conseguenza è che, SE voglio difendere la mia Nazione dall’immigrazione ALLORA sono costretto a essere solidale con le spese per l’istruzione.
Alfred: Sì. É una forma del tipo “se A allora B”
John: Esatto, ma per funzionare bene deve valere anche il contrario, cioè “se non-B allora non-A”. E quindi SE NON sono d’accordo con le sovvenzioni pubbliche all’istruzione, ALLORA NON voglio difendere la mia nazione dall’immigrazione.
Alfred: Non so perché mi si riempe il cuore quando un’argomentazione è logicamente valida. È più facile da ricordare e non devi far leva sulla tua capacità di persuasione per convincere il tuo interlocutore: deve solo ascoltare e capire dove sta la ragione.
John: Tranne se è un vecchio rincoglionito. Cristo ogni volta che penso di poter diventare come mio padre, un vecchio sordo alle novità e al cambiamento, mi rabbuio per ore. Credi che anche noi due diventeremo due vecchi dal cervello atrofizzato?
Alfred: Io non lo credo, ma lo temo. Cosa avremmo noi più di tuo padre, o del mio, per essere risparmiati da tale destino? Anche Albert dopo aver gettato le basi di una nuova e rivoluzionaria scienza ha cercato inutilmente di scalfirla per tutta la sua vecchiaia, mentre fuori dal suo solitario studio lo aspettava un’intera folla di scienziati che lo acclamava come araldo delle loro scoperte, compiute per merito di quello che lui aveva teorizzato. Sorte amara, ma ne siamo tutti soggetti purtroppo.
John: Sai meglio di me che fare il Suo nome in una disputa verbale è quasi sempre garanzia di ottenere la ragione, ma non credi che il suo potrebbe essere stato un caso particolarmente sfortunato? Dopotutto noi, a differenza dei nostri genitori, siamo stati educati a mantenere aperta la nostra mente a nuove conoscenze.
Alfred: Tutti gli studiosi sono educati a questo, o almeno dovrebbero esserlo. Rimane il fatto che imbattersi in un vecchio dalla mente aperta è più difficile che trovare un ago d’argento in un pagliaio di aghi normali.
John: Oddio è terribile. Il solo pensiero di diventare sordo a tutti quelli che la pensano diversamente da come la penso io mi sconforta. Soluzioni fattibili?
Alfred: Una mi viene in mente, ma potrebbe piacerti ancora meno della vecchiaia.
John: Spara.
Alfred: L’eutanasia!

La Squadra

Come ogni lunedì eccoci tutti e tredici con la nostra divisa blu e rossa, seduti sulle prime due file della piccola tribuna della palestra dove ci alleniamo, ad aspettare che Massimo ci distribuisca le statistiche dell’ultima partita, giocata il giorno prima: ricezioni perfette, ricezioni sbagliate, appoggi corretti, muri eseguiti, battute mirate, battute a rete, battute fuori, schiacciate a punto, schiacciate murate, pallonetti.. tutto. In poche righe è riassunto l’andamento preciso di come ognuno di noi si è comportato in campo la domenica precedente, per l’ultima partita di campionato. Per una persona normale queste statistiche sono difficilissime da compilare per un’intera squadra in tempo reale ma Massimo sono anni che da solo riesce tra un consiglio, un cambio e un tempo tecnico, a realizzarle con la precisione e la tenacia che solo una persona che dedica la propria vita a qualcosa è in grado di mantenere. Mai un errore, mai uno sbaglio: ogni foglio racchiude perfettamente come ci siamo comportati ed ogni lunedì ci consegna le nostre statistiche in silenzio, senza rimproverarci gli errori e sottolineando invece le azioni migliori di ognuno di noi.. ognuno di noi sa dove e come ha sbagliato nella partita di domenica e Massimo è convinto che non sia compito suo farci pesare oltre i nostri errori.
Ovviamente non è sempre stato così clemente: mi ricordo ancora il primo anno che questo nuovo allenatore stempiato e col naso adunco arrivò dalla vicina città per valutare quella che sarebbe stata la sua prossima squadra. Eravamo più di venti ragazzi tra i quindici e i diciotto anni ed eravamo tutto tranne che una squadra: chi veniva in palestra perché non aveva altro da fare, chi perché il padre da ragazzo giocava a pallavolo, chi perché lo facevano gli amici, chi perché giocando a pallavolo c’era la possibilità di frequentare un sacco di ragazze dei turni precedenti… anche io, di preciso, non avrei saputo rispondere perché giocavo a pallavolo: mi ero iscritto sotto consiglio di mia madre, mi era piaciuto ed ero rimasto. Non avrei saputo aggiungere altro allora. Ora invece, grazie soprattutto a Massimo, avrei potuto tenere una lezione universitaria sulla pallavolo e, più in generale, sul gioco di squadra.
Quel giorno di quattro anni prima Massimo entrò in palestra in tuta, come ogni buon allenatore di pallavolo, e rimase per tutto l’allenamento in disparte con una cartellina in mano e una penna che sembrava non utilizzare: ogni volta che alzavamo lo sguardo lo vedevamo intento ad analizzare con lo sguardo qualcuno o qualcosa, e si capiva benissimo che era lo sguardo attento di chi sa cosa c’è da guardare. Ricordo che rimasi estremamente sorpreso quando, passandogli accanto per recuperare un pallone rotolato lontano, vidi che aveva riempito fogli e fogli di scritte e schemi.
All’epoca era Mauro il nostro allenatore e più che un vero e proprio allenatore era un cinquantenne che da ragazzo aveva giocato a pallavolo e che aveva lasciato qualcosa in sospeso con se stesso, nulla di più. Ma questo lo capii solo qualche anno dopo.
Fino a quando Massimo non ci prese sotto la sua ala educatrice tutti noi credevamo che Mauro fosse l’allenatore tipico: lodi quando c’era qualcosa da lodare e rimproveri negli altri casi. Credo che anche io avrei agito in tal modo se allora mi avessero chiesto di allenare una squadra di pallavolo. Va a Massimo il merito di averci insegnato che per essere quel tipo di allenatore non c’è bisogno di competenze di sorta, basta conoscere le regole del gioco: un allenatore per Massimo è prima di tutto un educatore, il cui compito fondamentale è quello di educare i suoi giocatori a giudicare imparzialmente sé e i propri compagni in modo distaccato dopo ogni partita, a prescindere dall’esito della partita stessa. Proprio Massimo ci insegnò che ci sono vittorie deludenti e, al contrario, sconfitte esaltanti fuori misura.
Quello che conta non è il risultato, ma come lo ottieni: altrimenti basterebbe corrompere tutti gli arbitraggi.
Questa è una frase che non dimenticherò tanto facilmente, ne sono sicuro, anche perché tutti gli insegnamenti che Massimo ci ha impartito erano raramente espressi vocalmente; toccava a noi distillare le parole dalle sue azioni: erano i suoi gesti, i suoi sguardi e soprattutto i suoi applausi silenziosi che ci glorificavano più di ogni altra cosa. Dopo quella prima volta con la cartellina lo vedemmo solo la settimana dopo, sempre di lunedì, quando Mauro ci disse che d’ora in poi sarebbe stato lui il nostro nuovo allenatore.
Massimo si presentò e ci chiese i nostri nomi memorizzandoli istantaneamente: ancora oggi quando mi presento a qualcuno e un attimo dopo mi rendo conto di non aver inteso il suo nome mi chiedo come quell’uomo abbia potuto memorizzare in un minuto più di venti nomi… Resta il fatto che quell’allenamento fu il primo vero allenamento di pallavolo della mia vita, nonostante praticassi questo sport da diversi anni ormai: un allenamento intenso, a ritmi incalzanti, con una sola pausa per bere e con piegamenti di rimprovero per chi veniva sorpreso a perdere tempo. Ricordo ancora i primi aggettivi che mi vennero in mente per descrivere il comportamento di quel nuovo allenatore a cui puzzava l’alito: pignolo, autoritario, stronzo.. solo più tardi, imparando, mutai il disprezzo in stima: la pignoleria divenne precisione, l’autoritarismo si mutò in correttezza e la stronzaggine si svelò essere competenza.
Nel giro di due mesi dei ventitre che eravamo quando era arrivato rimanemmo in undici a presentarci puntuali agli allenamenti, che Massimo si era impegnato a far diventare cinque, da tre che erano sempre stati: uno era dedicato interamente alle battute e uno era di preparazione fisica e tecnica senza palla. Ricordo vivamente i primi sei mesi come un incubo a cui non mi sottraevo perché quello era sempre stato il mio sport e non avrei permesso a nessun allenatore, per quanto stronzo, di portamelo via o di costringermi a iscrivermi presso un’altra palestra. Quella fu senz’altro la presa di posizione di cui sono più debitore verso il mio orgoglio di quanto lo sia mai stato e di quanto potrò mai esserlo. Riguardo ai primi mesi ci sono degli episodi che nessuno mai cancellerà dai miei ricordi: il secondo giorno di allenamento, ad esempio, arrivai coi miei soliti cinque minuti di ritardo e feci due parole con chi era già nello spogliatoio aspettando che arrivassero tutti; una volta indossati pantaloncini e maglietta entrammo tutti in palestra e Massimo disse queste esatte parole: “La puntualità è una forma di rispetto verso gli altri e se stessi, e dal rispetto nasce la fiducia, che è la prima cosa su cui si basa ogni sport di squadra.” Poi, senza alzare la voce, continuò dicendo che siccome avevamo iniziato l’allenamento con quindici minuti di ritardo ci aspettavano centocinquanta tuffi senza palla… CENTOCINQUANTA TUFFI? Per qualche istante tutti sperammo in uno scherzo ma in cuor nostro sapevamo che il suo sguardo non lasciava spazio ad interpretazioni: ci guardammo interdetti e io per primo andai sul fondo della palestra e inizia a tuffarmi con questi esatti pensieri che mi frullavano in testa: “Sono anni che cominciamo con dieci minuti di ritardo e Mauro non ci ha mai detto niente… anzi: qualche volta anche lui era arrivato in ritardo… e chi cazzo si crede di essere questo qua, che ci fa fare centocinquanta tuffi? Fanculo, che pezzo di merda.” Impiegai mesi a capire che non importava quanto poco ritardo facessi, ma che era proprio l’idea di arrivare ad un appuntamento in ritardo che era sintomo di poco rispetto verso la squadra. Con la maturità che devo a Massimo, però, oggi in parte giustifico il mio comportamento: ognuno di noi arrivava in ritardo di tanto in tanto.. oggi io, domani tu, dopodomani qualcun altro… e questo faceva sì che non ci fosse mai qualcuno che si sentisse non rispettato dal ritardo degli altri. In poche parole non c’era una squadra cui mancare di rispetto col proprio comportamento: eravamo tutti dei cani sciolti e, infatti, al di fuori degli allenamenti era anche remoto che qualcuno di noi uscisse con gli altri durante la settimana.
Oggi, finalmente, capisco l’enorme lavoro di cui Massimo fu sceneggiatore e regista: dovette prima farci capire che cosa vuol dire la parola “Squadra” e solo dopo insegnarci ad applicarla anche, e soprattutto, alla nostra situazione. Un altro esempio del genere di cose che non posso dimenticare degli allenamenti che Massimo ci imponeva erano le “punizioni” (oggi non le reputo più tali) cui andavamo incontro se lasciavamo cadere a terra una palla senza nemmeno provare a rincorrerla: lui fermava tutto e a chi aveva lasciato cadere la palla toccavano almeno cinquanta palloni lanciati a destra e a sinistra, da recuperare fino a quando Massimo non era soddisfatto. Solo a quel punto l’allenamento riprendeva regolare e, nonostante tutti gli altri fossero rimasti fermi anche per diversi minuti, Massimo non indugiava un secondo a fermare nuovamente il gioco (anche solo un secondo dopo che era ripreso) se qualcun altro lasciava cadere un altro pallone senza provare a rincorrerlo. Oggi so perché lo faceva: era il momento più formativo per la nostra motivazione, e il concetto era semplice: nessuno ti obbliga a venire in palestra ma, dal momento che vieni, devi avere rispetto della squadra e, di conseguenza, di te stesso.
Questo anche è un insegnamento tacito che non dimenticherò mai: puoi avere rispetto di tutti i tuoi compagni ma non è detto che tu abbia rispetto anche della squadra che essi compongono, mentre non si da il caso contrario. Rispetta la squadra e rispetterai tutti i suoi componenti, te incluso. A ripensarci è incredibile: quel quarantenne che ricordava vagamente un gallo spennacchiato capì con poche occhiate chi erano i ragazzi che erano in un modo o nell’altro motivati a giocare a pallavolo e nel giro di due mesi tutti gli altri avevano lasciato la palestra e, chi più chi meno, avevano trovato quello che lì non avrebbero mai potuto trovare: chi s’era dato al calcio, chi al basket, chi s’era fidanzato… per loro la pallavolo non sarebbe mai stato un traguardo e Massimo lo capì e fece in modo che anche loro lo capissero, usando a volte modi anche un po’ bruschi. Dagli undici che eravamo rimasti dopo appena due mesi Massimo tirò su dal niente quella che sarebbe poi stata la nostra squadra; la prima che dopo anni di sconfitte amare subite da tutte le altre squadre della regione, comunque più forti sia da un punto di vista fisico che tecnico, riuscì più di una volta a battere i mostri sacri della nostra regione che come sport predilige la pallavolo sopra ogni altra.
Fu proprio in occasione di una partita giocata fuori casa contro una di queste squadre che imparammo tutti quanto può essere esaltante una sconfitta. Riportammo a casa un secco 3-1 ma ogni set fu tirato fino all’ultimo punto: mai una palla cadde senza che qualcuno provasse a recuperarla, un sacco di mani-fuori andati a punto per superare l’invalicabile muro che l’altra squadra ci parava innanzi con tutti i loro giocatori alti due metri, pallonetti sui nove metri, ricezioni perfette, battute precise sui lenti centrali avversari, un sacco di muri vincenti e, soprattutto, un sacco di urla di vittoria. Ogni volta che il loro attaccante più forte impattava contro il nostro muro noi eravamo più motivati nel continuare ad erigerlo. Ogni volta che uno dei loro centrali sbagliava a leggere le intenzioni del nostro palleggiatore quello si esaltava e dava sfogo a tutta la sua creatività lasciando spessissimo i nostri schiacciatori uno contro uno nei confronti del muro avversario. Ogni volta che il nostro muro non rappresentava un ostacolo per il loro enorme opposto c’era sempre qualcuno che sputando sangue riusciva comunque a tirare su quelle cannonate prima che scalfissero il parquet della palestra. Ogni volta che una nostra battuta li metteva in difficoltà e potevamo tutti urlare “FACILE!” si sentiva distintamente il nostro spirito crescere di forza al punto che, cosa mai successa, il loro allenatore più di una volta fu costretto a chiamare il “tempo” al di fuori dei normali tempi tecnici concessi dal regolamento: una squadra tirata su un meno di due anni era riuscita a mettere i bastoni tra le ruote a quella che molto probabilmente avrebbe vinto le nazionali giovanili quell’anno.
Alla fine della partita, a testimonianza della nostra generale impressione di aver giocato come leoni, l’allenatore della squadra avversaria venne nel nostro spogliatoio a farci i complimenti per il nostro gioco e, tra le altre cose, pronunciò più o meno queste parole: “Se la mia squadra dimostrasse anche solo la metà della motivazione e della voglia di giocare che voi oggi avete schierato in campo non avrei problemi a scommettere sulla loro vittoria alle nazionali.. spero che ora che hanno una squadra di riferimento capiranno cosa intendo quando parlo di ‘Motivazione’…” e dopo averci fatto un applauso sincero uscì lasciandoci con un piacevole senso di vittoria da assaporare, nonostante fossimo stati sconfitti l’ennesima volta; ma questa sconfitta aveva solo il nome in comune con tutte le altre cui eravamo andati incontro: tutti e 3 i set persi avevamo comunque obbligato gli avversari a chiudere sul punteggio ben oltre i canonici 25 punti previsti. Gli eravamo sempre stati col fiato sul collo e lì, però, la loro esperienza di gioco contro squadre al loro livello li aveva aiutati a non perdere la testa e a vincere nonostante tutti i nostri sforzi.
Fu la prima volta che durante il viaggio di ritorno a casa sul nostro piccolo furgone, nonostante avessimo perso, ci fosse l’allegria tipica di quando si vince e il primo tra tutti noi a scherzare fu proprio Massimo il quale, durante la partita, ogni volta che il nostro schema era stato eseguito a puntino ma che non era comunque bastato a impedire ai loro schiacciatori di sbattere per terra delle palle improbabili, si limitava a farci segno di stare calmi e di applaudire ai nostri avversari: “Bisogna saper riconoscere la superiorità dei propri avversari quando serve: è un’ottima lezione di umiltà e uno slancio a migliorarsi sempre…
Ancora ai tempi di quella partita eravamo solo undici a far parte della squadra ma tutti noi ormai vedevamo in Massimo la nostra guida, oltre che il nostro allenatore; erano ormai un paio d’annetti che tutti gli altri avevano abbandonato gli allenamenti e anche degli sporadici ragazzi nuovi che si iscrivevano erano pochissimi quelli che continuavano, riuscendo a fare proprio lo spirito di squadra che ormai ci accomunava tutti e undici: erano passati quattro anni da quando Massimo ci aveva preso in consegna e dopo lo sfoltimento iniziale eravamo rimasti a lungo in undici, fino a che due nuovi compagni si erano aggiunti nel giro di sei mesi uno dall’altro. Da quel momento eravamo in tredici e, nonostante una squadra di pallavolo sia composta da dodici giocatori al massimo, noi eravamo sempre tredici a partecipare a tutte le partite: uno degli ultimi due ragazzi che si erano uniti non era al nostro livello di gioco, dato che non aveva mai giocato prima a pallavolo, ma Massimo si impegnava con gli arbitri affinché potesse comunque fare il riscaldamento pre-partita con tutti noi e potesse poi vivere l’incontro dalla panchina e non dalla tribuna, per non farlo mai sentire “di troppo” o, comunque, in qualche modo meno importante di noi dodici titolari.
Ed eccoci, lunedì, tutti e tredici in divisa ad attendere che Massimo esca dallo spogliatoio con le nostre statistiche. Che poi, a ripensarci, anche le nostre divise nuove, che ci invidiavano tutte le altre squadre, erano state merito suo: si era incazzato con lo sponsor e aveva alzato la voce dicendo che non è accettabile che una squadra di ragazzi che pagano per giocare a pallavolo non veda in alcun modo impiegati a dovere i soldi della propria iscrizione e, a tal proposito, in occasione dei campionati regionali fece in modo che avessimo una divisa nuova di zecca e un nuovo borsone, oltre che il furgoncino con cui spostarci nelle trasferte, come una vera squadra: fino a quel momento avevamo sempre più o meno obbligato i nostri genitori a fare a turno per accompagnarci di qua o di là con le proprie macchine.
Già due anni prima, alla richiesta di Massimo di un furgoncino per la squadra capii che anche quello fa parte dei lacci che tengono insieme una squadra; sicuramente non è uno dei lacci più importanti, ma serviva comunque a far solidificare lo spirito di legame quasi fraterno che stava nascendo tra di noi e Massimo non poteva permettere che l’esaltazione post-vittoria o la delusione post-sconfitta venisse vissuta da ognuno in modo singolo nella macchina dei propri genitori: era necessario, diceva, che ognuno di noi la vivesse con gli altri.

Eccolo finalmente, Max, che esce dagli spogliatoi con in mano le nostre schede: ha un’aria strana, ma spesso succede il lunedì sera dato che il lavoro che fa per vivere non gli piace granché e il tornare alla routine lavorativa dopo una domenica trascorsa a braccetto con la sua passione, la pallavolo, non è esattamente la cosa migliore che gli possa capitare. Prendo il foglio che mi allunga e noto una strana malinconia nei suoi occhi, forse lucidi… rimango in silenzio senza guardare il foglio, in attesa che anche gli altri abbiano in mano il proprio, e poi tutti e tredici ascoltiamo le parole di Massimo: “Ragazzi oggi sarà un allenamento un po’ diverso.. niente statistiche personali, scusatemi ma non ho avuto il tempo di riscriverle in bella copia.. vi prego di leggere il foglio che vi ho dato, sperando di non aver tralasciato niente.” e detto questo tornò nello spogliatoio a passo veloce.
Ci guardammo l’un l’altro interdetti e iniziammo a leggere il foglio che ci aveva consegnato:

Ragazzi, questa mattina il mio capo mi ha comunicato l’improvvisa necessità delle mie competenze nella filiale della nostra ditta a Berlino e mi ha detto che dovrò essere pronto a partire nel giro di pochi giorni, forse prima della fine della settimana. Inutile dirvi che ho provato con tutte le forze ad oppormi a questa decisione ma i fatti che mi si sono palesati davanti hanno fatto sì che io non potessi rifiutare: vi avevo detto del mio matrimonio imminente con Romina e questa può essere la vera occasione per comprarci una casa come sono anni che la vogliamo, e forse anche per poter mettere qualcosa da parte per il bambino in arrivo (siete stati proprio voi, prima ancora dei miei genitori, a sapere che Romina era incinta, il mese scorso).. Non so esattamente per quanto me ne starò via ma vi prometto che se tornerò nel giro di un anno ricominceremo ad allenarci come abbiamo sempre fatto fino ad oggi, senza aver perso nulla della squadra che siamo diventati in questi lunghi quattro anni di allenamenti e partite. Ognuno di voi ha impiegato tantissimo della proprio persona in questa realtà chiamata Squadra che anche io mi sono impegnato a far diventare tale, e confido che proprio per questo non vi farete in nessun modo abbattere dal cambio temporaneo di allenatore: per questo ho personalmente scelto il mio sostituto temporaneo tra gli allenatori migliori che ci sono in giro (ha perfino allenato la nazionale femminile under 21) e sono convinto che non deluderà né me, né tanto meno voi.. e vi prego di non trattarlo come se fosse un estraneo, un sostituto, ma di fargli capire subito che voi siete pronti ad accoglierlo come vostra guida per tutto il tempo necessario al mio ritorno. Immagino comunque di dovervi delle scuse per questa mia decisione improvvisa ma spero che nessuno di voi me ne porti rancore più del dovuto: quando ci siamo incontrati eravate tutti immaturi e anche io aveva ancora molto da imparare da voi, dalla vostra attenzione prestata costantemente ai miei consigli e dalla vostra voglia di migliorare giorno dopo giorno.. vi sono grato per avermi concesso di diventare quello che sono e non so se potrete mai perdonarmi per il torto che ora vi sto facendo, ma vi chiedo comunque di provarci, non fosse altro per tutto il tempo che ci avete messo ad accettarmi e a farmi vostro allenatore: non è mai un allenatore che sceglie una buona squadra da allenare, né una buona squadra che sceglie il proprio allenatore.. è sempre un rimbalzo tra questi due limiti che fa in modo che le due entità si fondano e si migliorino a vicenda: io da voi ho imparato davvero tanto, e non so se nella mia vita mi ricapiterà qualcosa di così bello come sono stati questi quattro anni trascorsi con voi, e per questo vi prego di non valutare la mia decisione come il capriccio di una persona adulta, ma per quello che è realmente, ovvero un sacrificio che mi costa caro. Tutti tra di noi sapevano che prima o poi sarebbe finita e, forse, questa è l’occasione che aspettavamo da un po’: ormai avete tutti quasi intrapreso l’università e sarebbe uno sbaglio rimanere legati al proprio modesto ambiente per una cosa che è destinata inesorabilmente a finire.. anche nel più roseo dei casi in cui ognuno di voi diventi un pallavolista di professione sono pronto a scommettere che mai giochereste tutti nella stessa città: figuriamoci nella stessa squadra! Abbiamo reso magici questi quattro anni e io mi prendo tutta la responsabilità della loro fine repentina, ma sono convinto che un domani, quando vi guarderete indietro, valuterete questa mia scelta come una decisione più che saggia, sia per me che per voi. Vi ho preso che eravate degli sconosciuti a voi stessi e vi ho mostrato i vostri limiti e come superarli, le vostre virtù.. nessun allenatore potrebbe chiedere di meglio di quanto a me sia stato concesso, e per questo vi sono grato.

Addio, Max.

Nessuno di noi ha il coraggio di aprire bocca e ci limitiamo a guardarci l’un l’altro negli occhi: qualcuno piange già, qualcun altro singhiozza con occhi asciutti, qualcuno ha le mani tra i capelli e alcuni di noi si asciugano il naso con le maniche della nuova, bellissima tuta.

La nostra avventura è finita e non c’è alcuno spazio per le parole.

Alfred e John – Ode al Precariato

Premessa

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

ODE AL PRECARIATO

Davanti alla televisione, due amici ascoltano il telegiornale che sentenzia: “La disoccupazione giovanile ha raggiunto quota 20%”

John: Siamo messi proprio male Cristo… non vorrei sembrare banale, ma non riesco a trovare altre parole per dirlo se non ‘Dove andremo a finire?’
Alfred: Che intendi?
John: La situazione economica del nostro paese.. il diritto al lavoro non c’è più. Oggi se riesci a lavorare sei un privilegiato!
Alfred: Addirittura? Io non la vedo così buia
John: Come sarebbe? Per la prima volta nella storia recente i nostri figli saranno più poveri di noi. E questo è un fatto, Al…
Alfred: Lo so bene, dico solo che dalla situazione se ne può comunque cavare qualcosa di buono.
John: Tipo?
Alfred: Tipo rivalutare il precariato, ad esempio.
John: “Rivalutare il precariato”? Ma che cazzo dici? I nostri genitori hanno lottato per il diritto al lavoro, per la salvaguardia dell’articolo 18… Come puoi pensare che il precariato sia una cosa positiva?
Alfred: Ehi, non dico mica che la situazione economica attuale sia preferibile a quella in cui siamo cresciuti noi… tutt’altro! Dico solo che, dato che le cose stanno così, dobbiamo cercare di trarne il miglior profitto possibile. A livello umano, intendo.
John: E sentiamo, che genere di profitto umano hai in mente?
Alfred: Per esempio di cominciare a vivere il precariato con un altro spirito e consegnare questa nuova chiave di lettura ai nostri figli.
John: Ok, è la seconda volta che dici la stessa cosa ma, nello specifico, cosa c’è di BUONO nel precariato?
Alfred: Così su due piedi mi vengono in mente almeno tre pregi notevoli: il primo dei quali è sicuramente quello che ti evita di diventare a tutti gli effetti un ingranaggio del capitalismo… E, prima che fai quella faccia, permettimi di chiarire cosa intendo
John: Prego prego, sono tutto orecchi.
Alfred: Nella situazione attuale, che non è certo di boom economico, il posto fisso in che cosa si concretizza? Si concretizza nel fatto che appena hai uno stipendio fisso ti sbrighi ad aprire un mutuo per la casa e macchina, un mutuo che molto probabilmente non finirai di pagare prima dei cinquanta anni. E dopo la casa, o magari assieme ad essa, ti dici che tutto sommato sei pronto per una famiglia e dei figli, giusto? Tanto ormai hai le spalle coperte, no? Per amor di discussione io sto facendo proprio il caso in cui non ci si debba minimamente preoccupare di un eventuale licenziamento: hai il tuo posto e nessuno te lo tocca. Ma questo cosa comporta? Che una volta firmato il mutuo in banca sei ancorato letteralmente alla tua routine quotidiana, senza via di scampo: non hai modo di rimetterti sul mercato perché le rate del mutuo stanno sempre lì e i figli battono cassa ogni giorno: libri, vestiti, tasse scolastiche, sport… Così la tua vita si riduce a fare per quaranta anni una cosa che mediamente non ti piace, con un unico pensiero fisso rivolto a quei quindici giorni di ferie annuali nei quali semplicemente ti limiti a tirare una boccata d’ossigeno prima di immergerti nuovamente nell’acqua stantia della routine quotidiana.
John: Eppure ero convinto che a te piacesse la routine, Al…
Alfred: A me sì, ma io sono un neo-pensionato: nella mia routine nessuno mi dice cosa devo fare e come farlo… Faccio letteralmente quello che mi pare!
John: Però Al dalle tue parole qualcuno potrebbe pensare che sei contro la famiglia, non credi?
Alfred: Io non sono contro la famiglia John, e tu lo sai. Dico solo che consigliare ai nostri figli di mettere su famiglia con la soglia della povertà che si alza sempre di più è come consigliare a qualcuno che soffre di vertigini di salire in cima alla tour Eiffel… Per carità è bellissima, ma bisogna vedere se per lui sarà maggiore l’estasi visiva o il disagio psicologico, non trovi? Ci sono tante cose belle che può fare una persona che soffre di vertigini, ma visitare la Tour Eiffel non mi sembra una priorità. Allo stesso modo ci sono tante cose belle che può fare un precario, se non si incaponisce a voler mettere su famiglia.
John: Per esempio?
Alfred: Uno su tutti, viaggiare! Pensaci, quanti paesi diversi hai visto in vita tua, John?
John: Uhm… una decina almeno.
Alfred: Ecco. Noi due abbiamo più o meno la stessa età. Non ti sembra un po’ sprecata la vita se ti fermi a pensare che morirai avendo visto così poco? Se non avessimo avuto moglie, figli… ci saremmo fatti trasportare dai venti e dalle maree lungo ogni meridiano e avremmo vissuto tanti posti e imparato tante cose che al confronto la sapienza di un qualunque famoso intellettuale impallidirebbe.
John: Beh, sì. Quello di poter viaggiare sarebbe un indubbio vantaggio. E gli altri due?
Alfred: A-ah! Siamo già a due: il primo vantaggio era quello di non rimanere aggrovigliati per sempre nel vortice lavoro-guadagno-spendo-lavoro-guadagno-spendo, e il secondo è una conseguenza di questo: non avere stabilità di impedisce di poterti accollare impegni a scadenza troppo remota, permettendoti così la libertà di viaggiare e, bada bene, quando dico ‘viaggiare’ non intendo il viaggiare una settimana per poi tornare a casa propria… Intendo viaggiare di città in città, di paese in paese: giusto il tempo di imparare la lingua e saresti di nuovo pronto per partire alla volta dell’altro capo del mondo. Praticamente un perenne affittuario!
John: Mi sembra un po’ irrealistico, se devo dirti la verità.
Alfred: Anche a me, ma ricorda che noi siamo cresciuti con la testa piena di “Trovati un lavoro buono, trovati una donna che ti ami, fatti una casa, cresci i tuoi figli meglio che puoi…” Pensa se i nostri figli crescessero sentendo di continuo parlare di quanto è bello il mondo, di quanto non vale la pena di sobbarcarsi un mutuo di trenta anni e ammanettarsi così alla sorte di un solo paese… Pensa cosa farebbero se gli venisse insegnato che la famiglia è un’istituzione obsoleta, troppo vecchia per stare al passo con la sovrappopolazione. La famiglia aveva un senso quando eravamo pochi e disorganizzati. Oggi non ce l’ha più: mettiamo al mondo figli con pochissime speranze di potergli lasciare un mondo migliore di come l’abbiamo ereditato noi.
John: E quindi due vantaggi. Ce n’è un altro nell’essere un precario a vita?
Alfred: Sì, e forse è il più importante dei tre.
John: Addirittura?
Alfred: Non lo so, ma ad occhio e croce direi di sì.. si tratta semplicemente di non lasciare che il proprio cervello si atrofizzi, data la scarsità di stimoli cui è sottoposto un essere umano senza preoccupazioni. Hai presente l’ascidia? È un esserino dotato di un primitivo sistema nervoso, almeno fino al momento in cui non trova uno scoglio sul quale aggrapparsi.. Sai cosa ci fa col suo cervello non appena trova il luogo in cui passerà tutta la sua esistenza? Se lo mangia! ..tanto non lo userà mai più.
John: A ben pensarci ne conosco fin troppe di persone che oltre al lavoro non fanno altro che guardare la televisione, o leggere sul giornale notizie false o manipolate.. gente che rimane attiva di cervello, con cui è piacevole parlare, ce n’è davvero poca in giro..
Alfred: Forse è per questo che siamo sempre noi due da soli, eh John? Ah ah..
John: Eh eh.. chissà..
Alfred: Giusto per farti un altro esempio tratto dal mondo animale, basta osservare l’abisso tra l’intelligenza del lupo e quella del cane: il primo è un esempio perfetto di precario a vita, mentre il secondo è un esempio perfetto di pensionato a vita: quale migliore situazione quella di chi viene pagato senza dover lavorare?.. Il cervello del lupo è notevolmente più grande di quello del cane e anche le capacità di cui danno prova testimoniano largamente in favore del primo: se confrontato con le capacità di adattamente di un lupo, il cane è praticamente incapace di risolvere un problema che gli si pone davanti.
John: Questo lo sapevo anche io, ma non ricordo dove l’ho letto..
Alfred: Come il lupo, il precario è costretto tutta la vita a stare sull’attenti, pronto a re-inventarsi ogni giorno, in modo da ottenere quello di cui ha bisogno senza fare affidamento sul fatto che il giorno che ci attende sarà conforme al giorno che ci ha lasciato.. tutto cambia, tutto muta.. ma il salariato no. E, sia chiaro, non può farci niente.. sono davvero rari i casi di lavoratori a stipendio che trovano il tempo di leggere o, volesse Dio, studiare.. ma purtroppo l’ingranaggio di cui sono parte non gli lascia tempo di farlo, nella maggior parte dei casi.
John: Beh, ci sono comunque un sacco di persone che leggono.. e alcune di queste leggono davvero tanto..
Alfred: Ovviamente sì, ma parliamo di una minoranza.. e in ogni caso l’industria dei libro si fonda sui romanzieri di professione.. Stephen King, Clive Husserl, Patricia Cornwell, Wilbur Smith.. tutta gente che sforna un mattone di cinquecento pagine l’anno con l’unico risultato di tenere occupata la mente della gente senza farla riflettere minimamente: un sondaggio recente afferma che la maggior parte delle persone che legge più di tre libri al mese finisce col ricordarsi la storia solo a grandi linee, perdendosi ogni particolare o sfumatura.. Ovviamente questo problema nemmeno si pone per gli autori che ti ho elencato, in quanto non c’è nessuna cura del particolare nei loro racconti.. Inoltre, quando si tratta di semplici romanzi, che differenza farebbe leggerli o ‘guardarli’ in versione cinematografica?..
John: Ora che ci penso, infatti, nessuna..
Alfred: Appunto.. la lettura di autori come questi produce molte cose buone, ma non di sicuro l’apertura mentale.. apre molto di più la mente navigare tra un blog e l’altro, cercando di capire cosa ha spinto l’autore a scrivere quello che ha scritto..
John: Dove siamo andati a finire.. dal precariato ai romanzi-spazzatura.. Ma, mi viene da pensare, quella del precariato non è nemmeno un problema troppo moderno.. ricordo che al liceo rimasi colpito dallo scoprire che con l’avvento della prima rivoluzione industriale una grandissima fetta della popolazione rimase da un giorno all’altro senza lavoro: telai meccanici, macchine per arrotolare le sigarette, macchine a vapore..
Alfred: Infatti.. allora non esistevano i sindacati.. ma pensa che situazione si troveranno a dover affrontare i nostri sindacati quando, in un futuro non lontano, le macchine potranno sostituire quasi totalmente il lavoro manuale.. non ci sarà proprio più posto per chi non ha studiato.. a quel punto l’unica strategia sarebbe quella di chiedere un salario talmente basso da poter competere con le spese di manutenzione degli attrezzi meccanici.. una lotta praticamente persa in partenza, non trovi?
John: Già.. ma quindi, in definitiva, tu a tuo figlio consiglieresti la vita del precario?
Alfred: Se i tempi non cambiano in fretta, e radicalmente, sì.

Alfred e John – Il mestiere più antico del mondo

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

IL MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

Due amici sono in macchina, nel cuore della notte. Ad un certo punto, sulla strada di casa, attraversano una via frequentata da diverse ragazze poco vestite.

Alfred: Ci fermiamo?
John: Ma va’? Non pensavo fossi tipo da sesso a pagamento
Alfred: E cos’è che te lo faceva escludere?
John: Non so… il tuo modo di pensare, sempre aperto e anticonformista, immagino.
Alfred: E non ci vedi niente di anticonformista nel fatto che una donna si faccia pagare per il suo corpo?
John: No, assolutamente no. Ci sarà pur un motivo se lo chiamano ‘il lavoro più antico del mondo’, no?
Alfred: Hai ragione più di quanto tu stesso non creda, amico mio
John: In che senso?
Alfred: Nel senso che oggi è proprio come dici tu: non c’è davvero niente di anticonformista nella scelta di una donna di prostituirsi, e infatti la mia era una battuta. Credevo che mi conoscessi abbastanza bene ormai, ma forse mi sbagliavo.
John: Eddai Al! Sei tu quello che si diverte a fare sempre il bastian contrario. Poi non ti stupire se la gente ti prende sul serio quando dici qualcosa che va contro il loro modo di pensare
Alfred: Riesci sempre a incastrarmi John, e solo una persona che mi conosce profondamente bene potrebbe farlo. Te ne do atto.
John: Ecco. Aspetta un attimo però… prima hai detto che il degrado della prostituzione è legato ai tempi che corrono. Oggi, hai detto, non c’è niente di anticonformista in una donna che decide di vendere il proprio corpo… Vuol dire che prima lo era?
Alfred: Beh sì, anche se bisogna andare molto indietro nel tempo… considerando anche che la maggior parte delle ragazze che abbiamo visto prima non lo fa di propria scelta, ma questo è un altro discorso: io mi stavo riferendo esplicitamente a quelle prostitute che scelgono da sole la propria professione.
John: E perché? Quelle sarebbero anticonformiste secondo te?
Alfred: Non lo sono, infatti. Oggi quella è la via più facile per mettersi da parte un mucchio di soldi: lo trovi ad ogni angolo uno schifoso capo di governo pronto a pagare per del sesso facile. Anche se ci sono due categorie di persone che girano intorno al mondo della prostituzione che non riesco a biasimare nemmeno al giorno d’oggi…
John: E chi sarebbero? Sentiamo…
Alfred: Alla prima categoria appartengono tutti quegli uomini contro i quali la natura, o Dio, si sono accaniti formandone persone davvero poco piacevoli da guardare. Persone che, purtroppo, con molta probabilità morirebbero vergini, con l’unica “colpa” di essere sgradevoli alla vista…
John: E la seconda categoria?
Alfred: Questa è più interessante: è formata da tutte le ragazze e i ragazzi che si prostituiscono il venerdì e il sabato sera nei night club per pagarsi l’università… non sono ancora sicuro del mio giudizio, ma ogni volta che ci penso non posso fare a meno di provare solidarietà per il loro operato!
John: Sì va bene, ma non ci trovo niente di differente tra una ragazza che si prostituisce per pagarsi l’università e una che si prostituisce per comprarsi la macchina.
Alfred: Eppure la differenza c’è, ed è notevole anche!
John: Addirittura “notevole”?
Alfred: Pensaci. Una che ci si paga la macchina, ci si paga anche le bollette, la spesa, la casa… per lei la prostituzione è una scelta definita: è il suo modo di guadagnare…
John: …mentre per la ragazza del NightClub la prostituzione è solo un mezzo per poter studiare.
Alfred: Esatto. Una volta presa la laurea la ragazza, o il ragazzo, in questione sarà finalmente libero di mostrare quanto vale il suo impegno intellettuale.
John: Anche perché, diciamoci la verità, a fare del buon sesso imparano più o meno tutti: non è che si dia dimostrazione di gran valore se l’unica cosa che sappiamo fare è una cosa che sanno fare tutti per natura. Sì può essere particolarmente bravi, ma niente che non si raggiunga con un po’ di esperienza.
Alfred: Precisamente. Ed è proprio questo il motivo per cui ai nostri figli cerchiamo di insegnare l’impegno e lo studio: a posare nudi per qualche migliaio di euro sono capaci tutti, mentre per realizzare qualcosa di intellettuale ci vuole ben altro
John: Ok, ma torniamo al discorso iniziale… ormai sono troppo curioso di saperlo: a quale periodo fai risalire la prostituzione come atto anticonformista?
Alfred: Senz’altro a prima dell’avvento di Cristo, nostro salvatore… erano proprio gli albori della civiltà. Ti dicono niente le parole “Tu uomo, lavorerai con sudore e tu, donna, partorirai con dolore” ?
John: É la Bibbia no?
Alfred: Già… l’uomo lavora, la donna mette al mondo i figli e bada alla prole e alla casa. Oggi la sola idea che qualcuno possa pensarla ancora così ci fa accapponare la pelle, ma 4000 anni fa era naturale pensare una cosa del genere: io, uomo, lavoro e mantengo te… te, donna, in quanto inetta a sopravvivere da sola, mi sei debitrice e, non avendo niente con cui ripagarmi, mi appartieni di diritto!
John: Che cosa tremenda…
Alfred: Il fatto è che oggi io e te siamo convinti che una donna possa scegliere autonomamente se dedicarsi alla casa o alla carriera, senza alcuna costrizione imposta dall’alto, almeno in linea teorica. Purtroppo però il gene cattolico-casalingo è ancora lungi dall’essere estirpato dal nostro corredo culturale
John: Comincio a capire dove vuoi andare a parare, credo
Alfred: Vediamo… dove voglio andare a parare, secondo te?
John: Beh, al fatto che nel 4000 avanti Cristo non è che ci fosse tanta alternativa per una donna che volesse rendersi autonoma
Alfred: Esattamente! Una donna che, purtroppo o per fortuna, perdeva il marito… o che fosse costretta ad abbandonare il suo villaggio in seguito ad accuse infondate… o che, ancora, non avesse la tanto celebrata dote per “meritarsi” un marito che si prendesse cura di lei… tutte loro avevano un’unica possibilità di sopravvivere nell’ostile mondo che gli si apriva dinanzi…
John: E cioè prostituirsi
Alfred: Almeno questo è ciò che penso io. In qualche modo sono portato a credere che l’origine della prostituzione potrebbe essere visto come l’antenato delle moderne rivendicazioni di autonomia fatte dal movimento femminista.
John: Addirittura?
Alfred: Pensaci: sei una donna senza niente che ti appartenga, non hai qualcuno che ti possa sostenere, e il lavoro duro nei campi non ti rende come rende ad un uomo, sia perché sei fisicamente più debole sia perché, soprattutto, come donna avevi diritto ad un salario enormemente più basso. Era già tanto se ti davano un posto in cui dormire e il pane quotidiano
John: Quindi o rimanevi schiava a vita o ti prostituivi e, per così dire, ti “mettevi in proprio”…
Alfred: Fa uno strano effetto sentirlo dire, ma credo proprio di sì. Capisci ora perché cinque minuti fa ti ho detto che a chiamarlo “il lavoro più antico del mondo” avevi più ragione di quanta non ne credessi? Per quanto riguarda la storia del lavoro femminile, quello che oggi viene chiamato ‘Diritto al Lavoro’, è il discendente diretto dell’attivita delle prime prostitute.
John: Mi sembra così assurdo
Alfred: Secondo te perché il primo insulto che viene sempre in mente quando si deve offendere una donna è proprio “Puttana”??
John: Non ci ho mai pensato, a dir la verità. Credo che sia semplice maschilismo: l’uomo che rimorchia è un Don Giovanni, mentre la donna che lo fa è una zoccola
Alfred: No caro mio, non è così banale!
John: Tu cosa pensi?
Alfred: Io penso che l’insulto ci viene in mente in maniera così rapida perché è storicamente radicato nel nostro modo di pensare il mondo e, in particolare, la donna
John: Uhm… non ti seguo
Alfred: Immagina sempre la nostra ipotetica prostituta di 4000 anni fa: abitando nello stesso villaggio in cui abitano tantissime altre donne, tutte di proprietà di qualcuno, lei è l’unica che può decidere da sola della sua vita. Ha bisogno di una pecora? Se la compra senza chiedere niente a nessuno… desidera un vestito nuovo? Se lo compra, senza chiedere il permesso al marito, o al padre… Sono disposto a scommettere che nel villaggio fosse anche l’unica donna a potersi permettere una casa propria, senza nessuno a dirle cosa fare o come farlo
John: Mi stai forse suggerendo l’idea che la nostra prostituta fosse libera a tal punto dalla schiavitù domestica, da scatenare addirittura l’invidia e il disprezzo delle altre donne del villaggio?
Alfred: Ne sono pienamente convinto. Sì.
John: E che quindi, in qualche modo, l’insulto “Puttana” abbia radici femminili?
Alfred: Del tutto femminili. Anche perché, pensaci un attimo, quando ancora la prostituzione era agli albori della sua storia, che motivo avrebbe mai avuto un uomo per offendere la sua amante domenicale? Nessuno lo obbligava ad andare da lei, anzi… era addirittura disposto a pagare per giacere con essa anche solo poche ore
John: Cazzo hai proprio ragione… e quindi le altre donne non solo la guardavano con invidia a causa della sua totale libertà… erano pure costrette a sopportare il fatto che i loro mariti preferivano pagare un’altra donna invece di fare l’amore con loro. É naturale che la disprezzassero oltre ogni limite, aveva tutto quello che loro potessero desiderare: sia la libertà ché l’essere desiderata dagli uomini! Da questo al cominciare a pronunciare la parola “Prostituta” con disprezzo il passo è brevissimo e anzi, aspetta un attimo! Mettendola così viene anche ridimensionata la colpa di noi uomini nell’offendere qualsiasi donna col generico termine “Puttana”… non abbiamo fatto altro che fare nostra un’offesa che le donne hanno inventato per altre donne che invidiavano
Alfred: Hai fatto centro John: io non avrei saputo usare parole migliori.
John: Pensare controcorrente fa proprio bene alla mente.
Alfred: Certo non sempre si arriva a qualcuno di buono, ma di sicuro si arriva a qualcosa di nuovo.

ps: L’idea per questo dialogo mi è venuta mentre stavo leggendo Il Vangelo Secondo Gesù Cristo, di Saramago (la parte sulla Maddalena soprattutto).