Alfred e John – Il paese dei balocchi

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

IL PAESE DEI BALOCCHI

Due amici passeggiano in un parco cittadino, subito dopo l’ora di pranzo. Il sole è nascosto da qualche nuvola e tira un leggero vento.

John: Oggi ennesima discussione con quel rincoglionito di mio padre. È un caso senza speranza.
Alfred: Nulla di nuovo, insomma. La vecchiaia è vecchiaia: il tempo è stato in grado di fossilizzare i dinosauri, figuriamoci se non riesce a fossilizzare un semplice cervello umano.
John: Immagina che si stava parlando di immigrazione: secondo mio padre è la piaga peggiore di questo paese, seconda solo alla quantità di laureati che l’Italia sforna ogni anno.
Alfred: Capisco, storia vecchia. Quasi come tuo padre!
John: No. Per come ragiona, mio padre è moooolto più vecchio. Che odio, mi fa proprio incazzare.
Alfred: Com’è andata la discussione?
John: Niente, mi dice che gli immigrati vengono qua a fare solo una cosa: o ci rubano il lavoro, o ci rubano in casa. Praticamente per mio padre uno che non viene in Italia come turista viene solo per rubare, in senso ampio del termine.
Alfred: Interessante questa visione univoca, potrei tenerci una lezione.
John: E aspetta di sentire il resto.
Alfred: Non chiedo di meglio, una volta tanto non siamo noi due a discutere.
John: Già. Comunque, a quel punto gli chiedo se lui in prima persona si fosse mai trovato a subire violenze, furti, scherzi di cattivo gusto, dispetti, smorfie, pernacchie da un extracomunitario. Ovviamente la risposta è stata “No”, come puoi immaginare.
Alfred: É risaputo che in Italia la maggior parte delle violenze e dei furti è ad opera di Italiani con tanto di pedegree: sembra quasi banale dirlo, ma la mafia è tutta nostrana. Anche se tutti gli immigrati diventassero malviventi convinti sarebbero una goccia in mezzo al mare.
John: Bravo. Allora gli dico che il famoso lavoro che ci rubano è un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare, a torto o a ragione. Si tratta della bassa manovalanza agricola e da catena di montaggio.. Tu, Alfred, augureresti a tuo figlio di fare il contadino per tutta la vita? O il pescatore? O l’operaio da catena di montaggio?
Alfred: Che belle le domande retoriche: ti risparmiano la fatica di pensare ad una risposta.
John: Sai che ha fatto quel rincoglionito di mio padre a quel punto?
Alfred: Ha completamente cambiato bersaglio polemico prendendosela con quelli della nostra generazione. Ci scommetterei.
John: E vinceresti, ovviamente. La nostra, e ancora di più quella dei nostri figli che studiano, sarebbe una generazione di coglioni che pensa solo alle chiacchiere. Nessuno vuole più lavorare con le mani, nessuno vuole più lavorare sotto il sole… in pratica per lui nessuno vuole più lavorare in Italia. Così gli faccio presente per l’ennesima volta che è del tutto comprensibile che se uno studia da quando ha cinque anni fino a quando ne ha venticinque poi non si trova a suo agio con l’idea di dover fare un lavoro che non richiede assolutamente tutto quello studio e sacrificio. L’idea di aver perso dieci anni di vita, dato che già dall’età di quindici anni si può cominciare a lavorare e mettere così da parte un bel gruzzolo, non andrebbe giù a nessuno.
Alfred: Che ti ha risposto?
John: Che in Italia vogliono fare tutti chiacchiere e basta, che anche gli studenti non sono di alcuna utilità alla nostra cultura perché la maggior parte di loro prende una laurea per un lavoro che ormai non c’è più. Lui le chiuderebbe tutte le università che non producono tecnici… produrre PIL, conta solo quello. Allora gli dico che in Italia si sfornano migliaia di ingegneri l’anno e che quelli veramente bravi, che poi con la propria laurea faranno qualcosa di utile, sono pochi, davvero pochi. Esattamente come quelli laureati in ogni qualsiasi altra facoltà: per ogni nuovo Dante, Da Vinci, o Leopardi che sforniamo sforniamo anche tantissimi intellettuali inutili. Ma non possiamo saperlo a priori chi sarà il nuovo Galileo e chi invece sarà un incapace, per cui dobbiamo concedere a tutti la possibilità di studiare: la famosa istruzione pubblica.
Alfred: E su questo come ha ribattuto il vegliardo?
John: La fa semplice lui: mi ha detto che “se la metto così” allora investiamo sull’università e facciamo laureare tutti quelli che ci vogliono provare, ma poi è nostro dovere mandare a lavorare tutti coloro che si dimostrano incapaci.
Alfred: Bè, giusto. Tu dici di no?
John: Ovvio che sono d’accordo, ma ho cercato di fargli capire che è già così. Secondo te un laureato che lavora in un call-center, o in fast-food, non è già abbastanza declassato e mortificato, dopo dieci anni di studi che si poteva risparmiare?
Alfred: Hai perfettamente ragione.
John: Lo so. A questo punto mi viene in mente l’idea geniale.
Alfred: Dimmi.
John: Chiedo a mio padre, così profondamente contrario ad accogliere gli immigrati, perché ci tenesse tanto a salvare il suo paese, l’Italia. Cos’è che vuole difendere dall’invasione degli immigrati? L’Italia accademica che ha prodotto Dante, Da Vinci e Leopardi, oppure l’Italia dei pecorari-fai-da-te, dei pescatori-figli-di-pescatori e dei palazzinari-arricchiti?
Alfred: Cosa ha risposto?
John: Nulla. Per dieci secondi buoni la sua mente incancrenita si è fermata a riflettere su come aveva fatto a tradirsi da solo. Non poter essere contemporaneamente contro l’istruzione e contro l’immigrazione lo ha destabilizzato. Poi, dopo quei dieci secondi di piacevole sorpresa, sai come mi ha risposto?
Alfred: Temo di conoscere la risposta, ma sentiamo.
John: Che noi “cosiddetti intellettuali” non capiamo un cazzo. E che dovremmo pensare di meno e lavorare di più. Poi se n’è uscito con la scontatissima quanto fastidiosa frase “Un po’ di guerra, ecco cosa ci voleva a quelli come voi”.
Alfred: E che ti aspettavi?
John: Niente, infatti. È solo che è mio padre e sentirlo dire certe cose mi fa una rabbia…
Alfred: E così avresti brillantemente dimostrato che non si può sostenere allo stesso tempo che in questo paese si da troppa importanza alla cultura e che gli immigrati rovinano il nostro paese.
John: Se lo dici tu, mi fido.
Alfred: Come possiamo arricchirla, questa idea. Dunque, vediamo…
John: Arricchirla?
Alfred: Già. Il tuo è davvero un bel dilemma per il nostro interlocutore contrario sia all’immigrazione che alla cultura. Da una parte, essendo contrari all’immigrazione, bisogna per forza dover sovvenzionare la cultura: altrimenti non ci sarebbe niente da difendere contro questi nuovi “Unni”. Dall’altra parte, se si è contrari alla cultura, non si capisce affatto che cosa si cerchi di difendere essendo contrari all’immigrazione. Fantastico!
John: Ok, a chiacchiere funziona. Vediamo se è logicamente sostenibile: dunque, gli asserti che ogni uomo condividerebbe sono, innanzi tutto, che per voler difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere. É stupido difendere il niente. Aspetta, prendo un pezzo di carta e una penna…

I due amici si siedono su una panchina vuota, davanti al laghetto, e John tira fuori un vecchio scontrino e una penna.

John: D’accordo, vediamo: Uno, ‘Per difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere’. Due, ‘La grandezza di una Nazione si basa sul suo patrimonio culturale’. Questi sono i nostri due unici postulati, giusto? Quindi date queste premesse la naturale conseguenza è che, SE voglio difendere la mia Nazione dall’immigrazione ALLORA sono costretto a essere solidale con le spese per l’istruzione.
Alfred: Sì. É una forma del tipo “se A allora B”
John: Esatto, ma per funzionare bene deve valere anche il contrario, cioè “se non-B allora non-A”. E quindi SE NON sono d’accordo con le sovvenzioni pubbliche all’istruzione, ALLORA NON voglio difendere la mia nazione dall’immigrazione.
Alfred: Non so perché mi si riempe il cuore quando un’argomentazione è logicamente valida. È più facile da ricordare e non devi far leva sulla tua capacità di persuasione per convincere il tuo interlocutore: deve solo ascoltare e capire dove sta la ragione.
John: Tranne se è un vecchio rincoglionito. Cristo ogni volta che penso di poter diventare come mio padre, un vecchio sordo alle novità e al cambiamento, mi rabbuio per ore. Credi che anche noi due diventeremo due vecchi dal cervello atrofizzato?
Alfred: Io non lo credo, ma lo temo. Cosa avremmo noi più di tuo padre, o del mio, per essere risparmiati da tale destino? Anche Albert dopo aver gettato le basi di una nuova e rivoluzionaria scienza ha cercato inutilmente di scalfirla per tutta la sua vecchiaia, mentre fuori dal suo solitario studio lo aspettava un’intera folla di scienziati che lo acclamava come araldo delle loro scoperte, compiute per merito di quello che lui aveva teorizzato. Sorte amara, ma ne siamo tutti soggetti purtroppo.
John: Sai meglio di me che fare il Suo nome in una disputa verbale è quasi sempre garanzia di ottenere la ragione, ma non credi che il suo potrebbe essere stato un caso particolarmente sfortunato? Dopotutto noi, a differenza dei nostri genitori, siamo stati educati a mantenere aperta la nostra mente a nuove conoscenze.
Alfred: Tutti gli studiosi sono educati a questo, o almeno dovrebbero esserlo. Rimane il fatto che imbattersi in un vecchio dalla mente aperta è più difficile che trovare un ago d’argento in un pagliaio di aghi normali.
John: Oddio è terribile. Il solo pensiero di diventare sordo a tutti quelli che la pensano diversamente da come la penso io mi sconforta. Soluzioni fattibili?
Alfred: Una mi viene in mente, ma potrebbe piacerti ancora meno della vecchiaia.
John: Spara.
Alfred: L’eutanasia!

Alfred e John – Ode al Precariato

Premessa

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

ODE AL PRECARIATO

Davanti alla televisione, due amici ascoltano il telegiornale che sentenzia: “La disoccupazione giovanile ha raggiunto quota 20%”

John: Siamo messi proprio male Cristo… non vorrei sembrare banale, ma non riesco a trovare altre parole per dirlo se non ‘Dove andremo a finire?’
Alfred: Che intendi?
John: La situazione economica del nostro paese.. il diritto al lavoro non c’è più. Oggi se riesci a lavorare sei un privilegiato!
Alfred: Addirittura? Io non la vedo così buia
John: Come sarebbe? Per la prima volta nella storia recente i nostri figli saranno più poveri di noi. E questo è un fatto, Al…
Alfred: Lo so bene, dico solo che dalla situazione se ne può comunque cavare qualcosa di buono.
John: Tipo?
Alfred: Tipo rivalutare il precariato, ad esempio.
John: “Rivalutare il precariato”? Ma che cazzo dici? I nostri genitori hanno lottato per il diritto al lavoro, per la salvaguardia dell’articolo 18… Come puoi pensare che il precariato sia una cosa positiva?
Alfred: Ehi, non dico mica che la situazione economica attuale sia preferibile a quella in cui siamo cresciuti noi… tutt’altro! Dico solo che, dato che le cose stanno così, dobbiamo cercare di trarne il miglior profitto possibile. A livello umano, intendo.
John: E sentiamo, che genere di profitto umano hai in mente?
Alfred: Per esempio di cominciare a vivere il precariato con un altro spirito e consegnare questa nuova chiave di lettura ai nostri figli.
John: Ok, è la seconda volta che dici la stessa cosa ma, nello specifico, cosa c’è di BUONO nel precariato?
Alfred: Così su due piedi mi vengono in mente almeno tre pregi notevoli: il primo dei quali è sicuramente quello che ti evita di diventare a tutti gli effetti un ingranaggio del capitalismo… E, prima che fai quella faccia, permettimi di chiarire cosa intendo
John: Prego prego, sono tutto orecchi.
Alfred: Nella situazione attuale, che non è certo di boom economico, il posto fisso in che cosa si concretizza? Si concretizza nel fatto che appena hai uno stipendio fisso ti sbrighi ad aprire un mutuo per la casa e macchina, un mutuo che molto probabilmente non finirai di pagare prima dei cinquanta anni. E dopo la casa, o magari assieme ad essa, ti dici che tutto sommato sei pronto per una famiglia e dei figli, giusto? Tanto ormai hai le spalle coperte, no? Per amor di discussione io sto facendo proprio il caso in cui non ci si debba minimamente preoccupare di un eventuale licenziamento: hai il tuo posto e nessuno te lo tocca. Ma questo cosa comporta? Che una volta firmato il mutuo in banca sei ancorato letteralmente alla tua routine quotidiana, senza via di scampo: non hai modo di rimetterti sul mercato perché le rate del mutuo stanno sempre lì e i figli battono cassa ogni giorno: libri, vestiti, tasse scolastiche, sport… Così la tua vita si riduce a fare per quaranta anni una cosa che mediamente non ti piace, con un unico pensiero fisso rivolto a quei quindici giorni di ferie annuali nei quali semplicemente ti limiti a tirare una boccata d’ossigeno prima di immergerti nuovamente nell’acqua stantia della routine quotidiana.
John: Eppure ero convinto che a te piacesse la routine, Al…
Alfred: A me sì, ma io sono un neo-pensionato: nella mia routine nessuno mi dice cosa devo fare e come farlo… Faccio letteralmente quello che mi pare!
John: Però Al dalle tue parole qualcuno potrebbe pensare che sei contro la famiglia, non credi?
Alfred: Io non sono contro la famiglia John, e tu lo sai. Dico solo che consigliare ai nostri figli di mettere su famiglia con la soglia della povertà che si alza sempre di più è come consigliare a qualcuno che soffre di vertigini di salire in cima alla tour Eiffel… Per carità è bellissima, ma bisogna vedere se per lui sarà maggiore l’estasi visiva o il disagio psicologico, non trovi? Ci sono tante cose belle che può fare una persona che soffre di vertigini, ma visitare la Tour Eiffel non mi sembra una priorità. Allo stesso modo ci sono tante cose belle che può fare un precario, se non si incaponisce a voler mettere su famiglia.
John: Per esempio?
Alfred: Uno su tutti, viaggiare! Pensaci, quanti paesi diversi hai visto in vita tua, John?
John: Uhm… una decina almeno.
Alfred: Ecco. Noi due abbiamo più o meno la stessa età. Non ti sembra un po’ sprecata la vita se ti fermi a pensare che morirai avendo visto così poco? Se non avessimo avuto moglie, figli… ci saremmo fatti trasportare dai venti e dalle maree lungo ogni meridiano e avremmo vissuto tanti posti e imparato tante cose che al confronto la sapienza di un qualunque famoso intellettuale impallidirebbe.
John: Beh, sì. Quello di poter viaggiare sarebbe un indubbio vantaggio. E gli altri due?
Alfred: A-ah! Siamo già a due: il primo vantaggio era quello di non rimanere aggrovigliati per sempre nel vortice lavoro-guadagno-spendo-lavoro-guadagno-spendo, e il secondo è una conseguenza di questo: non avere stabilità di impedisce di poterti accollare impegni a scadenza troppo remota, permettendoti così la libertà di viaggiare e, bada bene, quando dico ‘viaggiare’ non intendo il viaggiare una settimana per poi tornare a casa propria… Intendo viaggiare di città in città, di paese in paese: giusto il tempo di imparare la lingua e saresti di nuovo pronto per partire alla volta dell’altro capo del mondo. Praticamente un perenne affittuario!
John: Mi sembra un po’ irrealistico, se devo dirti la verità.
Alfred: Anche a me, ma ricorda che noi siamo cresciuti con la testa piena di “Trovati un lavoro buono, trovati una donna che ti ami, fatti una casa, cresci i tuoi figli meglio che puoi…” Pensa se i nostri figli crescessero sentendo di continuo parlare di quanto è bello il mondo, di quanto non vale la pena di sobbarcarsi un mutuo di trenta anni e ammanettarsi così alla sorte di un solo paese… Pensa cosa farebbero se gli venisse insegnato che la famiglia è un’istituzione obsoleta, troppo vecchia per stare al passo con la sovrappopolazione. La famiglia aveva un senso quando eravamo pochi e disorganizzati. Oggi non ce l’ha più: mettiamo al mondo figli con pochissime speranze di potergli lasciare un mondo migliore di come l’abbiamo ereditato noi.
John: E quindi due vantaggi. Ce n’è un altro nell’essere un precario a vita?
Alfred: Sì, e forse è il più importante dei tre.
John: Addirittura?
Alfred: Non lo so, ma ad occhio e croce direi di sì.. si tratta semplicemente di non lasciare che il proprio cervello si atrofizzi, data la scarsità di stimoli cui è sottoposto un essere umano senza preoccupazioni. Hai presente l’ascidia? È un esserino dotato di un primitivo sistema nervoso, almeno fino al momento in cui non trova uno scoglio sul quale aggrapparsi.. Sai cosa ci fa col suo cervello non appena trova il luogo in cui passerà tutta la sua esistenza? Se lo mangia! ..tanto non lo userà mai più.
John: A ben pensarci ne conosco fin troppe di persone che oltre al lavoro non fanno altro che guardare la televisione, o leggere sul giornale notizie false o manipolate.. gente che rimane attiva di cervello, con cui è piacevole parlare, ce n’è davvero poca in giro..
Alfred: Forse è per questo che siamo sempre noi due da soli, eh John? Ah ah..
John: Eh eh.. chissà..
Alfred: Giusto per farti un altro esempio tratto dal mondo animale, basta osservare l’abisso tra l’intelligenza del lupo e quella del cane: il primo è un esempio perfetto di precario a vita, mentre il secondo è un esempio perfetto di pensionato a vita: quale migliore situazione quella di chi viene pagato senza dover lavorare?.. Il cervello del lupo è notevolmente più grande di quello del cane e anche le capacità di cui danno prova testimoniano largamente in favore del primo: se confrontato con le capacità di adattamente di un lupo, il cane è praticamente incapace di risolvere un problema che gli si pone davanti.
John: Questo lo sapevo anche io, ma non ricordo dove l’ho letto..
Alfred: Come il lupo, il precario è costretto tutta la vita a stare sull’attenti, pronto a re-inventarsi ogni giorno, in modo da ottenere quello di cui ha bisogno senza fare affidamento sul fatto che il giorno che ci attende sarà conforme al giorno che ci ha lasciato.. tutto cambia, tutto muta.. ma il salariato no. E, sia chiaro, non può farci niente.. sono davvero rari i casi di lavoratori a stipendio che trovano il tempo di leggere o, volesse Dio, studiare.. ma purtroppo l’ingranaggio di cui sono parte non gli lascia tempo di farlo, nella maggior parte dei casi.
John: Beh, ci sono comunque un sacco di persone che leggono.. e alcune di queste leggono davvero tanto..
Alfred: Ovviamente sì, ma parliamo di una minoranza.. e in ogni caso l’industria dei libro si fonda sui romanzieri di professione.. Stephen King, Clive Husserl, Patricia Cornwell, Wilbur Smith.. tutta gente che sforna un mattone di cinquecento pagine l’anno con l’unico risultato di tenere occupata la mente della gente senza farla riflettere minimamente: un sondaggio recente afferma che la maggior parte delle persone che legge più di tre libri al mese finisce col ricordarsi la storia solo a grandi linee, perdendosi ogni particolare o sfumatura.. Ovviamente questo problema nemmeno si pone per gli autori che ti ho elencato, in quanto non c’è nessuna cura del particolare nei loro racconti.. Inoltre, quando si tratta di semplici romanzi, che differenza farebbe leggerli o ‘guardarli’ in versione cinematografica?..
John: Ora che ci penso, infatti, nessuna..
Alfred: Appunto.. la lettura di autori come questi produce molte cose buone, ma non di sicuro l’apertura mentale.. apre molto di più la mente navigare tra un blog e l’altro, cercando di capire cosa ha spinto l’autore a scrivere quello che ha scritto..
John: Dove siamo andati a finire.. dal precariato ai romanzi-spazzatura.. Ma, mi viene da pensare, quella del precariato non è nemmeno un problema troppo moderno.. ricordo che al liceo rimasi colpito dallo scoprire che con l’avvento della prima rivoluzione industriale una grandissima fetta della popolazione rimase da un giorno all’altro senza lavoro: telai meccanici, macchine per arrotolare le sigarette, macchine a vapore..
Alfred: Infatti.. allora non esistevano i sindacati.. ma pensa che situazione si troveranno a dover affrontare i nostri sindacati quando, in un futuro non lontano, le macchine potranno sostituire quasi totalmente il lavoro manuale.. non ci sarà proprio più posto per chi non ha studiato.. a quel punto l’unica strategia sarebbe quella di chiedere un salario talmente basso da poter competere con le spese di manutenzione degli attrezzi meccanici.. una lotta praticamente persa in partenza, non trovi?
John: Già.. ma quindi, in definitiva, tu a tuo figlio consiglieresti la vita del precario?
Alfred: Se i tempi non cambiano in fretta, e radicalmente, sì.

Alfred e John – Il mestiere più antico del mondo

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

IL MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

Due amici sono in macchina, nel cuore della notte. Ad un certo punto, sulla strada di casa, attraversano una via frequentata da diverse ragazze poco vestite.

Alfred: Ci fermiamo?
John: Ma va’? Non pensavo fossi tipo da sesso a pagamento
Alfred: E cos’è che te lo faceva escludere?
John: Non so… il tuo modo di pensare, sempre aperto e anticonformista, immagino.
Alfred: E non ci vedi niente di anticonformista nel fatto che una donna si faccia pagare per il suo corpo?
John: No, assolutamente no. Ci sarà pur un motivo se lo chiamano ‘il lavoro più antico del mondo’, no?
Alfred: Hai ragione più di quanto tu stesso non creda, amico mio
John: In che senso?
Alfred: Nel senso che oggi è proprio come dici tu: non c’è davvero niente di anticonformista nella scelta di una donna di prostituirsi, e infatti la mia era una battuta. Credevo che mi conoscessi abbastanza bene ormai, ma forse mi sbagliavo.
John: Eddai Al! Sei tu quello che si diverte a fare sempre il bastian contrario. Poi non ti stupire se la gente ti prende sul serio quando dici qualcosa che va contro il loro modo di pensare
Alfred: Riesci sempre a incastrarmi John, e solo una persona che mi conosce profondamente bene potrebbe farlo. Te ne do atto.
John: Ecco. Aspetta un attimo però… prima hai detto che il degrado della prostituzione è legato ai tempi che corrono. Oggi, hai detto, non c’è niente di anticonformista in una donna che decide di vendere il proprio corpo… Vuol dire che prima lo era?
Alfred: Beh sì, anche se bisogna andare molto indietro nel tempo… considerando anche che la maggior parte delle ragazze che abbiamo visto prima non lo fa di propria scelta, ma questo è un altro discorso: io mi stavo riferendo esplicitamente a quelle prostitute che scelgono da sole la propria professione.
John: E perché? Quelle sarebbero anticonformiste secondo te?
Alfred: Non lo sono, infatti. Oggi quella è la via più facile per mettersi da parte un mucchio di soldi: lo trovi ad ogni angolo uno schifoso capo di governo pronto a pagare per del sesso facile. Anche se ci sono due categorie di persone che girano intorno al mondo della prostituzione che non riesco a biasimare nemmeno al giorno d’oggi…
John: E chi sarebbero? Sentiamo…
Alfred: Alla prima categoria appartengono tutti quegli uomini contro i quali la natura, o Dio, si sono accaniti formandone persone davvero poco piacevoli da guardare. Persone che, purtroppo, con molta probabilità morirebbero vergini, con l’unica “colpa” di essere sgradevoli alla vista…
John: E la seconda categoria?
Alfred: Questa è più interessante: è formata da tutte le ragazze e i ragazzi che si prostituiscono il venerdì e il sabato sera nei night club per pagarsi l’università… non sono ancora sicuro del mio giudizio, ma ogni volta che ci penso non posso fare a meno di provare solidarietà per il loro operato!
John: Sì va bene, ma non ci trovo niente di differente tra una ragazza che si prostituisce per pagarsi l’università e una che si prostituisce per comprarsi la macchina.
Alfred: Eppure la differenza c’è, ed è notevole anche!
John: Addirittura “notevole”?
Alfred: Pensaci. Una che ci si paga la macchina, ci si paga anche le bollette, la spesa, la casa… per lei la prostituzione è una scelta definita: è il suo modo di guadagnare…
John: …mentre per la ragazza del NightClub la prostituzione è solo un mezzo per poter studiare.
Alfred: Esatto. Una volta presa la laurea la ragazza, o il ragazzo, in questione sarà finalmente libero di mostrare quanto vale il suo impegno intellettuale.
John: Anche perché, diciamoci la verità, a fare del buon sesso imparano più o meno tutti: non è che si dia dimostrazione di gran valore se l’unica cosa che sappiamo fare è una cosa che sanno fare tutti per natura. Sì può essere particolarmente bravi, ma niente che non si raggiunga con un po’ di esperienza.
Alfred: Precisamente. Ed è proprio questo il motivo per cui ai nostri figli cerchiamo di insegnare l’impegno e lo studio: a posare nudi per qualche migliaio di euro sono capaci tutti, mentre per realizzare qualcosa di intellettuale ci vuole ben altro
John: Ok, ma torniamo al discorso iniziale… ormai sono troppo curioso di saperlo: a quale periodo fai risalire la prostituzione come atto anticonformista?
Alfred: Senz’altro a prima dell’avvento di Cristo, nostro salvatore… erano proprio gli albori della civiltà. Ti dicono niente le parole “Tu uomo, lavorerai con sudore e tu, donna, partorirai con dolore” ?
John: É la Bibbia no?
Alfred: Già… l’uomo lavora, la donna mette al mondo i figli e bada alla prole e alla casa. Oggi la sola idea che qualcuno possa pensarla ancora così ci fa accapponare la pelle, ma 4000 anni fa era naturale pensare una cosa del genere: io, uomo, lavoro e mantengo te… te, donna, in quanto inetta a sopravvivere da sola, mi sei debitrice e, non avendo niente con cui ripagarmi, mi appartieni di diritto!
John: Che cosa tremenda…
Alfred: Il fatto è che oggi io e te siamo convinti che una donna possa scegliere autonomamente se dedicarsi alla casa o alla carriera, senza alcuna costrizione imposta dall’alto, almeno in linea teorica. Purtroppo però il gene cattolico-casalingo è ancora lungi dall’essere estirpato dal nostro corredo culturale
John: Comincio a capire dove vuoi andare a parare, credo
Alfred: Vediamo… dove voglio andare a parare, secondo te?
John: Beh, al fatto che nel 4000 avanti Cristo non è che ci fosse tanta alternativa per una donna che volesse rendersi autonoma
Alfred: Esattamente! Una donna che, purtroppo o per fortuna, perdeva il marito… o che fosse costretta ad abbandonare il suo villaggio in seguito ad accuse infondate… o che, ancora, non avesse la tanto celebrata dote per “meritarsi” un marito che si prendesse cura di lei… tutte loro avevano un’unica possibilità di sopravvivere nell’ostile mondo che gli si apriva dinanzi…
John: E cioè prostituirsi
Alfred: Almeno questo è ciò che penso io. In qualche modo sono portato a credere che l’origine della prostituzione potrebbe essere visto come l’antenato delle moderne rivendicazioni di autonomia fatte dal movimento femminista.
John: Addirittura?
Alfred: Pensaci: sei una donna senza niente che ti appartenga, non hai qualcuno che ti possa sostenere, e il lavoro duro nei campi non ti rende come rende ad un uomo, sia perché sei fisicamente più debole sia perché, soprattutto, come donna avevi diritto ad un salario enormemente più basso. Era già tanto se ti davano un posto in cui dormire e il pane quotidiano
John: Quindi o rimanevi schiava a vita o ti prostituivi e, per così dire, ti “mettevi in proprio”…
Alfred: Fa uno strano effetto sentirlo dire, ma credo proprio di sì. Capisci ora perché cinque minuti fa ti ho detto che a chiamarlo “il lavoro più antico del mondo” avevi più ragione di quanta non ne credessi? Per quanto riguarda la storia del lavoro femminile, quello che oggi viene chiamato ‘Diritto al Lavoro’, è il discendente diretto dell’attivita delle prime prostitute.
John: Mi sembra così assurdo
Alfred: Secondo te perché il primo insulto che viene sempre in mente quando si deve offendere una donna è proprio “Puttana”??
John: Non ci ho mai pensato, a dir la verità. Credo che sia semplice maschilismo: l’uomo che rimorchia è un Don Giovanni, mentre la donna che lo fa è una zoccola
Alfred: No caro mio, non è così banale!
John: Tu cosa pensi?
Alfred: Io penso che l’insulto ci viene in mente in maniera così rapida perché è storicamente radicato nel nostro modo di pensare il mondo e, in particolare, la donna
John: Uhm… non ti seguo
Alfred: Immagina sempre la nostra ipotetica prostituta di 4000 anni fa: abitando nello stesso villaggio in cui abitano tantissime altre donne, tutte di proprietà di qualcuno, lei è l’unica che può decidere da sola della sua vita. Ha bisogno di una pecora? Se la compra senza chiedere niente a nessuno… desidera un vestito nuovo? Se lo compra, senza chiedere il permesso al marito, o al padre… Sono disposto a scommettere che nel villaggio fosse anche l’unica donna a potersi permettere una casa propria, senza nessuno a dirle cosa fare o come farlo
John: Mi stai forse suggerendo l’idea che la nostra prostituta fosse libera a tal punto dalla schiavitù domestica, da scatenare addirittura l’invidia e il disprezzo delle altre donne del villaggio?
Alfred: Ne sono pienamente convinto. Sì.
John: E che quindi, in qualche modo, l’insulto “Puttana” abbia radici femminili?
Alfred: Del tutto femminili. Anche perché, pensaci un attimo, quando ancora la prostituzione era agli albori della sua storia, che motivo avrebbe mai avuto un uomo per offendere la sua amante domenicale? Nessuno lo obbligava ad andare da lei, anzi… era addirittura disposto a pagare per giacere con essa anche solo poche ore
John: Cazzo hai proprio ragione… e quindi le altre donne non solo la guardavano con invidia a causa della sua totale libertà… erano pure costrette a sopportare il fatto che i loro mariti preferivano pagare un’altra donna invece di fare l’amore con loro. É naturale che la disprezzassero oltre ogni limite, aveva tutto quello che loro potessero desiderare: sia la libertà ché l’essere desiderata dagli uomini! Da questo al cominciare a pronunciare la parola “Prostituta” con disprezzo il passo è brevissimo e anzi, aspetta un attimo! Mettendola così viene anche ridimensionata la colpa di noi uomini nell’offendere qualsiasi donna col generico termine “Puttana”… non abbiamo fatto altro che fare nostra un’offesa che le donne hanno inventato per altre donne che invidiavano
Alfred: Hai fatto centro John: io non avrei saputo usare parole migliori.
John: Pensare controcorrente fa proprio bene alla mente.
Alfred: Certo non sempre si arriva a qualcuno di buono, ma di sicuro si arriva a qualcosa di nuovo.

ps: L’idea per questo dialogo mi è venuta mentre stavo leggendo Il Vangelo Secondo Gesù Cristo, di Saramago (la parte sulla Maddalena soprattutto).

Alfred e John – La paura di Dio

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

LA PAURA DI DIO

Le otto e mezzo, quando il sole inizia a nascondersi dietro i palazzi. Due amici chiacchierano seduti al tavolo di un bar, ormai deserto.

John: Come scusa?
Alfred: Come sarebbe “Come scusa?” Non mi ascoltavi?
John: Non è che non ti ascoltavo… è che il tramonto del sole mi ha distratto, tutto qui. che dicevi?
Alfred: Uhm… Sai John? mi hai fatto tornare in mente una cosa su cui riflettevo tempo fa…
John: Di che si tratta?
Alfred: Pensavo… quando Dio creò l’uomo, perchè l’avrebbe dotato dei cinque sensi?
John: Bè, immagino che l’abbia fatto per permettergli di percepire ciò che lo circonda. Dico male?
Alfred: No John, non dici male. Dici poco. Immagina la tua vita senza la vista… poco fa, per esempio, non ti saresti distratto a guardare il tramonto e avresti avuto modo di ascoltarmi bene e di capire a fondo quello che avevo da dirti. Oppure immagina la tua vita senza l’udito: ora stai ascoltando attentamente quello che io ti sto dicendo e così perdi di vista tutto il mondo che ti circonda… nel caso in cui ora un ladruncolo afferrasse il tuo portafogli appoggiato sul tavolo non saresti pronto per fermarlo in tempo. Quindi, ancora una volta, il tuo udito ti sta distraendo da ciò che ti circonda. Lo stesso vale per il tatto, l’olfatto e il gusto: paradossalmente ogni volta che utilizziamo uno dei cinque sensi ci distraiamo dal mondo che ci circonda per percepire solo una parte di esso, escludendo tutto il resto. Per cui, per completare la tua risposta di prima, io direi che Dio ha fornito all’uomo i cinque sensi per permettergli di percepire ciò che lo circonda, ma solo un poco per volta e mai in modo unitario.
John: Alfred… non ha senso. Perchè Dio dovrebbe limitare le possibilità dell’uomo da lui creato?
Alfred: John la risposta è semplice: quando si parla di “Dio” si parla di qualcosa di assoluto in ogni sua particolarità, giusto? E, se non sbaglio, nella Bibbia è scritto che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza… Ecco: io penso che sia proprio qui la risposta: tutto sta nella parola “somiglianza”. Dio in un primo momento creò degli esseri basandosi sulla sua immagine, o essenza, ma poi, rendendosi conto delle loro potenzialità, conferì loro cinque sensi differenti. In effetti, così su due piedi, mi viene da pensare che Dio avrebbe anche potuto dotare l’uomo di un solo organo di senso in grado di fargli percepire tutto il mondo assieme, nello stesso momento.
John: Mi dispiace Alfred, ma non ti seguo. Eppure stavolta ero attento…
Alfred: Uhm… cercherò di essere più chiaro: se Dio avesse voluto permettere agli uomini di percepire tutto ciò che li circonda in modo unitario, senza distinguere cioè tra ciò che si vede, ciò che si tocca, ciò che si gusta… avrebbe potuto benissimo, al momento della creazione, dotarli di un solo organo recettore in grado di recepire tutto assieme, no?
John: E fino qui ci sono. Ma perché dicevi prima che Dio avrebbe voluto “distrarre” l’uomo?
Alfred: D’accordo: fin qui ci siamo arrivati. Ora, prima di rispondere alla tua domanda, bisogna ragionare in questa direzione: da che cosa Dio vuole distrarre l’uomo? Possedendo la risposta a questa domanda sarà facile rispondere a quella che hai fatto tu. Allora, dicevamo, da che cosa Dio ha cercato di distrarre l’uomo? Io sono convinto che Dio abbia conferito all’uomo i cinque sensi per distrarlo dal suo potere intrinseco, causato dal fatto che l’uomo stesso è stato creato a immagine e somiglianza dell’essere supremo. L’uomo è in potenza Dio, ma in atto sarà sempre inferiore ad esso proprio perché dotato, a differenza sua, dei cinque sensi.
John: Il potere intrinseco all’uomo di cui parli… di che potere si tratta?
Alfred: Bè, è senz’altro qualcosa che Dio in persona teme. E cos’è che Dio potrebbe temere al tal punto, da doverne distrarre costantemente l’oggetto ultimo della sua creazione, ovvero l’uomo?
John: Che gli uomini lo dimentichino.
Alfred: Esatto John. Hai centrato in pieno il problema. Se gli uomini non avessero cinque sensi differenti ma un solo senso unitario riuscirebbero a percepire il mondo in modo univoco e arriverebbero a comprendere appieno la propria posizione, il proprio potere e le proprie infinite possibilità… e così facendo si eleverebbero giustamente ed inevitabilmente al livello occupato sino ad oggi solo da Dio in persona che, di rimando, finirebbe con l’essere spodestato e dimenticato.
John: Non so se ho capito appieno, ma temo di doverti dare ragione.
Alfred: Mica dai ragione a me: la dai al grande Charles! È grazie a lui se non dobbiamo preoccuparci di chi sia il nostro creatore: nessun creato, nessun creatore.