Un po’ di guerra ti ci vorrebbe

Giosueinbox

Ci sono poche frasi nel nostro modo di esprimerci quotidiano che tradiscono così tanta superficialità e deprecabile nostalgia da risultare fastidiose a tal punto:
1) Ti ci vorrebbe un po’ di guerra* (utilizzo generico);
2) Come fai a stare male? Hai tutto quello che si potrebbe desiderare (questa di solito viene rivolta a chi sta attraversando un periodo di depressione).
Entrambe le frasi sono mosse da una stessa intenzione di fondo: insinuare/affermare che la mancanza di problemi gravi, quelli legati alla sopravvivenza in senso stretto, abbia causato una fastidiosa e incomprensibile preoccupazione rivolta a questioni superficiali, secondarie, facendo così perdere il “vero” valore del disagio e della sofferenza.

Allora, sarò breve perché la cosa è davvero breve, una volta illustrata.

Il fatto che per “noi giovani” sia stata mediamente una vita migliore, più facile, di quella dei nostri nonni (hanno vissuto le grandi guerre, la fame, la morte) si rispecchia ovviamente anche sulle nostre necessità quotidiane: a differenza della maggior parte dei nostri nonni, infatti, ci impegniamo anche a farci una cultura, a studiare, ci impegniamo ad arricchire la nostra vita interiore tramite la lettura, la musica, il cinema, i viaggi… loro, in tempo di guerra, dovevano solo assicurarsi di riuscire ad avere qualcosa da masticare e una coperta abbastanza calda per l’inverno. Come avrebbero mai potuto preoccuparsi dell’importanza dell’eutanasia, la buona morte, quando il rischio era per tutti quello di una morte terribile?

È chiaro che si tratta di fare una scala delle priorità, ma come si può avere una mente talmente ingessata da non capire che per un bambino cresciuto nell’agio E’ un problema se tutti i suoi amichetti hanno il game-boy e lui è l’unico a non averlo?!? (domanda retorica e autobiografica: sono rimasto talmente traumatizzato che ancora oggi la suoneria del mio smartphone è la musichetta di Super Mario).

Mi sembra fin troppo ovvio che se noi giovani siamo arrivati a preoccuparci patologicamente dell’esito del nostro prossimo esame, questo implichi in linea di massima che non si registri contemporaneamente la nostra presenza in un conflitto armato. Cioè, mettendomi nei panni di uno dei tanti “nostalgici della guerra”, vedrei che i giovani d’oggi hanno la libertà di preoccuparsi di cose complesse, sfaccettate, rispetto a me che invece ho trascorso 10 anni della mia vita solo a cercare cibo diurno e riparo notturno. Io, come nonno, sarei immensamente felice che i miei nipoti abbiano mancato l’appuntamento con la guerra, la fame, la violenza e MAI mi sentirei per questo “meglio formato” di loro: significherebbe solo che il mondo in cui sono cresciuti i miei nipoti è per certi versi migliore di quello che ha cresciuto me.
Mai nella mia vita mi sentirete pronunciare “Eeeh, un po’ di guerra ti ci vorrebbe proprio”.

Che significa? Mi stai sul serio augurando di vivere sulla mia pelle le brutalità della guerra affinché io non debba/possa più preoccuparmi dell’andamento della mia vita universitaria e, perché no, del mio alito?

Che nonno di merda, un nonno che augura queste cose ad un nipote.

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*Nota (da aggiungere al mio testamento biologico): se mai qualcuno mi dovesse sentir pronunciare in maniera seria e convinta queste parole (o una loro riformulazione) è pregato di farmelo notare all’istante, e di ricordarmi che a 25 anni, quando ero intelligente, avevo scritto che se mai fossi arrivato a pronunciare il fatidico “Un po’ di guerra” mi sarei suicidato, felice così di rimuovere una mente stantia dalla società e quindi convinto di svecchiarla quanto più possibile, dato il mio modesto ruolo di libero cittadino.

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