Contro il nichilismo

terra

Non basta godersi la bellezza di un giardino, senza dover credere che ci siano le fate in un angolo?
(DNA, Douglas Noel Adams)

Da quando ha cominciato a porsi domande su di sé e sul mondo che lo circonda, a formulare ipotesi e risposte, l’uomo si è sentito sempre centralissimo nella spiegazione della realtà: tutto quanto è stato studiato e catalogato secondo gli schemi che gli risultavano più intuitivi, naturali. Per Aristotele le categorie con cui l’uomo catalogava il mondo erano proprie del mondo stesso, eterne e immutabili, universali e l’uomo si limitava a muoversi all’interno di esse. Basandosi sull’interpretazione “cattolica” di Aristotele (banalizzo un po’, scusatemi) l’essere umano (soprattutto quello europeo) si proclamò culmine del creato e questo si riflesse su tutte le costruzioni teoriche che lui stesso mise in piedi: pose sé stesso come vetta ultima della vita naturale, unico tra gli animali ad essere dotato di ragione, e si collocò al centro dell’universo, padrone unico di filosofia, scienza ed etica.

Poi qualcuno cominciò a scardinare questa convinzione, questo modo di pensare, e consegnò ai suoi simili nuove e potentissime chiavi di lettura della realtà, mostrando quanto poco “centrale e necessario” fosse il nostro ruolo nell’Universo. E il tutto avvenne con estrema rapidità: come una diga che a partire da una piccola frattura inizi a perdere acqua e finisca con lo sfracellarsi in pochi secondi. Confrontata con il tempo in cui la diga aveva retto il peso del liquido che la sovrastava, la sua ceduta è sempre questione di attimi, e sorprende tutti. Allo stesso modo, dopo i millenni passati a considerarsi il centro di tutto, il processo di discesa dell’uomo dal suo piedistallo è durato poco, pochissimo, e ha preso alla sprovvista tutte le culture che avevano contribuito ad innalzarlo, nessuna esclusa. Nessuna cultura era pronta per accogliere a braccia aperte il cedimento di questa diga, la diga del “siamo gli esseri più importanti dell’universo”.

Non solo Copernico ci mostrò che il nostro pianeta non si trova affatto al centro delYouAreHereMilkyWayGa cosmo, ma oggi sappiamo che non lo è nemmeno il nostro Sole (una stella di dimensioni medio-piccole, per giunta), e men che mai lo è la nostra galassia: ci troviamo sospesi in un punto casuale dell’universo, senza alcuna caratteristica che lo renda speciale, in un modo o nell’altro.
Qualcuno poi ricorderà che le categorie che Aristotele aveva collocato fuori di noi, universalizzandole, Kant le spostò all’interno della nostra mente (proprio questa fu la sua rivoluzione copernicana, dopotutto): i nostri giudizi sul mondo, ci dice Kant, sono basati sul modo particolarissimo in cui lo percepiamo e quindi risulta evidente che non possiedano alcunché di universale, ma sono limitati alla nostra specie. Un essere che percepisse il mondo in maniera diversa, arriverebbe a giudizi diversi.
Poi arrivò Darwin a svelarci che non solo la nostra specie non è l’inevitabile conclusione di un glorioso processo di ascesa, ma che è semplicemente il risultato casuale di milioni di anni di selezione naturale mischiati a contingenze climatiche e geologiche.

E’ precisamente così, esatto: avremmo potuto benissimo non esserci, e all’universo non sarebbe cambiato nulla.

Niente.

Più le nostre conoscenze si sono fatte scientifiche, organiche, e più capiamo che fino a ieri non avevamo capito un cazzo: è proprio a questa presa di coscienza che i testi accademici fanno riferimento con la parola “antropocentrismo” (o con l’espressione “proiezione antropocentrica”), ma solo perché i libri accademici non sono soliti contenere parolacce. Per far capire bene quello che stanno intendendo, dovrebbero limitarsi a dire “…questo significa che non avevamo capito un cazzo”. That’s all.

Poi è stata la volta di Einstein, venuto a dirci che il tempo e il suo scorrere non sono assoluti, ma relativi. In altre parole lo scorrere del tempo dipende dalla velocità di chi osserva, e che quindi due eventi possono risultare simultanei per un osservatore e non simultanei per un altro in moto rispetto al primo: e quindi? che significa? Significa che se non si può più distinguere in maniera univoca cosa avviene “prima” e cosa avviene “dopo”, come facciamo ad essere sicuri che un fenomeno sia “causa” e un altro fenomeno sia “effetto”? Crolla il concetto di causalità assoluta.
E infine Planck e l’interpretazione di Copenaghen, che ci spiazzano definitivamente mostrando che la natura stessa del mondo atomico risponde in maniera diversa a seconda di come lo studiamo: se architettiamo un esperimento per mostrare la natura corpuscolare degli atomi, scopriamo che si comportano come corpuscoli… e, simmetricamente, se ci ingegniamo per mostrare la loro natura ondulatoria ci sorprendiamo a scoprire che essi si comportano anche come onde (è proprio questo il famoso dualismo onda-particella). Quindi non c’è proprio più niente di oggettivo, nemmeno il mondo esterno a noi: a seconda di come lo studiamo* il mondo dipende sempre dall’osservatore.

Non c’è via di fuga dal relativismo: pare che la Verità (quella con la V maiuscola) non possa esistere. Almeno non quella che avevamo tanto a cuore, quella assoluta.

Ora, e arriviamo finalmente al vero motivo di questo articolo, vediamo cos’è successo DOPO questo risveglio (che dire “brusco” è dire poco): in meno di 4 secoli, con le nostre stesse mani, ci siamo decentrati oltre ogni immaginazione, sotto una pioggia battente di evidenze epistemologiche e scientifiche. E dopo tutta questa pioggia di evidenze sono nate come funghi intere generazioni di disperati, di arresi, di insoddisfatti, di perdenti, di sconfitti… in una parola, è nato il nichilismo.

Ci sono poche prese di posizioni concettuali che mi fanno più tenerezza del nichilismo: credo che esso non sia altro che la versione adulta (ma non per questo meno capricciosa) della delusione che provavamo da bambini quando scartando il regalo di natale scoprivamo che non era affatto quello che avevamo chiesto.
Esattamente nello stesso modo il nichilismo si è fatto strada tra gli adulti (soprattutto tra le persone di cultura), incapaci di vedere che non c’è bisogno di aggiungere “altro” alla consapevolezza di essere l’unica specie dell’universo conosciuto in grado di indagare, per quanto in maniera grossolana e semplificata, la meccanica e il funzionamento dell’universo stesso e di ciò che esso contiene: dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, oggi abbiamo un’idea FUNZIONANTE di come stiano messe davvero le cose e di come si muovano gli ingranaggi del tempo. Un’idea fatta di numeri, di formule matematiche, di leggi fisiche, che però hanno il pregio di permetterci di formulare vere previsioni sul futuro.
Oggi, tanto per fare un esempio, sappiamo con una certa precisione quando avverrà l’apocalisse, ma le nostre conoscenze non hanno più niente a che vedere con San Giovanni evangelista. L’astrofisica ha preso il posto di Nostradamus e ci informa, dati alla mano, che l’apocalisse sarà fra circa 5 miliardi di anni, quando la nostra stella esaurirà le sue riserve di elementi necessari per la fusione nucleare che la tengono accesa e che la fanno brillare nell’oscurità del vuoto cosmico. Oggi sappiamo che il nostro rassicurante sole diventerà immensamente più grande (e immensamente meno rassicurante) e divorerà tutto, fino a tornare piccolo e insignificante: un sole freddo e spento, un sole morto. E, come se non bastasse ad essere abbastanza decentrati, l’astrofisica ci dice anche che la nostra non sarà altro che una della moltitudine galattica di apocalissi che quotidianamente fanno brillare l’universo e le sue galassie.

Niente paradiso, quindi. E niente vita oltre la morte.

Delusi? Bene, è ora di crescere e di smettere di credere alle favole.
Per quanto mi riguarda, invece, questo assoluto senza di marginalità e di insignificanza mi permette di valutare ciò che mi circonda nella giusta prospettiva: il solo fatto di essere qui, oggi, ci dice che siamo qualcosa di così storicamente improbabile, che il nostro ritenerci straordinari, per quanto ingiustificato, non deve stupire troppo.
Un po’ come si riterrebbe straordinario che lanciando 50 monete contemporaneamente ottenessimo croce per tutte e 50: è evidente come questa realizzazione non sia fisicamente impossibile, ma solo statisticamente improbabile**. E ora bisogna tenere presente che la nostra presenza sulla terra, come specie homo sapiens, è di gran lunga più improbabile del lancio contemporaneo di 50 misere monete: nessun essere dotato di ragione avrebbe scommesso alcunché sulla comparsa della vita (e men che mai della vita intelligente) su questo pianeta, che alla sua nascita era coperto di lava e roccia fusa. Un numero inimmaginabile di accidenti, in primis cosmologici, e poi geologici, chimici e infine biologici hanno dovuto verificarsi affinché Decartes potesse affermare un giorno che “Penso dunque sono”.

Eppure eccoci qui, a non capire un cazzo: invece di meravigliarci, con rinnovato spirito greco, di fronte a tanta improbabilità concretizzata, ci limitiamo a scuotere la testa, delusi dall’aver scoperto che l’universo non si prenda affatto cura di noi, e che non faccia di noi il suo fiore all’occhiello.
Ora sappiamo che l’universo non è come ce lo aspettavamo e che non c’è alcuna possibilità di vita dopo la morte. Inoltre possediamo la certezza che oggi l’unico pianeta in grado di ospitarci è questo, il nostro. E non perché non ce ne siano altri simili (la missione Kepler del NASA ne ha già trovati alcuni!), ma solo perché, al momento, non disponiamo ancora dei mezzi adatti per trasferirci su di essi.

Come diceva Carl Sagan: “Possiamo visitarli? Sì. Possiamo trasferirci? Ancora no”.

Quindi, avendo un solo pianeta sul quale vivere, lo dobbiamo tenere da conto. E non per il suo interesse, lui è un pianeta: è un grosso sasso che da circa 4,5 miliardi di anni gira su se stesso ed intorno ad una stella. Al nostro piccolo pianeta verde-azzurro, di noi, interessa veramente poco: la geologia ci insegna che la Terra attraversa periodicamente ere glaciali, con le calotte polari che arrivano a gelare tutto fino ai tropici, congelando qualunque cosa sul loro tragitto e passando sopra tutta la meravigliosa biodiversità che era riuscita a nascere nei precedenti millenni di clima più favorevole. E questo continuerà, fino alla morte del sole. Periodicamente verrà spazzato via tutto, o quasi.
La terra, fatemelo ripetere un’ultima volta, non si cura affatto di noi: la terra, semplicemente, ci ha prodotto. E ci si scrollerà di dosso senza tanti pensieri, alla prossima glaciazione (o molto prima, nel caso di un meteorite come quello che, forse, ha fatto estinguere i dinosauri).

Qual è la conclusione di tutto questo? La conclusione è che non dobbiamo prenderci cura del pianeta per il bene del pianeta, ma dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta per il nostro stesso bene, perché abbiamo capito che non c’è nessun altro che possa prendersi cura di noi da fuori, dall’alto. Siamo noi, dal basso, che dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro, finendo un giorno col riuscire ad inglobare nella nostra opera tutto quel gigantesco sasso verde-azzurro che ci ospita, e che chiamiamo Terra.

Non guasterà, a questo punto, far presente che quasi tutti gli astronauti, dopo aver osservato la terra da fuori, piccola e sospesa nel vuoto cosmico, abbiano provato circa la stessa sensazione, con la quale hanno percepito la fragilità e al tempo stesso la bellezza del pianeta, inteso come un tutto:

Quando finalmente raggiungi la luna e ti volti indietro a guardare la Terra, tutte quelle differenze e quei caratteri nazionalistici iniziano a mischiarsi, a confondersi, e ti senti pervaso dalla sensazione che forse quello è veramente un unico mondo e ti chiedi come diavolo sia possibile che ancora non abbiamo imparato a viverci tutti insieme onestamente.
– Frank Borman

Abbiamo imparato molto sulla Luna, ma ciò che abbiamo imparato veramente è stato a proposito della Terra. Il semplice fatto che da quella distanza tu possa alzare il pollice e nascondere tutta la Terra dietro ad esso. Qualsiasi cosa che tu abbia mai conosciuto, tutti i tuoi affetti, i tuoi impegni, i problemi che affliggono la Terra stessa: tutto dietro al tuo pollice. E al tempo stesso percepisci quanto insignificanti tutti noi siamo realmente, e di conseguenza realizzi quanto siamo fortunati di possedere questo corpo e di essere capaci di godere d’amore qui, tra le bellezze della Terra.
– Jim Lovell

Più ci allontanavamo e più le dimensioni della Terra diminuivano. Alla fine raggiunsero le dimsioni di una biglia, la più bella che si possa immaginare. Quella sfera bella, calda e viva sembrava così fragile, così delicata, che se qualcuno l’avesse toccata con un dito l’avrebbe distrutta. Una vista del genere non può non cambiare un uomo.
– James B. Irwin

Improvvisamente, da dietro la Luna, in lunghi momenti di immensa maestosità, quasi al rallentatore, emerse una gemma luminosa di colore blu e bianco, una leggera sfera del colore del cielo, velata di bianco, che si alzava poco a poco come una piccola perla sospesa su un mare nero di mistero. Impiegai più di un momento per realizzare appieno che quella era la Terra… era casa.
– Edgar Mitchell

E tutto questo esalta la figura dell’uomo, più che condannarla, con buona pace dei nostri amici imbronciati, i Nichilisti.

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Note:

*Sempre in chiave scientifica, chiaramente: è il metodo sperimentale che ha strappato la conoscenza dalle grinfie del misticismo.
**Per la precisione, la probabilità che quel lancio straordinario avvenga è di 0.5 elevato alla 50, cioè un numero molto vicino a zero, ma ben lontano da essere esattamente zero, cioè impossibile. In ogni caso, per avere un’idea dell’improbabilità che questo lancio avvenga, basta considerare che se facessimo un tentativo al secondo dovremmo aspettare circa la vita dell’universo (13,7 miliardi di anni) per osservare qualche successo.

Leggere la bibbia

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Tempo fa discutevamo con un amico su “come” vada letta la bibbia (la lettera minuscola è voluta, chiaramente) e lui sosteneva che leggere la bibbia con occhio critico, facendosi aiutare solo dal ragionamento (e mettendo quindi da parte la fede), significhi perdersi qualcosa, smarrire il senso più profondo che il famoso testo sacro potrebbe trasmettere attraverso le sue parole, spesso di non immediata comprensione.
Ricordo ancora l’esempio che mi fece a riguardo, e ve lo ripropongo fedelmente:
C’è un passo dei vangeli in cui Gesù chiede ad un discepolo di cogliere un fico dal vicino albero e di portarglielo. Il discepolo risponde che non è tempo di fichi, e di tutta risposta Gesù decide di far rinsecchire l’albero. Se dai retta a Russell..” continuò l’amico mio, riferendosi al grande matematico e filosofo “..questo passaggio non è altro che un esempio di quanto la figura di Cristo sia in realtà capricciosa, meschina. Al contrario, se dai retta all’interpretazione che ne da la Chiesa, il gesto di Gesù trova giustificazione dal seguente fatto: le belle foglie di cui il fico è ornato simboleggiano l’apparenza, l’esteriorità effimera e priva di sostanza, simboleggiata invece dai frutti, assenti. Si capisce quindi che qui Gesù sta condannando l’ipocrisia, la religione di facciata, priva del suo scopo più alto”.
Questo, in dettaglio, il pensiero dell’amico mio.

Lì per lì mi è sembrato sensato tutto ciò, e quindi ho ripreso in mano (per la terza volta) la bibbia che ho a casa e ho iniziato a rileggerla con uno spirito nuovo, sperando che le note (scritte sotto la supervisione dal teologo, giurista e filosofo Francesco Chiesa, definito “venerabile” da Papa Giovanni Paolo II) mi avrebbero dato una buona chiave di lettura del testo, una volta che mi fossi svincolato dai miei “preconcetti scettici” (che mi suona molto come un ossimoro, ma andiamo avanti).

Speranza vana.

Basta molto poco, almeno secondo me, per rendersi conto che questo è il metodo peggiore per leggere il testo di riferimento della religione cattolica (e non solo).
In media una volta ogni 50 pagine (e la bibbia ne conta 1040, escluso il nuovo testamento) c’è una nota che specifica come il tale passaggio sia un chiaro riferimento alla figura del Cristo redentore/salvatore/eccetera… che comparirà solo 1000 pagine dopo!
Questa “lettura di fede” secondo me assomiglia molto ad un consapevole “lasciamoci bidonare” dal primo teologo che passa… il mio pensiero (perché non mi sento nemmeno di chiamarlo ragionamento, per quanto è banale) è il seguente:
1) La bibbia è il testo sacro degli ebrei, successivamente fatto proprio ed ampliato dai cristiani;
2) Fino al nuovo testamento (escluse alcune parti minori) la bibbia RIMANE il testo di riferimento per la religione ebraica ed i testi sono COMUNI alle due religioni;
3) QUINDI: come può essere che qualcosa che è scritto nei primi libri, cui anche l’ebraismo fa fede, riporti un “chiaro riferimento” alla figura di Cristo? Per l’ebraismo la figura del Cristo è paragonabile a quella di un buontempone che ha detto una serie di incredibili cazzate…

Mettiamoci un attimo dal punto di vista di un ebreo credente/praticante, che sentisse dire che il tale passaggio del vecchio testamento sia un “chiaro riferimento” alla figura del Salvatore… come minimo scoppierebbe a ridere, esclamando qualcosa del tipo “Ma che cazzata! Come può essere un riferimento a Cristo se noi ebrei di Cristo ce ne sbattiamo altamente?”

Ecco quindi che, a dar retta alla “lettura di fede” si rischia solo di farsi abbindolare dal primo coglione (ops, volevo dire “teologo”) che passa, munito delle sue lauree e della sua voglia di evangelizzare tutto l’evangelizzabile…

Continuo a preferire la lettura autonoma, scettica, critica.

Per chiudere in bellezza qua sotto vi ho copia-incollato anche le fantastiche parole con cui si apre la prefazione alla mia edizione della bibbia… godetevele tutte!

Come leggere la Bibbia
La Bibbia è parola di Dio, e questo è cibo dell’anima. Ora il cibo deve essere preso nel debito modo, e con certe disposizioni. Lo stesso è della Bibbia. Essa contiene tesori preziosissimi e inesauribili di verità non solo, ma di verità vive e vitali, capaci di produrre i più mirabili effetti.
Le parole della S. Scrittura sono come la punta di una penna tenuta tra le dita di chi scrive. Lingua mea calamus scribae velociter scribentis (Ps. 44,2). La carta sente scorrere una punta; ma dietro di quella vi ha una mano viva, e dietro la mano viva uno spirito intelligente che la muove e la dirige.
Così sono le parole del Libro Divino.
I nostri occhi vedono una serie di caratteri, come in qualunque altro scritto; ma sotto quei caratteri parla la bocca di Dio; come sotto le apparenze dell’Ostia Eucaristica palpita il cuore di Gesù. Chi non si mette in questa posizione non sarà mai capace di leggere la Bibbia; avesse anche studiato per molti anni l’Ebraico, e parlasse anche il greco, come parla la sua lingua materna.
È come nella fotografia: macchina e persona debbono essere in posizione debita. Il fotografo fa un lungo ed accurato lavoro di preparazione: compone le persone in determinata serie, sotto una certa luce. Solo quando tutto è in ordine, alza il velo, preme il bottone; allora si compie con perfezione il meraviglioso fenomeno.
Noi vedremo le false e le vere disposizioni nella lettura della Bibbia, e il metodo da seguirsi per riportarne frutto.

False disposizioni
Tu conosci, o lettore, la parabola del seminatore evangelico. Parte del seme cadde sulla strada, parte sulle pietre, parte nelle spine. In questi casi non si ebbe nessun frutto. Vi sono anime sterilizzate da satana, o dal mondo, o dai cattivi abiti. Si sa che quando si spargono elementi sterilizzanti su un terreno, in questo perisce ogni germe vitale. Qui non si tratta solo di false, ma di male disposizioni. Ci vuole una cura più lunga e difficile: lavori di bonificazione, sboscamento, purificazione, dei quali sarebbe troppo lungo il discorrere. Noi intendiamo parlare delle disposizioni immediate, e che dipendono direttamente dalla nostra volontà attuale, e che si potrebbero anche dire atteggiamento dello spirito.
Tra questi falsi atteggiamenti se ne possono distinguere tre principali: quello di curiosità, il critico, il diabolico. Il diabolico è raro, almeno ai nostri tempi, e nella gente comune. Vi fu invece un tempo in cui era frequente. Esso consiste nel leggere la Scrittura per trovarvi degli argomenti allo scopo di coonestare i propri vizi o i propri pregiudizi. Non portò egli, il Demonio, argomenti scritturali per tentare Gesù? Il diavolo aveva portato Gesù sul pinnacolo del tempio: Se tu sei figlio di Dio, disse, gettati giù; sta scritto: che Dio ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani. Quia angelis suis mandavit de te, et in manibus tollent te.
Quali furono mai gli eretici che non pretesero provare le loro eresie colle parole della Bibbia?
E vi è gente che, in certi fatti della Scrittura, vorrebbe trovar ragioni per soddisfare i più bassi istinti della natura corrotta.
Come si vede, bisogna essere dominati da spirito diabolico, per giungere a questo punto. Ma, come dissi, sono casi rari. Passiamo oltre.
È molto comune invece, specialmente tra gente di media cultura, l’atteggiamento critico. È quello dimostrato da Nicodemo che alle parole di Gesù: bisogna nascere un’altra volta: oportet nasci denuo, oppone l’impossibilità fisica: quomodo potest homo nasci cum sit senex?
Oppure quello dell’Apostolo San Tommaso, dinanzi ai colleghi che gli avevano annunziato di aver veduto Gesù: Vidimus Dominum! E Tommaso: Se non veggo nelle mani di lui la fessura dei chiodi, e non metto il mio dito nel luogo dei chiodi, e non metto la mia mano nel costato, non credo! (Giov. 20,25).
Or questo atteggiamento è molto comune ai nostri tempi di criticismo, anche fra gente di inferiore, o anche di nessuna cultura. Il freddo vento del razionalismo è ormai penetrato dappertutto ed ha fatto sentire i suoi deleteri effetti sopra le più verdeggianti aiuole del giardino della Chiesa.
Una tale disposizione è esiziale.
Pochi veleni sono così potenti a distruggere il germe del bene.
Il fumo razionalistico accieca.
Il Loisy, con tutta la sua scienza critica acquistata per tanti anni di studio del Vangelo, non è riuscito a vedere nel Vangelo quello che sa vedere con evidenza il più semplice dei fedeli, cioè la resurrezione di Gesù Cristo.
Coll’atteggiamento critico ha una certa analogia quello che tengono alcuni studenti che per dovere si applicano nello studio delle Istituzione Bibliche, o Introduzione alla S. Scrittura, mentre esaminano e questioni di autenticità, e versioni e codici, e costruiscono schemi di analisi di libri, e sintesi di contenuto e simili. Da tutti questi lavori si può uscire freddi come il ghiaccio. Altro è studiare la Bibbia ed altro è leggere e meditare la parola di Dio. Altro è visitare S. Pietro e conoscere con molta perfezione tutte le magnificenze architettoniche, ed altro è inginocchiarsi sulla tomba di S. Pietro, per meditare un poco e ristorare lo spirito.
Questo osservo, non per condannare lo studio: absit! ma perché pensiamo che allo studio si debba unire la pietà e la fede: quella che fa passare le parole della Bibbia dal piano mentale al regno dello spirito.
Che dire poi della curiosità? Vi ha gente che prende in mano il Vangelo, o la Genesi, o magari l’Apocalisse, con quella disposizione di animo con cui aprirebbero il Mille e una notte, o il Robinson Crosué, o qualcuno dei libri del Verne, o l’ultimo romanzo esposto nella vetrina. E leggono con leggerezza, saltando e tralasciando quello che loro non piace, col prurito di trovare il curioso, l’impressionante, il sensazionale… salvo poi a credere nulla sul serio e a contentarsi dell’impressione fuggevole del momento.
È semplicemente una profanazione.

In ultimo una vera chicca, presa dal paragrafo intitolato “La Bibbia e il popolo cristiano in generale”, in cui il “venerabile” Francesco Chiesa dice:
Anzitutto nel popolo cristiano emerge una classe di uomini al tutto superiore per ogni riguardo. […] Chi mai può misurare l’ampiezza e la profondità di quelle trasformazioni che la Chiesa, istituita da Gesù Cristo, ha prodotto in mezzo all’umanità? […] nessuno può negare che dove arriva l’opera del missionario cattolico, là giunge contemporaneamente la civiltà. E dove, o non è ascoltata la parola del Clero cattolico, o la sua influenza diminuisce o si spegne, là ritorno la barbarie: non importa se sotto altra forma da quelle antica. […] Se mancasse l’opera del clero, il mondo sprofonderebbe un’altra volta nella melma della corruzione, come al tempo del diluvio! Purtroppo il mondo è sciocco e leggero, e non sa riflettere.

Da cui segue l’ovvia conclusione: PER FORTUNA C’E’ IL CLERO CATTOLICO, CHE CI INSEGNA COME RIFLETTERE.

In più, ma non chiedevo tanto, proprio l’altro giorno il sommo pontefice si è espresso in favore della legge contro l’omosessualità divenuta famosa come “The Kill gay bill“, annunciata entusiasticamente da Rebecca Kadaga, presidente ugandese, come un “bellissimo regalo di natale” per tutti gli ugandesi anti-gay.

Meno male che ci sono loro, i preti, a mostrarci la via da seguire per accedere al paradiso…

Il GPS del Linguaggio: Grazie Perché Scusa

Il linguaggio, lo si sente dire un po’ da tutte le parti, è ciò che “davvero” ci distingue dagli altri animali, è il nostro carattere peculiare più di ogni altro: è questa possibilità di poter esprime praticamente qualsiasi concetto (anche insensato) che ci ha spalancato la porta del farci domande, di formulare ipotesi, che andassero al di là del semplice e primitivo “sentire”.
Ebbene l’altro giorno non avevo un cazzo da fare e mi sono messo a pensare su quali potrebbero essere le parole “più necessarie” che una lingua dovesse tenere nel proprio dizionario e nonostante l’idiozia della cosa credo di essere arrivato ad una conclusione abbastanza condivisibile, se presa con la dovuta leggerezza.
Se mi venisse richiesto di condensare tutto ciò che un essere umano può dire in tre sole parole sceglierei senz’altro le parole “Grazie”, “Perché” e “Scusa”, e non solo perché mi danno subito un immediato riferimento al noto sistema di orientamento, perfetta metafora della “sopravvivenza” in un certo senso… Scelgo queste tre perché sono davvero le parole più rappresentative di ciò che rende “umano” un essere umano (senza contare il fatto che rispecchiano tre momenti decisivi nell’evoluzione da bambino ad adulto).

“Grazie”
Praticamente è la prima parola che viene insegnata ai bambini nell’ambito delle dinamiche sociali. L’unica altra parola sociale che viene insegnata prima è “Ciao” ma questo non insegna niente, non aiuta a crescere, non sposta il discorso su nessun altro piano. Dire “Ciao” è sterile, oltre che poco significativo per il discorso che voglio fare, dato che non esprime nessun lato dell’essere umano se non quello di “salutare” che mi sembra tutto fuorché caratteristica della nostra sola specie.
“Grazie” al contrario ci insegna che non tutto ci è dovuto, che non possiamo avere tutto quello che vogliamo, nel momento preciso in cui lo vogliamo… ci insegna a relazionarci e a ricambiare qualcuno che abbia rivolto un bel gesto nei nostri confronti. Ci fa capire che spesso da soli non possiamo fare quello che abbiamo in mente, e che quindi dobbiamo affidarci all’aiuto di qualcuno, e che quel qualcuno va prontamente ringraziato per il favore che ci ha liberamente regalato. In poche parole, la parola “Grazie” ci insegna che fra gli essere umani esiste la capacità dell’altruismo, ma che essa è possibile solo per quella persona che si adatti a vivere in mezzo agli altri, che faccia sua una certa visione “sociale” dell’essere umano. Un essere umano, da solo, è solo un essere.

“Perché”
Anche questa, come la precedente, è una parola che si impara prestissimo (come dimenticare il famoso “Gioco del perché”? che continua ad assillare i genitori generazione dopo generazione) e il motivo è presto detto: un bambino fino ad una certa età vede solo che le cose succedono, ma presto inizierà a notare un certo collegamento tra di esse, comincerà cioè ad intuire quello che solo molto più avanti chiamerà “rapporto causa-effetto” e fin da subito (proprio grazie allo straziante giochetto) capisce che non c’è nessuno che possieda le risposte a tutto e, al contrario, se verrà in contatto con qualcuno che continua a lungo a rispondere ai suoi “Perché” inizierà a nutrire dei seri sospetti che quel qualcuno lo stia fregando in qualche modo, magari fuorviando la sua attenzione utilizzando lunghi giri di parole… Quello che vuole sentirsi dire il bambino è un sincero “Non lo so” da parte dell’adulto che ha davanti, perché riuscire a porre domande a cui nessuno sa rispondere ti mette sullo stesso piano di chiunque altro: della serie “Ci sono tante cose che voi adulti sapete e che noi bambini non sappiamo, eppure di fronte a questa domanda che io (che sono un bambino) vi ho posto nessuno di voi prende la parola, e in questo siete perfettamente uguali a me”.
Senza contare poi che la domanda “Perché” è proprio ciò che sorregge l’intero interrogarsi dell’essere umano sul funzionamento della natura e dell’universo e di sé stesso: le sei lettere di cui è composta “perché” riassumono in una sola parola tutta la scienza e la filosofia che, queste sì, ci distinguono in maniera un po’ più definita dagli altri mammiferi, e animali in genere (distinzione che rimane sempre quantitativa, e mai qualitativa, come ci ha insegnato l’infinito Charles Darwin)

“Scusa”
Altra parola che entra da subito, e direi con prepotenza, a far parte del lessico di un bambino e il motivo è molto semplice, ovvio agli occhi di chiunque: pronunciare la parola “Scusa” significa rendersi conto che la propria libertà ha un limite, che non si può fare sempre quello che si vuole… che, cioè, siamo circondati da altre persone che, come noi, sono vulnerabili ad un sacco di cose, siano esse fisiche o psicologiche. “Scusa” significa che riesco a provare io stesso quello che stai provando tu, che riesco a percepire il tuo dolore sul mio corpo e nella mia mente, e che ci sono cose che si possono fare e altre che è meglio evitare, per non arrecare danno agli altri: senza questa parola, detto in altri termini, non esisterebbe l’etica. E, come se non bastasse, la parola “Scusa” esprime la fiducia nel prossimo, la fiducia che riponiamo in chi ci sta intorno: se non avessimo fiducia che le nostre scuse venissero accettate, o che il nostro sincero dispiacere venisse bene accolto dalla persona alle quale ci stiamo rivolgendo, non esisterebbe la possibilità di sperimentare, di sbagliare, e di imparare.

Grazie Perché Scusa: GPS, per orientarsi nell’essere umano.

Ai miei alunni

Quella che state per leggere è una lettera che un professore ha scritto ai suoi alunni, alla vigilia del trasferimento in un’altra città, dopo aver insegnato in quella stessa scuola per quasi quaranta anni.

Preparate i fazzoletti. 😉

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Ai miei alunni
Quando entrai per la prima volta nella scuola media di Cori avevo ventisei anni, ne esco a sessantuno per andare ad insegnare a Catania. Lascio questo paese che mi ha dato tanto ed a cui, forse, non ho saputo ricambiare come avrei voluto, come avrei dovuto.
Non vado in pensione, nessun insegnante che si rispetti può mai andare in pensione finché c’è un ragazzo che ha voglia di imparare qualcosa, una storia da raccontare. Restare ai giardinetti con i pensionati mentre i ragazzi vanno a scuola, non mi piace, sarebbe una tortura. Vado via prima di quel tempo e vorrei che ci si ricordasse di me mentre faccio ancora lezione, correggendo un periodo sbilenco o insegnando l’importanza della Storia per essere cittadini e non clienti di qualche imbonitore di turno.
C’è tanto da fare anche altrove e altrove è un posto bellissimo, tutto da scoprire. Un’altra città, altre aule in cui crescere assieme. Ci saranno altri ragazzi nei quartieri di Catania e magari verranno dall’India o dalla Romania; poco importa anche con loro c’è da imparare. Avrò ancora storie da ascoltare, occhietti curiosi mi sbirceranno da sopra i banchi in attesa di una gratificazione od un affettuoso ”provolone” se non hanno fatto i compiti.
Con rammarico lascio i miei ultimi alunni della classe seconda A, del resto è inevitabile che sia così, ci sarà un naturale ricambio generazionale, mi auguro. Voi però abbiate cura del nuovo insegnante, se è giovane dentro, coccolatelo, fategli sentire che siete interessati alle sue lezioni, stimolatelo con la vostra curiosità, storditelo di domande e pretendete risposte. Se dentro è vecchio, non maltrattatelo troppo, compatitelo. Fare l’insegnante è un mestiere bellissimo ma difficile e non tutti quelli che dicono di esserlo sono realmente tali ed allora soffrono, perché fanno un lavoro per il quale non sono portati e solo un accidente di destino li ha messi dietro alla cattedra a tormentare gli alunni. Solo che poi, alla fine del triennio voi andate via, ma loro restano lì, bocciati a vita.
Ai miei studenti di oggi e di ieri voglio dire grazie per avermi sopportato per tanti anni, grazie per aver “subito” le mie accanite lezioni, grazie per aver digerito educatamente i miei rimproveri quando non facevate i compiti, quando non vi comportavate bene ed io vi richiamavo facendo leva sulla vostra sensibilità acerba ma vivissima.
Ne abbiamo fatta di strada, vi ho visto crescere, diplomarvi e laurearvi e voi diventare i miei capelli sempre più bianchi. Sappiate, però, che non mi sento vecchio per nulla, sono pronto ancora a giocare la vita, a coltivare il dubbio, a diffidare delle verità a scatola chiusa, ad usare sempre la testa, a restare curioso. E’ questo che ho sempre voluto per me e che voglio da voi.
Ora vado, perché sento che è giusto così, perché i sogni finiscono al mattino per ricominciare la notte dopo. Mi piace lasciarvi con un ultimo insegnamento: nella vita non esistono segreti! Tutto è possibile. Le montagne invalicabili, gli oceani immensi, i deserti inaccessibili: tutto è stato superato. Ed allora credeteci, credete in voi stessi, prendetevi la vita, non consegnatela ad altri. Abbiate conoscenza delle cose e la vostra fede, se vorrete averne una, non sia cieca e ubbidiente, ma vigile e critica.

Il vostro prof. Ettore Benforte

Cori, 28 giugno ‘12

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Poi, dopo giorni che mi interrogavo sulla legittimità di scrivergli qualcosa, mi sono deciso e gli ho scritto qualche riga: DOVEVO comunicargli la mia gratitudine, e sapevo (diciamo “speravo”) che avrebbe gradito. E così è stato, per fortuna:

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Buonasera “Prof” Benforte,
mi chiamo Luca e la prima cosa che sento di dover fare è chiederle scusa per averla chiamata “prof”, ma le righe che ha scritto l’altro giorno mi hanno colpito profondamente come uomo, e ancor più come studente.
Sono giorni che mi interrogo sulla possibilità di inviarle o meno questo messaggio, e finalmente mi sono deciso perché spero di riuscire a comunicarle qualcosa che, condensato, possa un domani ricordare con un semplice, ma non banale, “Grazie”.
Ho venticinque anni e nella mia quasi ventennale carriera di studente ho incontrato solo un paio di professori che rispecchiano in qualche modo le sue parole: uno è stato il mio maestro di Italiano alle elementari, al quale devo tutta la conoscenza della nostra bella lingua, e il secondo è stato il mio professore di storia e filosofia del liceo (al quale devo tutto il mio interesse per la Storia, e le storie in generale).
Quello del professore, e ancor più del maestro, è un mestiere difficile da imparare con l’esperienza e forse impossibile da imparare sui libri: è necessaria una dose di freschezza nuova ogni stagione, per non arrivare mai ad annoiarsi nel ripetere le stesse nozioni anno dopo anno; è necessaria perfino, io credo, una buona dose di immaturità per confrontarsi nel migliore dei modi con gli studenti più piccoli, più curiosi… è questa, forse, la parte più difficile nella vita di un insegnante: non dimenticarsi quanto è stato difficile crescere e imparare, giorno dopo giorno.
Dalle sue righe, però, si capisce che per quanto possa apparire difficile e remota quest’impresa del “rimanere giovani dentro”, ogni tanto qualcuno riesce a portarla a termine: tanto mi basta per avere fede che anche io potrò rimanerlo a mia volta, quando il tempo tenterà di pietrificare il mio cervello, oltre che le mie ossa.
E per questo la ringrazio.
Non credo di averle dato noia con queste poche righe, ma se così fosse stato, le chiedo scusa per la seconda volta e le auguro una felice e duratura permanenza a Catania.

Luca (Corese d’adozione)

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Questa, infine, la sua risposta (non avete buttato i fazzoletti, vero? servono ancora 😛 ):

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Caro giovane Luca,
decisi di fare l’insegnante ascoltando i miei insegnanti alle scuole superiori. Taluni bravi, altri, la maggior parte, meno e mi “innamorai” di questa professione (mestiere forse, missione mai, perchè ha un suono troppo mistico che non mi piace).
Forse, però, cercavo già una rivincita per tutto ciò che allora rifiutavo nella società degli anni ’60-’70, per tutte le sconfitte della storia. Mi rendo conto che sono rimasto un soldato in trincea, non ho fatto carriera come molti, ma accanto a me vedo tanti altri combattere tutti i giorni per un società più civile.
Questi sono i miei alunni, molti si perderanno tra le autostrade della vita e dipenderà da noi insegnare loro che bisogna coltivare il dubbio, nutrirsi di curiosità e restare giovani dentro. Non è poi tanto difficile restare giovani dentro, devi allenarti leggendo storie (l’elenco degli autori sarebbe infinito) guardando la gente per strada, guardandola camminare, parlare, gesticolare, le possibilità sono tantissime, e restando curioso.
Quando siedo dietro ad una cattedra, ma è un eufemismo, io preferisco metterla di lato ed eliminare barriere psicologiche, in quelle occasioni comprendo appieno la delicatezza del mio ruolo, ma il loro interesse (se riesco a suscitarlo) mi carica più di ogni cosa e mi sento bene.
Basta ascoltarli, i ragazzi, ciò che non fanno i loro genitori.
Comprendi perchè, dopo anni e generazioni di alunni a Cori, mi costa lasciarli anche se ne avrò altri che mi stanno aspettando e che ho già voglia di conoscere. Vuoi fare l’insegnante? Se lo fai con questo spirito, e ti prepari bene, ti divertirai un mondo.
Ciao, il tuo prof. Benforte

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…e vi prego di notare come si è firmato.

Il Libero Arbitrio

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Il libero arbitrio è una fregatura.
– Al Pacino [L’avvocato del diavolo]

Vocabolario:
– Determinismo: la concezione secondi cui, se “riavvolgessimo il nastro” dell’universo e lo facessimo partire da capo, otterremmo un’altra volta tutto quello che abbiamo ottenuto fin’ora: io starei scrivendo in questo preciso momento questo commento.
– Indeterminismo: la concezione contraria, secondo la quale ogni volta che tentassimo di “far partire da principio” l’universo otterremmo una storia diversa.

Introduzione

La possibilità o meno del Libero Arbitrio è una delle più annose questioni di tutta la filosofia: già nell’antica Grecia, dopo le ipotesi atomistiche di Leucippo e DemocritoEpicuro (a detta di Lucrezio) ipotizzava l’esistenza del clinamen, una deviazione spontanea nella caduta degli atomi, che avrebbe permesso la libertà dell’agire umano in un mondo fatto solamente di particelle. In termini moderni quella di Lucrezio potrebbe essere definita la radice teorica delle varie posizioni libertarie: o c’è un fondamentale salto indeterministico, oppure la libertà è impossibile.

Nella storia della filosofia l’elenco degli autori che si sono occupati della questione è considerevolmente lungo e, per citarne solo alcuni tra i più autorevoli, basterà ricordare Socrate, Platone, Aristotele, gli Stoici, Agostino, Hobbes, Cartesio, Spinoza, Hume, Kant.. Il motivo di tale interesse per la questione può essere spiegato riprendendo un’utile metafora stoica, nella quale la filosofia è rappresentata come un campo fertile in cui la logica rappresenta la siepe esterna, la fisica rappresenta gli alberi e l’eticarappresenta i frutti: dal momento che la logica ci suggerisce che il determinismo nega la libertà, dobbiamo indagare la fisica (capire se il mondo è deterministico o indeterministico) per sapere se la nostra etica ha un fondamento.
Nel caso mancasse la libertà, infatti, su cosa potremmo (o dovremmo?) fondare la responsabilità morale e i valori etici?
È questa la domanda fondamentale che ha alimentato, e che anche oggi continua ad alimentare, gli enormi sforzi intellettuali di coloro che si interessano alla questione.

Proprio a causa della referenze così vaste di cui gode l’argomento è stato anche sostenuto che oggi, per quanti sforzi si possano fare, non è più possibile aggiungere nulla di nuovo alla questione ma secondo me questo giudizio è semplicemente falso: mentre, da un lato, è senz’altro vero che alcuni degli argomenti classici sulla libertà sono tuttora ampiamente riconosciuti come validi, è doveroso notare che, dall’altro lato, oggi disponiamo di un ventaglio di discipline completamente nuove che non solo hanno integrato quello che già da tempo era noto (l’aspetto logico della questione), ma che hanno spalancato conoscenze impensabili fino a pochi decenni fa.
Così, se fino al secolo passato l’argomento del libero arbitrio era schiettamente filosofico e si limitava a tollerare alcune intrusioni psicoanalitiche, oggi è evidente la comparsa di interi campi di ricerca impensabili fino a cento anni fa: la biologia evoluzionistica, le neuroscienze, la genetica, la scienza cognitiva, l’intelligenza artificiale e l’informatica hanno allargato enormemente la nostra possibilità di indagine e la mole di dati raccolti permette di impostare un’intera ricerca senza menzionare affatto gli autori sopra citati (e tutto questo senza considerare gli enormi passi avanti fatti dalla stessa fisica teorica: si pensi solo alla relatività e ai quanti!).

Così è evidente che oggi chiunque voglia addentrarsi nella questione può tranquillamente tralasciare lo studio dei classici (se non per un interesse personale di carattere storico) e concentrarsi sulle opere di autorevoli autori contemporanei, spaziando quanto più gli è possibile tra le discipline appena elencate: per dirla in altri termini, ad oggi la filosofia della mente è uno di quegli argomenti etichettati come “interdisciplinari” e, tra le varie discipline che concorrono a specificarne i limiti e le possibilità, la Storia possiede solo un ruolo marginale.

Libertarismo, capitolo I: l’Incompatibilismo

Il perno attorno al quale ruotano le maggiori teorie Incompatibiliste che difendono la libertà del volere è che tale libertà sia possibile solo in un universo che lasci ampio spazio all’indeterminismo, con la convinzione che in un universo deterministico a là Laplace il libero arbitrio si ridurrebbe a nient’altro che un’illusione (facendo anche l’occhiolino alle teoria quantistica e ai suoi salti indeterministici).

L’obiezione più devastante a esta posizione è nota come “problema della mancanza di controllo”: tale critica afferma che se un’azione è non-causata significa letteralmente che non c’è niente che la causa e quindi, detto in altri termini, che essa è casuale come lo è il risultato del lancio di una moneta. È evidente quindi che in un ambiente indeterministico per definizione nulla – quindi nemmeno l’agente – possa determinare quale tra i corsi d’azione possibili si attuerà e in questo senso la scelta sembra governata dal caso, che della libertà (quella moralmente interessante) appare come la negazione: un evento che accade casual-mente potrebbe parimenti non accadere e quindi tale concezione compromette non solo la possibilità dell’azione libera, ma dell’azione tout court.

Un’altra “importante” teoria libertaria è nota col nome di Agent-Causation e, a differenza della posizione precedente, essa rifiuta l’indeterminismo e le sue conseguenze facendo appello a quella che sarebbe una caratteristica peculiare degli agenti: il potere di generare nuove catene causali.
Inutile che mi soffermi ulteriormente su questo posizione: è stata riconosciuto dalla stra-grande maggioranza di esperti come una “scappatoia miracolistica”, antiscientifica e non argomentata.

Libertarismo, capitolo II: il Compatibilismo

Il Libero Arbitrio è stato fin qui declinato in termini “categorici”: si cerca cioè di dimostrare che l’agente, tenuto conto di tutto il suo passato e di tutti i suoi desideri e stati-mentali, potrebbe agire in ogni momento diversamente da come di fatto agisce. Invece, nella concezione compatibilista della libertà il libero arbitrio è declinato in termini “controfattuali”, ovvero si sostiene che l’agente avrebbe potuto agire diversamente se (un “se” controfattuale, appunto) fossero state diverse le sue esperienze passate, i suoi desideri e i suoi scopi. [È evidente quindi che in questa prospettiva la “possibilità di fare altrimenti” non gode dei privilegi di cui godeva nella concezione libertaria].

Il caposaldo della concezione compatibilista del libero arbitrio è che non solo il determinismo non è incompatibile con la libertà ma, anzi, che esso sia condizione necessaria affinché il nostro agire possa definirsi libero e responsabile: come si è mostrato, infatti, l’indeterminismo finisce con lo schiacciare la libertà sul caso, rendendo le azioni totalmente non-controllate dall’agente che quindi non ne è il responsabile morale; l’unica alternativa era quella di postulare peculiari poteri causali degli agenti, avvolti dal mistero dell’irriducibilità alle nozioni già note della visione scientifica del mondo. Proprio per questo la definizione canonica di libertà data dai compatibilisti è la seguente: un agente è libero se è in grado di seguire la propria volontà senza costrizioni o impedimenti; la volontà dell’agente è però a sua volta interamente eterodeterminata dalle esperienze passate, dall’istruzione che ha ricevuto, dall’ambiente circostante e dall’assetto biologico.

Il maggiore problema cui va incontro tale concezione della libertà è quello di costruire una libertà ad hoc, una libertà fittizia, che si incastri a dovere nella visione scientifica del mondo: in questo senso la critica mossa a tale concezione fa perno sull’impossibilità da parte dell’agente di agire altrimenti da come di fatto ha agito.
In definitiva, all’interno di questa prospettiva la libertà può essere predicata solo delle azioni dell’agente e non si applica, invece, alla sua volontà o agli eventi mentali rilevanti per quelle azioni.

Il problema è che l’idea di libertà così intesa non coincide affatto con l’idea intuitiva di libertà che tutti abbiamo, che non è semplicemente la libertà di poter seguire la propria volontà, ma la libertà della volontà stessa!

L’inevitabile Scetticismo

La portata teorica della posizione scettica non aggiunge molto a quanto è già stato messo in luce dalle due precedenti posizioni, ma si limita a fare il punto di quelli che sono i risultati raggiunti da entrambe le parti; e lo fa in maniera coerente, senza aggrapparsi a ideologie superate o irrimediabilmente non intelligibili.

Secondo la tesi determinista, ogni evento è determinato dal verificarsi di condizioni sufficienti per il suo accedere e siccome il determinismo è una tesi, si può affermare che esso sia vero oppure falso, ma non che esista o non esista; nondimeno il valore di verità della tesi deterministica dipende da come il mondo è fatto e non da convenzioni linguistiche (e ciò anche nel caso in cui sia per noi impossibile conoscere appieno tale valore di verità). Detto ciò, si può presentare la tesi indeterministica semplicemente come la negazione del determinismo: il determinismo e l’indeterminismo, dunque, sono mutuamente esclusivi econgiuntamente esaustivi. Uno dei due è vero, l’altro è falso (e non c’è una terza possibilità!).

Però, come abbiamo visto finora, i tentativi di elaborare una vera e propria teoria filosofica del libero arbitrio si dimostrano alquanto insoddisfacenti: infatti tanto le teorie compatibiliste quanto quelle libertarie falliscono nel tentativo di armonizzarsi con le nostre intuizione più fondamentali, da una parte, e con i presupposti della visione scientifica del mondo, dall’altra.

Riformulata in modo più schematico l’argomentazione dello scettico può essere esposta nel modo seguente:

Premessa 1. Il determinismo e l’indeterminismo sono opposti, cioè non possono essere entrambi veri contemporaneamente.

Premessa 2. Il determinismo e l’indeterminismo sono le uniche due alternative in cui ci è possibile inquadrare la struttura dell’universo.

Conclusione. Alla luce della batteria di argomentazioni che confutano la libertà sia in un universo deterministico che in uno indeterministico, lo scettico conclude che la libertà (quella che interessa gli agenti razionali e morali) semplicemente non è possibile in questo universo: non esiste.

Conclusione

In definitiva, quello che penso io è che, in qualunque modo si cerchi di difendere la libertà (e il concetto ad essa collegato di responsabilità morale), all’interno della concezione scientifica del mondo, si finirà sempre col rimanere intrappolati nelle sabbie mobili della mancanza di controllo, dal fronte incompatibilista, o nel labirinto senza uscite della libertà fittizia, dal fronte compatibilista; la “terza via”, detta “Libertaria” si arroga invece il diritto di prescindere dalla visione scientifica del mondo, proponendo soluzioni più miracolistiche che argomentative.

La conclusione è che l’unica prospettiva sostenibile in maniera coerente è quella scettica, che nega la possibilità della libertà moralmente significativa tanto in un universo deterministico, quanto in un universo indeterministico.

Qualche testo per gli interessati:
– Paternoster A. (2007), Introduzione alla filosofia della mente.
– De Caro M. (2004), Il libero arbitrio.
– Dennett D. C. (2004), L’evoluzione della libertà.
– Kane R. (1996), The significance of free will.
– Trautteur G. (2009), “The illusion of free will and its acceptance”.

Ma è illogico!

“Sia Hitler che Stalin avevano i baffi, perciò l’avere i baffi comporta l’essere malvagi”
– Richard Dawkins

Questo, come tanti altri, è un tipico sillogismo fallace: cioè un’inferenza logica nella quale la conclusione non segue direttamente dalle premesse. Per inferenza logica si intende proprio questo: trarre conclusioni corrette dalle premesse accettate, e cioè tenute per vere.

Detto in termini moderni un sofisma è un’inferenza logica nella quale le conclusioni NON seguono logicamente dalla premesse.
[“sofisma” deriva dal sostantivo “sofista”, che deriva a sua volta dal greco “sophos”, cioè “sapiente”]

Prima di continuare, rinfreschiamoci un po’ la memoria sui due modi più usati in logica per dimostrare, o negare, una proposizione (questo è perfettamente equivalente a dire “..sui due modi più usati in logica per dimostrare la verità o la falsità di una proposizione”). _______________________________________________________________________

Il Modus Ponens

Detto anche affirms by affirming (tradotto in italiano col pessimo “affermando si afferma”).
La forma logica di vederlo espresso nei libri di testo è la seguente:

1° premessa): se A allora B
2° premessa): A
—ergo—
conclusione: B

Esempio pratico:

1° premessa): Se Pippo ha mangiato allora è sazio
2° premessa): Pippo ha mangiato

conclusione: Pippo è sazio
(ovviamente A= Pippo ha mangiato, B= Pippo è sazio)

NB: il modus ponens è proprio il metodo che si usa in matematica per dimostrare la verità di una proposizione. Si enunciano delle premesse e si mostra che la conseguenza segue direttamente da esse.
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Il Modus Tollens

Detto anche denyes by denying (tradotto in italiano col pessimo “negando si nega”).
Di nuovo, la forma logica di vederlo espresso nei libri è la seguente:

1° premessa): se A allora B
2° premessa): nonB
—ergo—
conclusione: nonA

Esempio pratico:

1° premessa): se Pippo ha mangiato allora è sazio
2° premessa): Pippo non è sazio
—ergo—
conclusione: Pippo non ha mangiato
(ovviamente A= Pippo ha mangiato, B= Pippo è sazio)

NB: il modus tollens è un potentissimo artificio che anche in matematica si utilizza quando non riusciamo a dimostrare una cosa per via diretta: a quel punto neghiamo l’affermazione conseguente e dimostriamo di arrivare ad un assurdo (o ad una contraddizione), concludendo che era vero l’opposto di quello che avevamo supposto all’inizio… ma, se vi ricordate, quello che avevamo supposto all’inizio era la negazione di quello che volevamo dimostrare, e quindi abbiamo dimostrato assurda la negazione, rendendo giustificata l’affermazione! (un po’ contorto? fateci l’abitudine se volete imparare a maneggiare un po’ di logica)

Ok, dopo le chiacchiere, passiamo ai fatti.
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Vademecum per non lasciarsi bidonare

Quelle che ho appena specificato sono le due inferenze più usate in logica e, ancor più che in logica, nel linguaggio quotidiano.
Lo scopo di questo articolo è solo quello di illustrare come vengano spesso male utilizzate (o sfruttate, io credo) per accaparrarsi la ragione in “quattr’equattr’otto”… ebbene sì perché ad un interlocutore disattento la conclusione (erronea) sembra essere legata così saldamente alle premesse che finisce col lasciarsi travolgere dalla ragione del suo avversario tanto da rimanere con la bocca aperta a chiedersi “Ma come ho fatto a farmi incastrare?”

Qui sotto vi propongo un esempio del modo più sfruttato (dai politici, dai commercianti, dai pubblicitari, dai preti, etc..) per stuprare la ferrea logica del Modus Ponens:

Immaginatevi il portavoce di un partito ad una riunione cittadina. Ecco quello che potrebbe essere un estratto del suo discorso:
“Che a capo di una nazione ci sia un buon governo è legato al diminuire della criminalità organizzata, e in questi anni la criminalità organizzata ha subito delle perdite enormi.. per cui il merito è tutto del governo in carica, del quale sono un fiero sostenitore!”
[applausi della folla]

Sembra filare tutto, no? Invece, incredibilmente, è tutto sbagliato (o meglio, la conclusione lo è: ma è quello il centro del discorso!)

La frase di prima può essere schematizzata come segue:
1° premessa): se il governo in carica è un buon governo allora la criminalità organizzata diminuirà
2° premessa): la criminalità organizzata è diminuita
—ergo—
conclusione: il governo in carica è un buon governo.

Questo, purtroppo, non si può fare: in tutti i manuali di logica-matematica troverete questo tra gli “errori più comuni” che si possono fare durante il processo di inferenza logica.. questo errore in particolare è così frequente che ha addirittura un nome: affermazione del conseguente.

Formalizzando un po’ otteniamo:

– Se A allora B
– B
—ergo—
– A

[si chiama “affermazione del conseguente” perché, appunto, si afferma la proposizione B che non è la causa di A, ma è la sua conseguenza!]

Un altro esempio:

Se sono un drago a letto allora tutte le donne vogliono avere rapporti sessuali con me
– Tutte le donne vogliono avere rapporti sessuali con me
—ergo—
– Sono un drago a letto

Sbagliato! Tutte quelle che vogliono avere rapporti sessuali con me potrebbero farlo perché sono un ricco sfondato e sperano di riuscire ad ottenere dei favori economici/personale in cambio di sesso.

Tornando all’esempio precedente, quello della mafia, il povero intraprendente oratore non potrebbe MAI E POI MAI concludere che il suo è un buon governo perché durante il suo mandato la criminalità è diminuita: potrebbe darsi, per esempio, che sia in corso una faida particolarmente cruenta tra le varie famiglie da mandare in rovina intere “aziende” mafiose.. chiaro? Bene, andiamo avanti.

Dalle premesse enunciate dal nostro politico si può solo concludere che:
– Se il governo in carica è un buon governo allora la criminalità organizzata diminuirà
– Il governo in carica è un buon governo
—ergo—
– La criminalità organizzata diminuirà

Stop. Non si può concludere altro!

Se il Modus Ponens vi ha lasciato l’amaro in bocca, vi prometto che vi rifarete col suo fratello minore, qua sotto.

Ecco ora il modo più sfruttato (sempre dai soliti politici, commercianti, pubblicitari, preti, etc..) per stuprare la ferrea logica del Modus Tollens:

Sempre nel discorso di prima, il nostro portavoce potrebbe continuare dicendo:
“E non si dovrebbe permettere che gli onesti cittadini vengano privati della loro privacy.. Nessun cittadino onesto deve venire intercettato perché questa è una prassi rivolta ai malviventi.. e noi non permetteremo che ciò accada ai nostri fedeli elettori!”
[applausi del pubblico]

Cerchiamo di vederci chiaro.. il ragionamento è il seguente:
Se sei un malvivente allora puoi essere intercettato
– non sei un malvivente
—ergo—
– non puoi essere intercettato

Formalizzando un po’ otteniamo immediatamente:

– Se A allora B
– nonA
—ergo—
– nonB

Facciamo un altro esempio:

Se sono un drago a letto allora le ragazze vogliono avere rapporti sessuali con me
– Non sono un drago a letto
—ergo—
– Le ragazze non vogliono avere rapporti sessuali con me

Di nuovo: tutto sbagliato! Le ragazze potrebbero comunque fare la fila per avere rapporti sessuali con me perché, di nuovo, potrei essere un riccone sfondato e pagarle profumatamente per ogni loro prestazione. Quello che si può concludere è che SE sono un drago a letto otterrò le mie soddisfazioni sessuali, MA anche nel caso in cui non lo fossi potrei ottenere comunque il risultato sperato tramite altre vie (soldi, successo, aspetto fisico..)

Anche questo è un errore molto frequente, tanto dall’essersi meritato a sua volta un nome: negazione dell’antecedente (indovinate un po’ il perché..)

Dalle premesse enunciate dal nostro politico poco sopra si può solo concludere che:
Se sei un malvivente allora è facile che il tuo telefono sia intercettato
– Il mio telefono non è intercettato
—ergo—
– Non sono un malvivente

Questo (e SOLO questo) è il corretto utilizzo del Modus Tollens.

ps: gli inquisitori invece, da buoni gesuiti e studiosi, utilizzavano appieno la logica durante i loro interrogatori:
Se uno confessa di avere rapporti col diavolo allora noi lo bruciamo.
– Uno confessa di avere rapporti col diavolo
—ergo—
– Lo bruciamo

In conclusione, la potenza della logica formale è talmente stringente che, al variare delle premesse, si può dimostrare (o negare) qualsiasi cosa: per questo prima di fare inferenze di sorta bisogna stare attenti a quali sono le premesse ai discorsi che stiamo facendo. Potrebbe essere che tra le cose che diamo per scontato ci sia qualcosa di profondamente sbagliato. Ad esempio, nella questione delle intercettazioni, secondo me l’unico discorso logico che regge è il seguente:

Se sono un cittadino onesto allora non ho problemi a farmi intercettare
– Ho problemi a farmi intercettare
—ergo—
– Non sono un cittadino onesto

Le tre età della donna

Personaggi:

Donna anziana: N.
Donna giovane: S.
Bambina: U. 


Una donna, con una bambina tenuta per mano, si avvicina ad un portone di una bella villetta e suona il campanello: *din-don*

Passi che si avvicinano alla porta, dall’interno della casa.

N: Chi è?
S: Ciao mamma, siamo noi.
N: Un attimo vi apro..
Rumore di chiavistelli. Poi la porta si apre e dall’altra parte compare una signora in età avanzata, ma ancora di bell’aspetto.
N: Ma guarda un po’.. ecco la mia nipotina preferita!
U: AUGURI NONNA!!!
La piccola le salta in braccio.
S: Sono dieci giorni che mi ricorda che oggi è il tuo compleanno.. come stai?
La nonna chiude la porta e il trio si dirige verso la cucina.
N: I soliti acciacchi della mia età, ma è tutto sotto controllo. E tu piuttosto?
S: Sto bene..
N: Come vanno le cose a casa?
S: A casa non va mai bene per una madre single.
La donna anziana lancia uno sguardo intimidatorio alla figlia e si rivolge alla nipotina, dopo averla posata a terra.
N: Su vai a guardare i micetti appena nati. Ma attenta a non tirarli fuori dalla cesta che la loro mamma si arrabbia.
La bambina sorride compiaciuta e si dirige trotterellando verso il retro.
N: Non ricominciare con questa idiozia dell’assenza di miglioramenti!
S: Mamma ti prego! Non mi va di litigare sempre sugli stessi argomenti. Credimi: verrà il giorno in cui dovrò dire a mia figlia la verità, e ho già paura..
N: Stai tranquilla, lei capirà..
S: Io non so come fai a stare sempre così in pace con l’universo..
N: Sono semplicemente molto più vecchia di te. Quando sei nata tu io ero già una persona matura.. invece tu ti sei ritrovata con questa meravigliosa creatura molto prima che fossi in grado di gestirla e senza un compagno che ti aiutasse.. tutto qui.
S: Ho pensato che potrei darle una figura maschile in cui credere.. magari Dio.. che ne dici?
N: Sono assolutamente contraria alle bugie, lo sai.. devi dirle la verità, al momento opportuno le dirai che non esiste nessun Dio, che Babbo Natale era una piacevole finzione di quando era bambina e che il padre l’abbandonò senza lasciare traccia di sé.
La donna anziana si volta verso la porta aperta sul giardino e sorride ai gridolini ebbri di gioia della bambina.
N: E poi sentila.. è così vispa, intelligente.. Per non parlare poi di quanto è curiosa!
S: Sì sì, come vuoi tu. Io so solo che l’altro giorno l’ho portata al parco naturalistico e non ha fatto altro che tirare sassi e maltrattare tutti gli animali che le capitavano sotto tiro.. non sai quante sberle le ho dato.. e niente! Metteva un attimo il broncio e due minuti dopo stava già con un altro sasso pronto.
N: Bé sta scoprendo solo ora che le regole si possono infrangere.. verrà il tempo in cui scoprirà che farlo, a volte, comporterà delle pericolose conseguenze..
S: È proprio questo il punto! Lei già lo sa che se fa qualcosa che non deve fare gli arriverà un bel ceffone..
N: Ma tu sei la mamma.. Non faresti mai del male a tua figlia.. e lei lo percepisce.
S: Quindi devo aspettare che qualcun altro gli restituisca il male che lei gli farà?
N: Per carità!.. Deve solo vedere che più verrà ritenuta consapevole delle conseguenze delle sue azioni e più le punizioni cui andrà incontro saranno pesanti.. ma saranno comunque tutte punizioni preannunciate che vengono da te, dall’alto, contro le quali è quasi inutile tentare di ribellarsi. Saranno delle punizioni, per così dire, inevitabili.. Devi solo aspettare che cresca un po’..
S: Lo spero davvero.. anche se ormai ha quasi nove anni.. pare che finito questo periodo sia impossibile insegnare qualcosa di nuovo ai bambini. L’infanzia è tutto.
Si sentono delle grida dal giardino, e poi la bambina corre dentro piangendo.
N: Cos’è successo, bella di nonna?
U: Stavo cercando di tirare fuori un gattino quando la mamma mi ha morso!
N: Che ti avevo detto io?
Umanità: Ma lo volevo soltanto prendere in braccio.
Storia: Pensavo di averle insegnato qualcosa in più..
Natura: Un passo alla volta figlia mia.. vedrai che capirà.
Dice la nonna, prendendo nuovamente in braccio la bambina.