Contro il nichilismo

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Non basta godersi la bellezza di un giardino, senza dover credere che ci siano le fate in un angolo?
(DNA, Douglas Noel Adams)

Da quando ha cominciato a porsi domande su di sé e sul mondo che lo circonda, a formulare ipotesi e risposte, l’uomo si è sentito sempre centralissimo nella spiegazione della realtà: tutto quanto è stato studiato e catalogato secondo gli schemi che gli risultavano più intuitivi, naturali. Per Aristotele le categorie con cui l’uomo catalogava il mondo erano proprie del mondo stesso, eterne e immutabili, universali e l’uomo si limitava a muoversi all’interno di esse. Basandosi sull’interpretazione “cattolica” di Aristotele (banalizzo un po’, scusatemi) l’essere umano (soprattutto quello europeo) si proclamò culmine del creato e questo si riflesse su tutte le costruzioni teoriche che lui stesso mise in piedi: pose sé stesso come vetta ultima della vita naturale, unico tra gli animali ad essere dotato di ragione, e si collocò al centro dell’universo, padrone unico di filosofia, scienza ed etica.

Poi qualcuno cominciò a scardinare questa convinzione, questo modo di pensare, e consegnò ai suoi simili nuove e potentissime chiavi di lettura della realtà, mostrando quanto poco “centrale e necessario” fosse il nostro ruolo nell’Universo. E il tutto avvenne con estrema rapidità: come una diga che a partire da una piccola frattura inizi a perdere acqua e finisca con lo sfracellarsi in pochi secondi. Confrontata con il tempo in cui la diga aveva retto il peso del liquido che la sovrastava, la sua ceduta è sempre questione di attimi, e sorprende tutti. Allo stesso modo, dopo i millenni passati a considerarsi il centro di tutto, il processo di discesa dell’uomo dal suo piedistallo è durato poco, pochissimo, e ha preso alla sprovvista tutte le culture che avevano contribuito ad innalzarlo, nessuna esclusa. Nessuna cultura era pronta per accogliere a braccia aperte il cedimento di questa diga, la diga del “siamo gli esseri più importanti dell’universo”.

Non solo Copernico ci mostrò che il nostro pianeta non si trova affatto al centro delYouAreHereMilkyWayGa cosmo, ma oggi sappiamo che non lo è nemmeno il nostro Sole (una stella di dimensioni medio-piccole, per giunta), e men che mai lo è la nostra galassia: ci troviamo sospesi in un punto casuale dell’universo, senza alcuna caratteristica che lo renda speciale, in un modo o nell’altro.
Qualcuno poi ricorderà che le categorie che Aristotele aveva collocato fuori di noi, universalizzandole, Kant le spostò all’interno della nostra mente (proprio questa fu la sua rivoluzione copernicana, dopotutto): i nostri giudizi sul mondo, ci dice Kant, sono basati sul modo particolarissimo in cui lo percepiamo e quindi risulta evidente che non possiedano alcunché di universale, ma sono limitati alla nostra specie. Un essere che percepisse il mondo in maniera diversa, arriverebbe a giudizi diversi.
Poi arrivò Darwin a svelarci che non solo la nostra specie non è l’inevitabile conclusione di un glorioso processo di ascesa, ma che è semplicemente il risultato casuale di milioni di anni di selezione naturale mischiati a contingenze climatiche e geologiche.

E’ precisamente così, esatto: avremmo potuto benissimo non esserci, e all’universo non sarebbe cambiato nulla.

Niente.

Più le nostre conoscenze si sono fatte scientifiche, organiche, e più capiamo che fino a ieri non avevamo capito un cazzo: è proprio a questa presa di coscienza che i testi accademici fanno riferimento con la parola “antropocentrismo” (o con l’espressione “proiezione antropocentrica”), ma solo perché i libri accademici non sono soliti contenere parolacce. Per far capire bene quello che stanno intendendo, dovrebbero limitarsi a dire “…questo significa che non avevamo capito un cazzo”. That’s all.

Poi è stata la volta di Einstein, venuto a dirci che il tempo e il suo scorrere non sono assoluti, ma relativi. In altre parole lo scorrere del tempo dipende dalla velocità di chi osserva, e che quindi due eventi possono risultare simultanei per un osservatore e non simultanei per un altro in moto rispetto al primo: e quindi? che significa? Significa che se non si può più distinguere in maniera univoca cosa avviene “prima” e cosa avviene “dopo”, come facciamo ad essere sicuri che un fenomeno sia “causa” e un altro fenomeno sia “effetto”? Crolla il concetto di causalità assoluta.
E infine Planck e l’interpretazione di Copenaghen, che ci spiazzano definitivamente mostrando che la natura stessa del mondo atomico risponde in maniera diversa a seconda di come lo studiamo: se architettiamo un esperimento per mostrare la natura corpuscolare degli atomi, scopriamo che si comportano come corpuscoli… e, simmetricamente, se ci ingegniamo per mostrare la loro natura ondulatoria ci sorprendiamo a scoprire che essi si comportano anche come onde (è proprio questo il famoso dualismo onda-particella). Quindi non c’è proprio più niente di oggettivo, nemmeno il mondo esterno a noi: a seconda di come lo studiamo* il mondo dipende sempre dall’osservatore.

Non c’è via di fuga dal relativismo: pare che la Verità (quella con la V maiuscola) non possa esistere. Almeno non quella che avevamo tanto a cuore, quella assoluta.

Ora, e arriviamo finalmente al vero motivo di questo articolo, vediamo cos’è successo DOPO questo risveglio (che dire “brusco” è dire poco): in meno di 4 secoli, con le nostre stesse mani, ci siamo decentrati oltre ogni immaginazione, sotto una pioggia battente di evidenze epistemologiche e scientifiche. E dopo tutta questa pioggia di evidenze sono nate come funghi intere generazioni di disperati, di arresi, di insoddisfatti, di perdenti, di sconfitti… in una parola, è nato il nichilismo.

Ci sono poche prese di posizioni concettuali che mi fanno più tenerezza del nichilismo: credo che esso non sia altro che la versione adulta (ma non per questo meno capricciosa) della delusione che provavamo da bambini quando scartando il regalo di natale scoprivamo che non era affatto quello che avevamo chiesto.
Esattamente nello stesso modo il nichilismo si è fatto strada tra gli adulti (soprattutto tra le persone di cultura), incapaci di vedere che non c’è bisogno di aggiungere “altro” alla consapevolezza di essere l’unica specie dell’universo conosciuto in grado di indagare, per quanto in maniera grossolana e semplificata, la meccanica e il funzionamento dell’universo stesso e di ciò che esso contiene: dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, oggi abbiamo un’idea FUNZIONANTE di come stiano messe davvero le cose e di come si muovano gli ingranaggi del tempo. Un’idea fatta di numeri, di formule matematiche, di leggi fisiche, che però hanno il pregio di permetterci di formulare vere previsioni sul futuro.
Oggi, tanto per fare un esempio, sappiamo con una certa precisione quando avverrà l’apocalisse, ma le nostre conoscenze non hanno più niente a che vedere con San Giovanni evangelista. L’astrofisica ha preso il posto di Nostradamus e ci informa, dati alla mano, che l’apocalisse sarà fra circa 5 miliardi di anni, quando la nostra stella esaurirà le sue riserve di elementi necessari per la fusione nucleare che la tengono accesa e che la fanno brillare nell’oscurità del vuoto cosmico. Oggi sappiamo che il nostro rassicurante sole diventerà immensamente più grande (e immensamente meno rassicurante) e divorerà tutto, fino a tornare piccolo e insignificante: un sole freddo e spento, un sole morto. E, come se non bastasse ad essere abbastanza decentrati, l’astrofisica ci dice anche che la nostra non sarà altro che una della moltitudine galattica di apocalissi che quotidianamente fanno brillare l’universo e le sue galassie.

Niente paradiso, quindi. E niente vita oltre la morte.

Delusi? Bene, è ora di crescere e di smettere di credere alle favole.
Per quanto mi riguarda, invece, questo assoluto senza di marginalità e di insignificanza mi permette di valutare ciò che mi circonda nella giusta prospettiva: il solo fatto di essere qui, oggi, ci dice che siamo qualcosa di così storicamente improbabile, che il nostro ritenerci straordinari, per quanto ingiustificato, non deve stupire troppo.
Un po’ come si riterrebbe straordinario che lanciando 50 monete contemporaneamente ottenessimo croce per tutte e 50: è evidente come questa realizzazione non sia fisicamente impossibile, ma solo statisticamente improbabile**. E ora bisogna tenere presente che la nostra presenza sulla terra, come specie homo sapiens, è di gran lunga più improbabile del lancio contemporaneo di 50 misere monete: nessun essere dotato di ragione avrebbe scommesso alcunché sulla comparsa della vita (e men che mai della vita intelligente) su questo pianeta, che alla sua nascita era coperto di lava e roccia fusa. Un numero inimmaginabile di accidenti, in primis cosmologici, e poi geologici, chimici e infine biologici hanno dovuto verificarsi affinché Decartes potesse affermare un giorno che “Penso dunque sono”.

Eppure eccoci qui, a non capire un cazzo: invece di meravigliarci, con rinnovato spirito greco, di fronte a tanta improbabilità concretizzata, ci limitiamo a scuotere la testa, delusi dall’aver scoperto che l’universo non si prenda affatto cura di noi, e che non faccia di noi il suo fiore all’occhiello.
Ora sappiamo che l’universo non è come ce lo aspettavamo e che non c’è alcuna possibilità di vita dopo la morte. Inoltre possediamo la certezza che oggi l’unico pianeta in grado di ospitarci è questo, il nostro. E non perché non ce ne siano altri simili (la missione Kepler del NASA ne ha già trovati alcuni!), ma solo perché, al momento, non disponiamo ancora dei mezzi adatti per trasferirci su di essi.

Come diceva Carl Sagan: “Possiamo visitarli? Sì. Possiamo trasferirci? Ancora no”.

Quindi, avendo un solo pianeta sul quale vivere, lo dobbiamo tenere da conto. E non per il suo interesse, lui è un pianeta: è un grosso sasso che da circa 4,5 miliardi di anni gira su se stesso ed intorno ad una stella. Al nostro piccolo pianeta verde-azzurro, di noi, interessa veramente poco: la geologia ci insegna che la Terra attraversa periodicamente ere glaciali, con le calotte polari che arrivano a gelare tutto fino ai tropici, congelando qualunque cosa sul loro tragitto e passando sopra tutta la meravigliosa biodiversità che era riuscita a nascere nei precedenti millenni di clima più favorevole. E questo continuerà, fino alla morte del sole. Periodicamente verrà spazzato via tutto, o quasi.
La terra, fatemelo ripetere un’ultima volta, non si cura affatto di noi: la terra, semplicemente, ci ha prodotto. E ci si scrollerà di dosso senza tanti pensieri, alla prossima glaciazione (o molto prima, nel caso di un meteorite come quello che, forse, ha fatto estinguere i dinosauri).

Qual è la conclusione di tutto questo? La conclusione è che non dobbiamo prenderci cura del pianeta per il bene del pianeta, ma dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta per il nostro stesso bene, perché abbiamo capito che non c’è nessun altro che possa prendersi cura di noi da fuori, dall’alto. Siamo noi, dal basso, che dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro, finendo un giorno col riuscire ad inglobare nella nostra opera tutto quel gigantesco sasso verde-azzurro che ci ospita, e che chiamiamo Terra.

Non guasterà, a questo punto, far presente che quasi tutti gli astronauti, dopo aver osservato la terra da fuori, piccola e sospesa nel vuoto cosmico, abbiano provato circa la stessa sensazione, con la quale hanno percepito la fragilità e al tempo stesso la bellezza del pianeta, inteso come un tutto:

Quando finalmente raggiungi la luna e ti volti indietro a guardare la Terra, tutte quelle differenze e quei caratteri nazionalistici iniziano a mischiarsi, a confondersi, e ti senti pervaso dalla sensazione che forse quello è veramente un unico mondo e ti chiedi come diavolo sia possibile che ancora non abbiamo imparato a viverci tutti insieme onestamente.
– Frank Borman

Abbiamo imparato molto sulla Luna, ma ciò che abbiamo imparato veramente è stato a proposito della Terra. Il semplice fatto che da quella distanza tu possa alzare il pollice e nascondere tutta la Terra dietro ad esso. Qualsiasi cosa che tu abbia mai conosciuto, tutti i tuoi affetti, i tuoi impegni, i problemi che affliggono la Terra stessa: tutto dietro al tuo pollice. E al tempo stesso percepisci quanto insignificanti tutti noi siamo realmente, e di conseguenza realizzi quanto siamo fortunati di possedere questo corpo e di essere capaci di godere d’amore qui, tra le bellezze della Terra.
– Jim Lovell

Più ci allontanavamo e più le dimensioni della Terra diminuivano. Alla fine raggiunsero le dimsioni di una biglia, la più bella che si possa immaginare. Quella sfera bella, calda e viva sembrava così fragile, così delicata, che se qualcuno l’avesse toccata con un dito l’avrebbe distrutta. Una vista del genere non può non cambiare un uomo.
– James B. Irwin

Improvvisamente, da dietro la Luna, in lunghi momenti di immensa maestosità, quasi al rallentatore, emerse una gemma luminosa di colore blu e bianco, una leggera sfera del colore del cielo, velata di bianco, che si alzava poco a poco come una piccola perla sospesa su un mare nero di mistero. Impiegai più di un momento per realizzare appieno che quella era la Terra… era casa.
– Edgar Mitchell

E tutto questo esalta la figura dell’uomo, più che condannarla, con buona pace dei nostri amici imbronciati, i Nichilisti.

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Note:

*Sempre in chiave scientifica, chiaramente: è il metodo sperimentale che ha strappato la conoscenza dalle grinfie del misticismo.
**Per la precisione, la probabilità che quel lancio straordinario avvenga è di 0.5 elevato alla 50, cioè un numero molto vicino a zero, ma ben lontano da essere esattamente zero, cioè impossibile. In ogni caso, per avere un’idea dell’improbabilità che questo lancio avvenga, basta considerare che se facessimo un tentativo al secondo dovremmo aspettare circa la vita dell’universo (13,7 miliardi di anni) per osservare qualche successo.

Leggere la bibbia

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Tempo fa discutevamo con un amico su “come” vada letta la bibbia (la lettera minuscola è voluta, chiaramente) e lui sosteneva che leggere la bibbia con occhio critico, facendosi aiutare solo dal ragionamento (e mettendo quindi da parte la fede), significhi perdersi qualcosa, smarrire il senso più profondo che il famoso testo sacro potrebbe trasmettere attraverso le sue parole, spesso di non immediata comprensione.
Ricordo ancora l’esempio che mi fece a riguardo, e ve lo ripropongo fedelmente:
C’è un passo dei vangeli in cui Gesù chiede ad un discepolo di cogliere un fico dal vicino albero e di portarglielo. Il discepolo risponde che non è tempo di fichi, e di tutta risposta Gesù decide di far rinsecchire l’albero. Se dai retta a Russell..” continuò l’amico mio, riferendosi al grande matematico e filosofo “..questo passaggio non è altro che un esempio di quanto la figura di Cristo sia in realtà capricciosa, meschina. Al contrario, se dai retta all’interpretazione che ne da la Chiesa, il gesto di Gesù trova giustificazione dal seguente fatto: le belle foglie di cui il fico è ornato simboleggiano l’apparenza, l’esteriorità effimera e priva di sostanza, simboleggiata invece dai frutti, assenti. Si capisce quindi che qui Gesù sta condannando l’ipocrisia, la religione di facciata, priva del suo scopo più alto”.
Questo, in dettaglio, il pensiero dell’amico mio.

Lì per lì mi è sembrato sensato tutto ciò, e quindi ho ripreso in mano (per la terza volta) la bibbia che ho a casa e ho iniziato a rileggerla con uno spirito nuovo, sperando che le note (scritte sotto la supervisione dal teologo, giurista e filosofo Francesco Chiesa, definito “venerabile” da Papa Giovanni Paolo II) mi avrebbero dato una buona chiave di lettura del testo, una volta che mi fossi svincolato dai miei “preconcetti scettici” (che mi suona molto come un ossimoro, ma andiamo avanti).

Speranza vana.

Basta molto poco, almeno secondo me, per rendersi conto che questo è il metodo peggiore per leggere il testo di riferimento della religione cattolica (e non solo).
In media una volta ogni 50 pagine (e la bibbia ne conta 1040, escluso il nuovo testamento) c’è una nota che specifica come il tale passaggio sia un chiaro riferimento alla figura del Cristo redentore/salvatore/eccetera… che comparirà solo 1000 pagine dopo!
Questa “lettura di fede” secondo me assomiglia molto ad un consapevole “lasciamoci bidonare” dal primo teologo che passa… il mio pensiero (perché non mi sento nemmeno di chiamarlo ragionamento, per quanto è banale) è il seguente:
1) La bibbia è il testo sacro degli ebrei, successivamente fatto proprio ed ampliato dai cristiani;
2) Fino al nuovo testamento (escluse alcune parti minori) la bibbia RIMANE il testo di riferimento per la religione ebraica ed i testi sono COMUNI alle due religioni;
3) QUINDI: come può essere che qualcosa che è scritto nei primi libri, cui anche l’ebraismo fa fede, riporti un “chiaro riferimento” alla figura di Cristo? Per l’ebraismo la figura del Cristo è paragonabile a quella di un buontempone che ha detto una serie di incredibili cazzate…

Mettiamoci un attimo dal punto di vista di un ebreo credente/praticante, che sentisse dire che il tale passaggio del vecchio testamento sia un “chiaro riferimento” alla figura del Salvatore… come minimo scoppierebbe a ridere, esclamando qualcosa del tipo “Ma che cazzata! Come può essere un riferimento a Cristo se noi ebrei di Cristo ce ne sbattiamo altamente?”

Ecco quindi che, a dar retta alla “lettura di fede” si rischia solo di farsi abbindolare dal primo coglione (ops, volevo dire “teologo”) che passa, munito delle sue lauree e della sua voglia di evangelizzare tutto l’evangelizzabile…

Continuo a preferire la lettura autonoma, scettica, critica.

Per chiudere in bellezza qua sotto vi ho copia-incollato anche le fantastiche parole con cui si apre la prefazione alla mia edizione della bibbia… godetevele tutte!

Come leggere la Bibbia
La Bibbia è parola di Dio, e questo è cibo dell’anima. Ora il cibo deve essere preso nel debito modo, e con certe disposizioni. Lo stesso è della Bibbia. Essa contiene tesori preziosissimi e inesauribili di verità non solo, ma di verità vive e vitali, capaci di produrre i più mirabili effetti.
Le parole della S. Scrittura sono come la punta di una penna tenuta tra le dita di chi scrive. Lingua mea calamus scribae velociter scribentis (Ps. 44,2). La carta sente scorrere una punta; ma dietro di quella vi ha una mano viva, e dietro la mano viva uno spirito intelligente che la muove e la dirige.
Così sono le parole del Libro Divino.
I nostri occhi vedono una serie di caratteri, come in qualunque altro scritto; ma sotto quei caratteri parla la bocca di Dio; come sotto le apparenze dell’Ostia Eucaristica palpita il cuore di Gesù. Chi non si mette in questa posizione non sarà mai capace di leggere la Bibbia; avesse anche studiato per molti anni l’Ebraico, e parlasse anche il greco, come parla la sua lingua materna.
È come nella fotografia: macchina e persona debbono essere in posizione debita. Il fotografo fa un lungo ed accurato lavoro di preparazione: compone le persone in determinata serie, sotto una certa luce. Solo quando tutto è in ordine, alza il velo, preme il bottone; allora si compie con perfezione il meraviglioso fenomeno.
Noi vedremo le false e le vere disposizioni nella lettura della Bibbia, e il metodo da seguirsi per riportarne frutto.

False disposizioni
Tu conosci, o lettore, la parabola del seminatore evangelico. Parte del seme cadde sulla strada, parte sulle pietre, parte nelle spine. In questi casi non si ebbe nessun frutto. Vi sono anime sterilizzate da satana, o dal mondo, o dai cattivi abiti. Si sa che quando si spargono elementi sterilizzanti su un terreno, in questo perisce ogni germe vitale. Qui non si tratta solo di false, ma di male disposizioni. Ci vuole una cura più lunga e difficile: lavori di bonificazione, sboscamento, purificazione, dei quali sarebbe troppo lungo il discorrere. Noi intendiamo parlare delle disposizioni immediate, e che dipendono direttamente dalla nostra volontà attuale, e che si potrebbero anche dire atteggiamento dello spirito.
Tra questi falsi atteggiamenti se ne possono distinguere tre principali: quello di curiosità, il critico, il diabolico. Il diabolico è raro, almeno ai nostri tempi, e nella gente comune. Vi fu invece un tempo in cui era frequente. Esso consiste nel leggere la Scrittura per trovarvi degli argomenti allo scopo di coonestare i propri vizi o i propri pregiudizi. Non portò egli, il Demonio, argomenti scritturali per tentare Gesù? Il diavolo aveva portato Gesù sul pinnacolo del tempio: Se tu sei figlio di Dio, disse, gettati giù; sta scritto: che Dio ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani. Quia angelis suis mandavit de te, et in manibus tollent te.
Quali furono mai gli eretici che non pretesero provare le loro eresie colle parole della Bibbia?
E vi è gente che, in certi fatti della Scrittura, vorrebbe trovar ragioni per soddisfare i più bassi istinti della natura corrotta.
Come si vede, bisogna essere dominati da spirito diabolico, per giungere a questo punto. Ma, come dissi, sono casi rari. Passiamo oltre.
È molto comune invece, specialmente tra gente di media cultura, l’atteggiamento critico. È quello dimostrato da Nicodemo che alle parole di Gesù: bisogna nascere un’altra volta: oportet nasci denuo, oppone l’impossibilità fisica: quomodo potest homo nasci cum sit senex?
Oppure quello dell’Apostolo San Tommaso, dinanzi ai colleghi che gli avevano annunziato di aver veduto Gesù: Vidimus Dominum! E Tommaso: Se non veggo nelle mani di lui la fessura dei chiodi, e non metto il mio dito nel luogo dei chiodi, e non metto la mia mano nel costato, non credo! (Giov. 20,25).
Or questo atteggiamento è molto comune ai nostri tempi di criticismo, anche fra gente di inferiore, o anche di nessuna cultura. Il freddo vento del razionalismo è ormai penetrato dappertutto ed ha fatto sentire i suoi deleteri effetti sopra le più verdeggianti aiuole del giardino della Chiesa.
Una tale disposizione è esiziale.
Pochi veleni sono così potenti a distruggere il germe del bene.
Il fumo razionalistico accieca.
Il Loisy, con tutta la sua scienza critica acquistata per tanti anni di studio del Vangelo, non è riuscito a vedere nel Vangelo quello che sa vedere con evidenza il più semplice dei fedeli, cioè la resurrezione di Gesù Cristo.
Coll’atteggiamento critico ha una certa analogia quello che tengono alcuni studenti che per dovere si applicano nello studio delle Istituzione Bibliche, o Introduzione alla S. Scrittura, mentre esaminano e questioni di autenticità, e versioni e codici, e costruiscono schemi di analisi di libri, e sintesi di contenuto e simili. Da tutti questi lavori si può uscire freddi come il ghiaccio. Altro è studiare la Bibbia ed altro è leggere e meditare la parola di Dio. Altro è visitare S. Pietro e conoscere con molta perfezione tutte le magnificenze architettoniche, ed altro è inginocchiarsi sulla tomba di S. Pietro, per meditare un poco e ristorare lo spirito.
Questo osservo, non per condannare lo studio: absit! ma perché pensiamo che allo studio si debba unire la pietà e la fede: quella che fa passare le parole della Bibbia dal piano mentale al regno dello spirito.
Che dire poi della curiosità? Vi ha gente che prende in mano il Vangelo, o la Genesi, o magari l’Apocalisse, con quella disposizione di animo con cui aprirebbero il Mille e una notte, o il Robinson Crosué, o qualcuno dei libri del Verne, o l’ultimo romanzo esposto nella vetrina. E leggono con leggerezza, saltando e tralasciando quello che loro non piace, col prurito di trovare il curioso, l’impressionante, il sensazionale… salvo poi a credere nulla sul serio e a contentarsi dell’impressione fuggevole del momento.
È semplicemente una profanazione.

In ultimo una vera chicca, presa dal paragrafo intitolato “La Bibbia e il popolo cristiano in generale”, in cui il “venerabile” Francesco Chiesa dice:
Anzitutto nel popolo cristiano emerge una classe di uomini al tutto superiore per ogni riguardo. […] Chi mai può misurare l’ampiezza e la profondità di quelle trasformazioni che la Chiesa, istituita da Gesù Cristo, ha prodotto in mezzo all’umanità? […] nessuno può negare che dove arriva l’opera del missionario cattolico, là giunge contemporaneamente la civiltà. E dove, o non è ascoltata la parola del Clero cattolico, o la sua influenza diminuisce o si spegne, là ritorno la barbarie: non importa se sotto altra forma da quelle antica. […] Se mancasse l’opera del clero, il mondo sprofonderebbe un’altra volta nella melma della corruzione, come al tempo del diluvio! Purtroppo il mondo è sciocco e leggero, e non sa riflettere.

Da cui segue l’ovvia conclusione: PER FORTUNA C’E’ IL CLERO CATTOLICO, CHE CI INSEGNA COME RIFLETTERE.

In più, ma non chiedevo tanto, proprio l’altro giorno il sommo pontefice si è espresso in favore della legge contro l’omosessualità divenuta famosa come “The Kill gay bill“, annunciata entusiasticamente da Rebecca Kadaga, presidente ugandese, come un “bellissimo regalo di natale” per tutti gli ugandesi anti-gay.

Meno male che ci sono loro, i preti, a mostrarci la via da seguire per accedere al paradiso…

Apri la tua bocca…

la voglio riempire.

Dopo la definitiva approvazione della nuova traduzione italiana della Sacra Scrittura, la Chiesa italiana si è dotata di una nuova versione del Lezionario a uso dei fedeli nella partecipazione della Santa Messa.

Ok, abbiamo una serie di epic fail da parte della Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica, ma questo è uno dei più divertenti: quasi quasi il libro me lo compro, prima che gli cambino di nuovo il titolo 😀

E la dicitura a margine “decorazioni segrete” mi fa ancora più ridere… calza a pennello!

A loro difesa, poverini, sappiate che dopotutto è precisamente la traduzione di una parte del Salmo 80. LOL 😛

QUI se volete farvi due risate, e QUO se volete comprarlo (come ho fatto io!):

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Ah, giusto per non dimenticare!

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Alfred e John – La paura di Dio

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

LA PAURA DI DIO

Le otto e mezzo, quando il sole inizia a nascondersi dietro i palazzi. Due amici chiacchierano seduti al tavolo di un bar, ormai deserto.

John: Come scusa?
Alfred: Come sarebbe “Come scusa?” Non mi ascoltavi?
John: Non è che non ti ascoltavo… è che il tramonto del sole mi ha distratto, tutto qui. che dicevi?
Alfred: Uhm… Sai John? mi hai fatto tornare in mente una cosa su cui riflettevo tempo fa…
John: Di che si tratta?
Alfred: Pensavo… quando Dio creò l’uomo, perchè l’avrebbe dotato dei cinque sensi?
John: Bè, immagino che l’abbia fatto per permettergli di percepire ciò che lo circonda. Dico male?
Alfred: No John, non dici male. Dici poco. Immagina la tua vita senza la vista… poco fa, per esempio, non ti saresti distratto a guardare il tramonto e avresti avuto modo di ascoltarmi bene e di capire a fondo quello che avevo da dirti. Oppure immagina la tua vita senza l’udito: ora stai ascoltando attentamente quello che io ti sto dicendo e così perdi di vista tutto il mondo che ti circonda… nel caso in cui ora un ladruncolo afferrasse il tuo portafogli appoggiato sul tavolo non saresti pronto per fermarlo in tempo. Quindi, ancora una volta, il tuo udito ti sta distraendo da ciò che ti circonda. Lo stesso vale per il tatto, l’olfatto e il gusto: paradossalmente ogni volta che utilizziamo uno dei cinque sensi ci distraiamo dal mondo che ci circonda per percepire solo una parte di esso, escludendo tutto il resto. Per cui, per completare la tua risposta di prima, io direi che Dio ha fornito all’uomo i cinque sensi per permettergli di percepire ciò che lo circonda, ma solo un poco per volta e mai in modo unitario.
John: Alfred… non ha senso. Perchè Dio dovrebbe limitare le possibilità dell’uomo da lui creato?
Alfred: John la risposta è semplice: quando si parla di “Dio” si parla di qualcosa di assoluto in ogni sua particolarità, giusto? E, se non sbaglio, nella Bibbia è scritto che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza… Ecco: io penso che sia proprio qui la risposta: tutto sta nella parola “somiglianza”. Dio in un primo momento creò degli esseri basandosi sulla sua immagine, o essenza, ma poi, rendendosi conto delle loro potenzialità, conferì loro cinque sensi differenti. In effetti, così su due piedi, mi viene da pensare che Dio avrebbe anche potuto dotare l’uomo di un solo organo di senso in grado di fargli percepire tutto il mondo assieme, nello stesso momento.
John: Mi dispiace Alfred, ma non ti seguo. Eppure stavolta ero attento…
Alfred: Uhm… cercherò di essere più chiaro: se Dio avesse voluto permettere agli uomini di percepire tutto ciò che li circonda in modo unitario, senza distinguere cioè tra ciò che si vede, ciò che si tocca, ciò che si gusta… avrebbe potuto benissimo, al momento della creazione, dotarli di un solo organo recettore in grado di recepire tutto assieme, no?
John: E fino qui ci sono. Ma perché dicevi prima che Dio avrebbe voluto “distrarre” l’uomo?
Alfred: D’accordo: fin qui ci siamo arrivati. Ora, prima di rispondere alla tua domanda, bisogna ragionare in questa direzione: da che cosa Dio vuole distrarre l’uomo? Possedendo la risposta a questa domanda sarà facile rispondere a quella che hai fatto tu. Allora, dicevamo, da che cosa Dio ha cercato di distrarre l’uomo? Io sono convinto che Dio abbia conferito all’uomo i cinque sensi per distrarlo dal suo potere intrinseco, causato dal fatto che l’uomo stesso è stato creato a immagine e somiglianza dell’essere supremo. L’uomo è in potenza Dio, ma in atto sarà sempre inferiore ad esso proprio perché dotato, a differenza sua, dei cinque sensi.
John: Il potere intrinseco all’uomo di cui parli… di che potere si tratta?
Alfred: Bè, è senz’altro qualcosa che Dio in persona teme. E cos’è che Dio potrebbe temere al tal punto, da doverne distrarre costantemente l’oggetto ultimo della sua creazione, ovvero l’uomo?
John: Che gli uomini lo dimentichino.
Alfred: Esatto John. Hai centrato in pieno il problema. Se gli uomini non avessero cinque sensi differenti ma un solo senso unitario riuscirebbero a percepire il mondo in modo univoco e arriverebbero a comprendere appieno la propria posizione, il proprio potere e le proprie infinite possibilità… e così facendo si eleverebbero giustamente ed inevitabilmente al livello occupato sino ad oggi solo da Dio in persona che, di rimando, finirebbe con l’essere spodestato e dimenticato.
John: Non so se ho capito appieno, ma temo di doverti dare ragione.
Alfred: Mica dai ragione a me: la dai al grande Charles! È grazie a lui se non dobbiamo preoccuparci di chi sia il nostro creatore: nessun creato, nessun creatore.