Lettera a me stesso

Caro Luca,
chi ti scrive è il te stesso giovane, eppure vecchio di 26 anni, come direbbero gli inglesi.
Ti scrivo perché temo che anche tu, come la maggior parte della gente (“laggente” è stupida, si sa), non sia stato risparmiato dal cancro dell’età adulta, della cosiddetta maturità. Non che sia sempre bello restare a vivere tra le nuvole, senza rendersi conto di niente, ma ogni tanto arrestare la realtà e compiere un’incursione nei territori della fantasia, dell’irrealtà, non può che fare bene: “Chissà come sarebbe il mondo se…” Quand’è l’ultima volta che ti sei soffermato a pensare ad una domanda di questo tipo? Mi auguro che non sia passato troppo tempo, ma temo che non avessi ancora compiuto 40 anni l’ultima volta che ci hai riflettuto seriamente. Chiaro: non che tu avessi realmente potuto dirigere le sorti del mondo in quella direzione, ma intendo almeno di non arrendersi al fatto che
“E’ stato sempre così e sarà così per sempre”.
Quella, cazzo, è la morte di tutto.
Scusa se parlo da solo, dando per scontate le tue posizioni, ma capisci che non mi è facile aspettare le tue risposte e quindi mi baso su quello che vedo oggi del mondo “degli adulti”… prendi tutte le mie parole con le pinze, che anche a 26 anni si può sbagliare, non lo nego. lol
Per andare un po’ più nello specifico, non credo che tu sia sposato (ma se l’avessi fatto con rito civile, per ottenere i grandiosi vantaggi che il nostro bigottissimo stato concede solo alle coppie de iure, e non di fatto, non potrei biasimarti) ma spero che nonostante tutti i tuoi numerosi difetti abbia comunque trovato una compagna (o compagno? Hai smesso o no di tentare di scoprirti bisessuale?) con cui condividere pensieri, parole e carne. Anzi: carne, pensieri e parole. Anzi: parole, carne pensieri e gesti… vabbè, insomma, ci siamo capiti.
Spero anche che tu non ti sia lasciato andare ad una passiva vita di lavoro-stress-violenza-riposo(poco)-lavoro-stress-violenza… and so on. Magari nonostante gli esempi della tua famiglia (soprattutto di uno dei rami) sei riuscito miracolosamente ad evitare la parte “violenta” di quel ciclo, ma ne dubito fortemente: violenza porta violenza, si sa. Spero di no, ovvio, sia per te sia per chi ti sta intorno, ma lo temo fortemente. È una strada che vedo disegnata chiaramente davanti ai nostri (miei e tuoi) passi, e temo che non saremo così bravi da riuscire ad abbandonarla. Chissà se qualcuno dei “Luca Abboni” che verranno tra il me stesso 26enne e il te stesso 50enne sarà stato in grado di cambiare direzione… speriamo bene.
Tornando alla questione che mi preme, ho solo un monito da farti (infatti credo una lunga sequela delle cose che potresti aver sbagliato in questi 24 anni risulterebbe pedante e mancherebbe il bersaglio). Un monito, dicevo, che suona così (a proposito, da quant’è che non guardi uno dei cartoni che per anni hai detto di essere a fondamento del tuo carattere fantasioso?):

“Simba, mi hai dimenticato. […] Hai dimenticato chi sei e così hai dimenticato anche me. Guarda dentro te stesso Simba, tu sei molto di più di quello che sei diventato”

Questo era il rimprovero di Mufasa al figlio, dirai tu, quindi che un 26enne lo rivolga ad un 50enne è completamente fuori luogo, ma stammi a sentire: inizia pensando al fatto che il “te stesso” 26enne (cioè chi scrive) è presente nel mondo da moooolto prima del “te stesso” 50enne, quindi è come se il rimprovero venisse da una persona più anziana, con più esperienza. That’s it. È una sorta di paradosso, ma non temere: sei laureato in fisica e puoi venirne a capo da solo, con un po’ di ironia (ad ogni modo, ricorda l’illusione del trascorrere del tempo e il discorso sulla simultaneità degli eventi e sul cono di luce… queste nozioni ti possono aiutare a dare un senso reale, fisico, a quello che ti ho appena detto, nel caso in cui il senso ironico non fosse sufficiente).
Ora, con uno slancio di telepatia intrapersonale sebbene extratemporale, provo ad ascoltare quello che stai pensando mentre rileggi queste parole (vediamo se ci sono andato vicino):
“Ah, ma guarda un po’ quanto ero imbecille a 26 anni… credevo già di sapere tutto”
Senza dilungarmi oltre nello specificare i motivi per cui anche tu, come tutti, a 50 anni ti senta “più maturo” di quando ne avevi “solo” 26, ci tengo però a farti riflettere sul fatto che il te stesso 26enne si era promesso di non dimenticare quanto fosse strana e difficile la vita, AD OGNI ETA’: un bambino ha problemi diversi da quelli di un adulto, ma non meno importanti. Certo, meno importanti per la società, per la statistica, per l’economia… ma sticazzi di tutte queste cose: la sofferenza è sofferenza, e mentre credo che bisogna cercare di imparare qualcosa da quella inevitabile (una storia d’amore che finisce), credo anche che bisogna cercare il più possibile di evitare quella inutile, e quindi dannosa (la violenza domestica, tanto per fare un esempio).
Soffre il bambino per un regalo di Natale sbagliato, soffre l’adolescente che non si sente accettato, soffre il ragazzo per la mancanza di comprensione da parte dei genitori, e soffre anche l’adulto per la mancanza di alternative e di illusioni (ripensa al GameBoy, alle scuole medie, ai tuoi genitori, nel caso non avessi capito che mi stavo riferendo a tue sofferenze passate…). Tutti loro stanno soffrendo esattamente quanto possono soffrire, anche se un adulto riuscirà senz’altro ad esprimere meglio (almeno a parole) il suo dolore di come lo possa fare invece un bambino piangendo fiumi di lacrime… o mi sbaglio?
Cosa esprime, alla fine dei conti, maggiore sofferenza? Un pianto disperato o un monologo drammatico? Tutti conosciamo la risposta.
Un altro punto che mi preme verificare: hai mantenuto fede al tuo tentativo di essere il più comprensivo possibile? Cerchi sempre di metterti sullo stesso piano del tuo interlocutore? O almeno su un piano dal quale i problemi altrui vengano valutati col giusto peso, senza proporre inutili paragoni e confronti fastidiosi?
Spero proprio di sì, caro mio.
Matteo, Damiano e Carlo ti vogliono ancora bene, oppure li hai esasperati a tal punto che ti hanno abbandonato anche loro? Non lo credo possibile, a dir la verità, ma non si sa mai con te… magari ti sei messo in testa che frequentare per troppi anni le stesse persone ci rende stupidi e così li hai volutamente lasciati da parte… che ne so.
Quand’è l’ultima volta che hai telefonato (smessaggiato, uozzappato, skypato) a tua sorella? Da quant’è che non fate una smorfia insieme, fotografandovi e beandovi della vostra reciproca idiozia? Ti prego, dimmi che questo lo fai ancora, ti prego.
Mannaggia alla madonna (tanto così, per ricordarti che bestemmiare è una cosa come un’altra, e non c’è da far del moralismo sulle parole) più vado avanti e più mi vengono in mente solo errori che potresti aver commesso, e cose comunque non buone.
Aspetta un attimo, ci voglio provare. Anche tu, in fin dei conti, meriti di non essere dato per “perso” fin da ora… fammici provare: nella migliore delle ipotesi mi ti immagino circondato di amici (nonostante il lavoro), con una certa stabilità economica (non ricco, intendiamoci, ma almeno in grado di assicurare ai tuoi figli, se ne hai, TUTTO quello che avresti voluto alla loro età e che a 26 anni reputavi doveroso dovergli assicurare), felicemente sistemato (in due, in tre, vedi tu) e stimato dai colleghi.
Come vedi non ci vuole molto a pensare alle cose belle, ma questa lettera deve essere un monito, una spia che segnali che potrebbe esserci qualcosa che non va: se poi si verifica che la spia è guasta, tanto meglio, ma se invece il suo lampeggiare sta ad indicare un problema reale, beh… vedi tu.
Spero il meglio per te, caro mio, ma temo il peggio.
Dimmi che mi sono sbagliato.

“Ricordati, chi sei! […] Ricordati chi sei!”

Non puoi mica razionalizzare tutto!

uomo-vitruvio

[Non è la prima volta che si vede l’uomo di vitruvio come immagine d’apertura di un mio articolo (Il GPS del linguaggio), ma non si tratta di svogliatezza, credetemi: è solo che non riesco a pensare a nient’altro che possa simboleggiare l’aspetto umano della ragione con la stessa forza e immediatezza]

Un musicista direbbe “Sei l’armonia della mia vita” mentre un fisico direbbe “Sei la dimostrazione che la perfezione esiste” ma entrambi starebbero dicendo la stessa cosa. Solo che il secondo sarebbe anche sincero.

Dico questo (escludendo la parte sulla sincerità, che era tanto per ridere) per sottolineare che ogni persona si esprime ANCHE tramite le parole tipiche del mestiere che lo impegna quotidianamente, sia esso più pragmatico, sia esso più teoretico: solo che quando uno nella vita fa il musicista, o il poeta, non si sente mai criticato per il tipo di parole che utilizza per esprimere i propri sentimenti… mentre se uno nella vita fa il fisico, o il matematico, ed esprime i propri sentimenti con le parole del suo mestiere rischia di passare per quello che razionalizza tutto, per quello che riduce tutto alla geometria, agli schemi… e questo, che già di per sé è un chiaro esempio di utilizzare due pesi e due misure (dato che nessuno direbbe mai ad un poeta “Eh, ma tu riduci tutto alla poesia!”) è spesso anche accompagnato da una sorta di sguardo obliquo, di diffidenza, come a voler prendere le distanze da una persona che riesce a mettere le due parole amore e dimostrazione nella stessa frase.
Basterebbe non soffermarsi sulle nude parole, ma andare oltre e osservare i compor-tamenti, i gesti, le azioni, prima di ritrovarsi arroccati su posizioni pregiudizievoli, senza lasciare all’altro la possibilità di mostrare che quello che stava intendendo era proprio ciò che gli altri stavano aspettando e/o sperando.

Un po’ di guerra ti ci vorrebbe

Giosueinbox

Ci sono poche frasi nel nostro modo di esprimerci quotidiano che tradiscono così tanta superficialità e deprecabile nostalgia da risultare fastidiose a tal punto:
1) Ti ci vorrebbe un po’ di guerra* (utilizzo generico);
2) Come fai a stare male? Hai tutto quello che si potrebbe desiderare (questa di solito viene rivolta a chi sta attraversando un periodo di depressione).
Entrambe le frasi sono mosse da una stessa intenzione di fondo: insinuare/affermare che la mancanza di problemi gravi, quelli legati alla sopravvivenza in senso stretto, abbia causato una fastidiosa e incomprensibile preoccupazione rivolta a questioni superficiali, secondarie, facendo così perdere il “vero” valore del disagio e della sofferenza.

Allora, sarò breve perché la cosa è davvero breve, una volta illustrata.

Il fatto che per “noi giovani” sia stata mediamente una vita migliore, più facile, di quella dei nostri nonni (hanno vissuto le grandi guerre, la fame, la morte) si rispecchia ovviamente anche sulle nostre necessità quotidiane: a differenza della maggior parte dei nostri nonni, infatti, ci impegniamo anche a farci una cultura, a studiare, ci impegniamo ad arricchire la nostra vita interiore tramite la lettura, la musica, il cinema, i viaggi… loro, in tempo di guerra, dovevano solo assicurarsi di riuscire ad avere qualcosa da masticare e una coperta abbastanza calda per l’inverno. Come avrebbero mai potuto preoccuparsi dell’importanza dell’eutanasia, la buona morte, quando il rischio era per tutti quello di una morte terribile?

È chiaro che si tratta di fare una scala delle priorità, ma come si può avere una mente talmente ingessata da non capire che per un bambino cresciuto nell’agio E’ un problema se tutti i suoi amichetti hanno il game-boy e lui è l’unico a non averlo?!? (domanda retorica e autobiografica: sono rimasto talmente traumatizzato che ancora oggi la suoneria del mio smartphone è la musichetta di Super Mario).

Mi sembra fin troppo ovvio che se noi giovani siamo arrivati a preoccuparci patologicamente dell’esito del nostro prossimo esame, questo implichi in linea di massima che non si registri contemporaneamente la nostra presenza in un conflitto armato. Cioè, mettendomi nei panni di uno dei tanti “nostalgici della guerra”, vedrei che i giovani d’oggi hanno la libertà di preoccuparsi di cose complesse, sfaccettate, rispetto a me che invece ho trascorso 10 anni della mia vita solo a cercare cibo diurno e riparo notturno. Io, come nonno, sarei immensamente felice che i miei nipoti abbiano mancato l’appuntamento con la guerra, la fame, la violenza e MAI mi sentirei per questo “meglio formato” di loro: significherebbe solo che il mondo in cui sono cresciuti i miei nipoti è per certi versi migliore di quello che ha cresciuto me.
Mai nella mia vita mi sentirete pronunciare “Eeeh, un po’ di guerra ti ci vorrebbe proprio”.

Che significa? Mi stai sul serio augurando di vivere sulla mia pelle le brutalità della guerra affinché io non debba/possa più preoccuparmi dell’andamento della mia vita universitaria e, perché no, del mio alito?

Che nonno di merda, un nonno che augura queste cose ad un nipote.

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*Nota (da aggiungere al mio testamento biologico): se mai qualcuno mi dovesse sentir pronunciare in maniera seria e convinta queste parole (o una loro riformulazione) è pregato di farmelo notare all’istante, e di ricordarmi che a 25 anni, quando ero intelligente, avevo scritto che se mai fossi arrivato a pronunciare il fatidico “Un po’ di guerra” mi sarei suicidato, felice così di rimuovere una mente stantia dalla società e quindi convinto di svecchiarla quanto più possibile, dato il mio modesto ruolo di libero cittadino.

So di non sapere: maledetto Socrate!

Avevo 19 anni quando giunse il momento di iscrivermi all’Università e optai per la facoltà di Filosofia tanto era stato entusiasmante lo studio di questa materia al Liceo.

Tra le lezioni e la conoscenza dei nuovi amici il primo anno filò liscio come l’olio, ma una volta capito che potevo farcela, che era solo questione di tempo prima di riuscire ad indossare la corona d’alloro, iniziò l’insoddisfazione: cominciai a convincermi che quello che facevo fosse completamente inutile e che avrei potuto dedicare le mie energie a qualcosa di più importante, di più interessante, di più concreto.

Alla fine del secondo anno la decisione era ormai presa: conclusa la laurea triennale in filosofia non avrei proseguito i miei studi con la laurea specialistica, ma sarei passato alla facoltà di Fisica. Dati i miei studi di Filosofia della Scienza e di Epistemologia sembrava la giusta rotta da seguire nel mare della conoscenza. Quella sì che sarebbe stata la mia strada: non lo studio della filosofia, per quanto interessante, ma lo studio dell’Universo, con l’unica materia che al giorno d’oggi può meritatamente fregiarsi del titolo di disciplina che studia l’Ontologia, che studia cioè “di cosa è fatto” l’universo e qual è il suo funzionamento.

Felice di questa nuova prospettiva completai con rinnovato vigore il rimanente percorso filosofico che mi si presentava davanti e dopo due anni eccomi iscritto alla facoltà di Fisica, finalmente felice di aver trovato quello che davvero mi interessava studiare. Ora finalmente i miei sforzi avrebbero avuto un senso: non più la Storia del pensiero, ma il Presente del pensiero!

Purtroppo bastò molto poco a farmi cambiare idea: conclusi il primo anno con assoluta determinazione a completare anche questa laurea triennale “in tempo”, come si suol dire, senza cioè finire “fuori corso”, ma già il secondo anno fu mentalmente devastante: capii che tutta quella mole di dimostrazioni, che tutti quei modelli, che tutta la matematica del mondo non mi avrebbero insegnato niente su quello che davvero mi interessava sapere. Capii che a stimolarmi veramente non erano gli atomi ed il loro mescolarsi, non era l’impossibilità di determinare contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella, le onde elettromagnetiche e la teoria dei campi… io volevo studiare la Vita e il suo manifestarsi nell’Universo, la biologia e le sue dinamiche: in una parola, volevo studiare l’Evoluzione. Cosa deve succedere affinché delle proteine si aggreghino per formare la prima proto-cellula? Come si aggregano le cellule per dare il via alla dinamica nota come “sopravvivenza differenziale del più adatto”? Come interagiscono tra di loro le specie e le loro nicchie ecologiche? Chi seleziona chi?

Oggi penso che forse la facoltà di Biologia potrebbe DAVVERO essere la mia strada, ma da buon empirista, sulle tracce del mio adorato Hume (il primo amore non si scorda mai), mi rendo conto che due indizi fanno quasi una prova e ho il forte presentimento che se dovessi optare per questo nuovo cambio di rotta mi ritroverei in poco tempo naufrago nel mare del dubbio: forse non tanto lo studio della vita e della sua evoluzione in generale, ma solo di quella eticamente rilevante, quella che può essere giudicata “volente o nolente” di fronte ad una propria azione… allora forse la facoltà di Medicina, e poi quella di Neuroscienze potrebbero essere la definitiva strada da intraprendere per soddisfare la mia sete di sapere e vedere ripagati veramente tutti i miei sforzi.

Ma forse no.

Una volta capito come funzionano i vari meccanismi che ci rendono Umani, perché non provare ad implementarli su un hardware diverso dal nostro? La nostra specie è il risultato di milioni di anni di trial-and-error alla cieca, compiuti grazie all’accumularsi degli errori di copiatura del codice genetico, generazione dopo generazione: allora perché non dovrebbe essere possibile accelerare di molto questo processo avendo bene in mente la direzione da seguire? Quale migliore via da seguire se non quella dell’Intelligenza Artificiale?

E se poi mi ritrovassi anche lì con un pugno di mosche? Se per sbaglio raggiungessi la convinzione che per capire a fondo la vita bisogna conoscerne la storia, e che la storia possieda un ritmo intrinseco di procedere, che non può essere accelerato a piacimento, cosa farei? Dovrei cambiare ancora, dedicandomi allo studio della Storia dei popoli e delle culture, dell’Antropologia e delle Lingue…

Embè, che c’è di male? “Studia tutto” -direte voi- “Tanto ormai la vita media si è allungata talmente tanto che potresti studiare per altri 50 anni senza problemi, e affrontare tutte le sfaccettature della conoscenza che ritieni necessarie!”.

Purtroppo questo non è possibile: più passa il tempo e più il nostro cervello smette di imparare. Perde elasticità e capacità di adattarsi a nuovi schemi concettuali e resta, come tutto, vittima del trascorrere inesorabile del tempo, fossilizzando sempre di più le convinzioni già acquisite.

A fronte di tanto nichilismo, che vi assicuro non è da me, quello che possiamo è soltanto “decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso”, come direbbe Gandalf.

E io, ora, mi farò una canna.

Il GPS del Linguaggio: Grazie Perché Scusa

Il linguaggio, lo si sente dire un po’ da tutte le parti, è ciò che “davvero” ci distingue dagli altri animali, è il nostro carattere peculiare più di ogni altro: è questa possibilità di poter esprime praticamente qualsiasi concetto (anche insensato) che ci ha spalancato la porta del farci domande, di formulare ipotesi, che andassero al di là del semplice e primitivo “sentire”.
Ebbene l’altro giorno non avevo un cazzo da fare e mi sono messo a pensare su quali potrebbero essere le parole “più necessarie” che una lingua dovesse tenere nel proprio dizionario e nonostante l’idiozia della cosa credo di essere arrivato ad una conclusione abbastanza condivisibile, se presa con la dovuta leggerezza.
Se mi venisse richiesto di condensare tutto ciò che un essere umano può dire in tre sole parole sceglierei senz’altro le parole “Grazie”, “Perché” e “Scusa”, e non solo perché mi danno subito un immediato riferimento al noto sistema di orientamento, perfetta metafora della “sopravvivenza” in un certo senso… Scelgo queste tre perché sono davvero le parole più rappresentative di ciò che rende “umano” un essere umano (senza contare il fatto che rispecchiano tre momenti decisivi nell’evoluzione da bambino ad adulto).

“Grazie”
Praticamente è la prima parola che viene insegnata ai bambini nell’ambito delle dinamiche sociali. L’unica altra parola sociale che viene insegnata prima è “Ciao” ma questo non insegna niente, non aiuta a crescere, non sposta il discorso su nessun altro piano. Dire “Ciao” è sterile, oltre che poco significativo per il discorso che voglio fare, dato che non esprime nessun lato dell’essere umano se non quello di “salutare” che mi sembra tutto fuorché caratteristica della nostra sola specie.
“Grazie” al contrario ci insegna che non tutto ci è dovuto, che non possiamo avere tutto quello che vogliamo, nel momento preciso in cui lo vogliamo… ci insegna a relazionarci e a ricambiare qualcuno che abbia rivolto un bel gesto nei nostri confronti. Ci fa capire che spesso da soli non possiamo fare quello che abbiamo in mente, e che quindi dobbiamo affidarci all’aiuto di qualcuno, e che quel qualcuno va prontamente ringraziato per il favore che ci ha liberamente regalato. In poche parole, la parola “Grazie” ci insegna che fra gli essere umani esiste la capacità dell’altruismo, ma che essa è possibile solo per quella persona che si adatti a vivere in mezzo agli altri, che faccia sua una certa visione “sociale” dell’essere umano. Un essere umano, da solo, è solo un essere.

“Perché”
Anche questa, come la precedente, è una parola che si impara prestissimo (come dimenticare il famoso “Gioco del perché”? che continua ad assillare i genitori generazione dopo generazione) e il motivo è presto detto: un bambino fino ad una certa età vede solo che le cose succedono, ma presto inizierà a notare un certo collegamento tra di esse, comincerà cioè ad intuire quello che solo molto più avanti chiamerà “rapporto causa-effetto” e fin da subito (proprio grazie allo straziante giochetto) capisce che non c’è nessuno che possieda le risposte a tutto e, al contrario, se verrà in contatto con qualcuno che continua a lungo a rispondere ai suoi “Perché” inizierà a nutrire dei seri sospetti che quel qualcuno lo stia fregando in qualche modo, magari fuorviando la sua attenzione utilizzando lunghi giri di parole… Quello che vuole sentirsi dire il bambino è un sincero “Non lo so” da parte dell’adulto che ha davanti, perché riuscire a porre domande a cui nessuno sa rispondere ti mette sullo stesso piano di chiunque altro: della serie “Ci sono tante cose che voi adulti sapete e che noi bambini non sappiamo, eppure di fronte a questa domanda che io (che sono un bambino) vi ho posto nessuno di voi prende la parola, e in questo siete perfettamente uguali a me”.
Senza contare poi che la domanda “Perché” è proprio ciò che sorregge l’intero interrogarsi dell’essere umano sul funzionamento della natura e dell’universo e di sé stesso: le sei lettere di cui è composta “perché” riassumono in una sola parola tutta la scienza e la filosofia che, queste sì, ci distinguono in maniera un po’ più definita dagli altri mammiferi, e animali in genere (distinzione che rimane sempre quantitativa, e mai qualitativa, come ci ha insegnato l’infinito Charles Darwin)

“Scusa”
Altra parola che entra da subito, e direi con prepotenza, a far parte del lessico di un bambino e il motivo è molto semplice, ovvio agli occhi di chiunque: pronunciare la parola “Scusa” significa rendersi conto che la propria libertà ha un limite, che non si può fare sempre quello che si vuole… che, cioè, siamo circondati da altre persone che, come noi, sono vulnerabili ad un sacco di cose, siano esse fisiche o psicologiche. “Scusa” significa che riesco a provare io stesso quello che stai provando tu, che riesco a percepire il tuo dolore sul mio corpo e nella mia mente, e che ci sono cose che si possono fare e altre che è meglio evitare, per non arrecare danno agli altri: senza questa parola, detto in altri termini, non esisterebbe l’etica. E, come se non bastasse, la parola “Scusa” esprime la fiducia nel prossimo, la fiducia che riponiamo in chi ci sta intorno: se non avessimo fiducia che le nostre scuse venissero accettate, o che il nostro sincero dispiacere venisse bene accolto dalla persona alle quale ci stiamo rivolgendo, non esisterebbe la possibilità di sperimentare, di sbagliare, e di imparare.

Grazie Perché Scusa: GPS, per orientarsi nell’essere umano.