Giada, artista emergente

guggenheim03

SCENA 1.

Giada ferma la lingua e riprende a muovere la testa su e giù, a labbra strette. Ha messo anche il rossetto rosso, che darà il tocco di classe finale alla sua opera, lasciando un preciso alone purpureo alla base del cazzo, quando avrà terminato di fare quello che sta facendo: compito disgustoso, ma indispensabile per la riuscita del suo progetto. Si aiuta anche con le mani: accortezza fondamentale per attirare su di sé tutte le attenzioni dell’uomo che sta disteso sul suo letto.
Si crede predatore, l’idiota.
Si era sentito splendido e brillante per tutta la sera, senza fiutare minimamente che, ora dopo ora, non aveva fatto altro che eseguire esattamente quello che lei gli chiedeva: l’ora dell’appuntamento, il vestito da indossare, i colori da abbinare, il ristorante… e ora, che crede di avere fatto breccia nella tana di lei, di esserle finalmente entrato dentro a tutti gli effetti, proprio ora si renderà conto di quanto poco in là avesse visto il suo occhio da cucciolo di predatore.
Fin dall’inizio, la preda era sempre stato lui.
Giada apre gli occhi, e rallenta il suo movimento: vuole che lui la guardi, vuole stregarlo, fargli credere che fin dall’inizio della serata il suo unico desiderio sia stato quello di succhiarglielo fino in fondo, avidamente, fino alla fine. Dopo pochi secondi, e ne era certa, lui apre gli occhi e la guarda intensamente: la fissa, a labbra socchiuse, e le afferra i capelli dietro la testa, con violenta delicatezza.
Dopo poco lei sente la carne che ha in bocca che inizia a pulsare, e vede la sua vittima reclinare la testa indietro, strizzando gli occhi nella smorfia di massimo godimento che il corpo ci concede: ci siamo quasi. Dopo un attimo le mani di lui le premono vigorosamente la nuca, per spingerle in cazzo fino in fondo alla gola, più dentro possibile, e lei aggrada con piacere quella volontà, consapevole di cosa significhi… e infatti poco dopo il prezioso seme inizia a sgorgare caldo e lei è attenta a non ingoiarlo o a farlo fuoriuscire dalla bocca: le serve tutto, per il suo ambizioso progetto.
Ancora qualche secondo e le mani di lui lasciano la presa. Giada si sporge fuori dal letto e da sotto tira fuori un vasetto di vetro, in cui depone tutta la crema bianca appena prodotta dalla sua vittima, chiudendolo poi a dovere col coperchio dorato. Una specie di marmellata, le viene da pensare. Ripone il vasetto sul comodino accanto alla lampada accesa, unica fonte di luce della stanza, e si mette a guardare il corpo della sua vittima. La sostanza con cui lo aveva drogato, al ristorante, aveva sortito il suo incredibile effetto ancora una volta: è come se al momento del coito il cervello della preda si congelasse per sempre in quella specie di impotente fremito convulsivo che caratterizza l’apice dell’amplesso, mai più capace di tornare alla realtà. A guardarlo così, ora, senza più nemmeno la facoltà di parlare, non sembra più nemmeno un uomo, non assomiglia per niente al mito tanto decantato del re dei predatori, il cacciatore per eccellenza. Non che “uomo” lo fosse mai stato tanto, in realtà. Un attimo dopo lo sguardo di lei si sposta con precisione geometrica sul cazzo, ormai privo di forze: lo tira su, con mano ferma, e lo prende nuovamente in bocca, curandosi di tenerlo tutto dentro, escluse le palle. Poi, con forza, stringe i denti e lo strappa via, come fosse un frutto maturo, prossimo a cadere dall’albero. A quel punto tira fuori da sotto il letto un piatto, un grande piatto bianco e pesante, e ci lascia cadere sopra il moncherino, con qualche inevitabile schizzo di sangue che contribuisce a puntinare qua e là di rosso il resto del piatto, altrimenti pulito.

SCENA 2.

Si sente una voce femminile, una di quelle tipiche voci che hanno le guide ai musei: alta e squillante, monocorde, didascalica.
“Seguitemi da questa parte, ora. Ci aspetta l’opera di Tigre di Giada, con tanto di attore in carne ed ossa, prestatosi gentilmente ad interpretare il protagonista della scena per tutta la durata dell’esposizione. La riuscita dell’opera, come potrete giudicare voi stessi, è dovuta in gran parte all’abilità dell’uomo nell’interpretare il suo ruolo.
Eccoci, ci siamo tutti? Bene, continuiamo.
In questa sala, come potete vedere, l’artista ha ricreato gli atti finale di un delitto, un delitto violento e passionale. In quella che vuole essere solo una normale camera da letto l’artista, fanese di nascita ma milanese d’adozione, ha inserito un uomo nudo e sporco di sangue, in preda ad una sorta di incoscienza delirante e privo del pene, strappato via e deposto su un piatto bianco sul comodino, accanto al letto. Come potete vedere, accanto al piatto c’è anche un vasetto di vetro con dentro del liquido bianco, che simboleggia lo sperma dell’uomo, della vittima, e sull’etichetta del vasetto potete leggere chiaramente “Incubo, alba”… purtroppo, o per fortuna, dipende da quanto vi piaccia fantasticare, questo è un particolare che l’artista non ha mai voluto spiegare in maniera univoca, limitandosi a dirci che intendeva racchiudere in due parole esemplari una certa sensazione, ovvero che dopo gli incubi, per quanto orribili, alla fine giunge sempre l’alba a svegliarci… e a tranquillizzarci, aggiungo io, che sono un’inguaribile ottimista! Oppure potrebbe essere l’anagramma di qualcosa, forse di un nome… ma questo non scrivetelo sui vostri blocchi di appunti, altrimenti mi farete perdere il posto, eh eh eh.
Prestate attenzione, ora, a quella sorta di alone rosso che l’artista ha disegnato intorno al pene della vittima, o meglio del carnefice, catapultato improvvisamente nel ruolo di vittima… un alone rosso, e rotondo, come a volerci dire che è proprio quel particolare la chiave interpretativa di tutta l’opera, come se proprio l’atto di strappare via il pene, ovvero la parte colpevole della carne, potesse ridare dignità alla figura dell’uomo. Qui Tigre di Giada ci sta urlando che l’unico vero uomo è l’uomo che non possiede ciò che lo rende tale, arrivando così a privare la parola “uomo” del suo contenuto più naturale, quello condiviso da tutti, anche dalle altre specie animali. Infine, l’ultimo particolare su cui voglio attirare la vostra attenzione prima di passare oltre, è la cura che l’artista ha impiegato nel ricostruire la stanza da letto, prestando attenzione al conferirle omogeneità nell’utilizzo dei colori. Osservate infatti come i tessuti e l’arredamento riprendono tutti gli stessi toni caldi: il mogano, il parquet, il color sabbia delle lenzuola, il rame del tappeto. Perfino i vestiti dell’uomo, gettati lì in terra, ai piedi del letto, col loro colore marrone scuro si intonano al resto dell’ambiente domestico. Come a voler simboleggiare che l’uguale chiama l’uguale, e mai il diverso. Qui l’artista ribalta l’interpretazione psicologica del fenomeno magnetico dell’attrazione degli opposti: Tigre di Giada ci vuole comunicare che il male attrae solo altro male, per quanto di forme diverse.
Bene, su Tigre di Giada, artista emergente dall’underground artistico italiano contemporaneo, c’è veramente poco altro da dire, se non qualche informazione di carattere più puramente personale, ma tornerò su questi aspetti solo se ci avanzerà del tempo alla fine della visita: ci sono ancora molte altre cose da vedere. Andiamo avanti, seguitemi”.

A queste parole il gruppo di visitatori inizia a spostarsi lentamente, seguendo la guida nella sala adiacente. Solo una persona rimane indietro: una ragazza sulla ventina, alta, bionda, e con grandi occhi color nocciola, elegante e raffinata. Rivolge l’attenzione al titolo dell’opera, “Invidia del pene”, e le labbra le si piegano in uno strano sorriso amaro, ma compiaciuto.

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