Leo

Ieri* è morto Leo, il gatto che per più di 17 anni (diciassette, avete letto bene) aveva rivestito il ruolo di “animale domestico” in via G. Severini 2/b, a Fano, provincia di Pesaro e Urbino, Italia. Ieri mia madre, quella tra di noi che aveva con lui il legame più forte, più completo, dopo che Leo le aveva rivolto uno sguardo da “Non ce la faccio più”, ha deciso di procedere con l’iniezione letale**.

Aprite google maps e cercate le coordinate “via G. Severini 2/b, 61032, Fano, Italia”. Se visualizzate la street view specifica dell’indirizzo che vi ho dato vedrete che quella è casa mia… ebbene, a quel civico ha vissuto per più di 17 anni (esatto, diciassette!) un gatto di nome Leo, che ieri* è morto. Mia madre, la sua vera “padrona”, cioè quella che si interessava di lui a tempo pieno (e non solo quando era il momento di godersi le sue fusa stesi sul divano), lo ha guardato attaccato a tutti i cavi della clinica veterinaria e ha deciso che la sua sofferenza poteva bastare: se n’è andato in fretta con l’iniezione letale**.

Leo, il gatto che per 17 lunghissimi anni (poteva quasi prendere la patente) è vissuto con la mia famiglia a Fano (in via G. Severini 2/b), da ieri* non c’è più. In una settimana le sue condizioni sono peggiorate talmente tanto che mia madre, cioè quella che gli ha sempre voluto più bene (e alla quale anche lui ha sempre voluto più bene di rimando), dopo avergli letto in faccia “Aiutami”, ha deciso che non era giusto farlo soffrire così, optando per l’iniezione letale**.

Posso continuare a riscrivere l’inizio di questo pensiero tutta la sera, ma non credo che arriverò mai ad un punto in cui mi convincerà del tutto. Per cui vi lascio qui i primi tre tentativi, e delego a voi la possibilità di scegliere con quale far cominciare il mio soliloquio, prima di proseguire nella brevissima lettura. Dico “brevissima” perché non ho nessuna intenzione di raccontare tutti gli episodi della vita di Leo (e della sua vita con noi) che mi hanno divertito e che tuttora, quando ci ripenso, mi fanno ridere. E non lo faccio perché questo pensiero è rivolto a tutte le “gattare” che conosco (e anche a quelle che non conosco): gattare anziane, gattare giovani, gattare femmine, gattare maschi, gattare per tradizione, per vocazione, per sbaglio… Ogni gattara sa cosa può dare un gatto, cosa significa sentirlo camminare per casa (o meglio, NON sentirlo camminare per casa, coi suoi morbidi cuscinetti), sentirgli fare le fusa, sentirlo sulla pancia mentre “impasta”… sono tutte cose che una vera gattara conosce benissimo e credo che descrivere degli esempi particolari sia riduttivo:
“Tu, gattara che stai leggendo queste righe, pensa al tuo gatto, e continua a leggere: il mio gatto era Leo, il tuo si chiamerà Max, Micio, Romeo, Luna, Mela o chessò io… ma il nome è veramente l’unica differenza”.

“miiaaaaooo…”

Avere un gatto che gironzola per casa è come vivere sempre immersi in una poesia di qualche poeta maledetto, o in un racconto di Poe: il gatto è elegante, silenzioso, pulito, snello, elastico, attento, vispo, scattante… e al tempo stesso è capace di dormire 20 ore in una giornata, alzandosi solo ed esclusivamente per chiedere cibo in cambio di deliziose strusciatine sulle gambe e di caldissime e rumorosissime fusa.

“prrrrr…. PRRrrr…. PRRRRR…”

Un pensiero vola a mia madre, la vera gattara del mio nucleo familiare, che senz’altro è quella che sta provando il dolore più intenso (e non mi rompete il cazzo con “E’ solo un gatto”  perché vi mando a fare in culo in 0.2 secondi): grazie a te, mamma, Leo ha avuto una vita felicissima e piena di attenzioni… e lo sapeva anche lui che eri tu quella che gli voleva il bene più grande. E il fatto che quando eravamo tutti a tavola venisse a sedersi sempre e solo dietro la tua schiena, nei 10 centimetri che lasciavi apposta per lui tra il tuo corpo e lo schienale della sedia, testimonia che ho davvero ragione.

Ti abbraccio forte mamma, stai su.

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*In realtà è morto l’altro ieri, e infatti questo pezzo l’ho scritto ieri ma sono riuscito a postarlo solo oggi.
**L’iniezione letale, così come svariate altre pratiche, è il mezzo per concedere ad una creatura che sta soffrendo il definitivo riposo e l’eterna pace. Eutanasia la chiamano, ed è proprio un bella parola: smettere di far soffrire una creatura capace di provare dolore (che non ha alcuna speranza di miglioramento) dovrebbe essere non solo legale, ma doveroso. Dovrebbero accusare di crimini contro l’umanità coloro che si oppongono a questa pratica.