Musica, danza e molto altro

penta

Sono uno scrittore. Non nel senso che riesco a campare con i diritti d’autore dei miei libri, magari. Sono uno scrittore nel senso che sono tanti anni ormai che scrivo per rivivere e analizzare qualsiasi cosa mi accada, sia in positivo che in negativo. Ormai, anzi, credo proprio di esserne diventato dipendente: finché non “scrivo su” la cosa che ho in testa, non sono tranquillo… è come se fossi consapevole che c’è qualcosa di incompleto, di inconcluso, di aperto, che aspetta di essere rivisto e riletto. Diciamo, per rimanere in tema, che è come se la mia vita fosse “la brutta” e poi la scrittura sulla mia vita fosse “la bella”. Vi sembrano chiacchiere? Tranquilli, anche a me.
Questo lungo e ahimè pesante prologo è dovuto al fatto che ultimamente ho avuto un’esperienza bellissima, direi quasi estrema, e avrei voluto “scriverci su” il prima possibile ma poi a causa di avvenimenti esterni a me ho dovuto lasciar trascorrere quasi venti giorni prima di potermi finalmente rileggere e, se necessario, correggere (ben inteso, mica è sempre necessario: di tanto in tanto succede di scrivere di botto qualche pagina che non abbia bisogno di alcuna correzione).
Oggi, finalmente, eccomi davanti alla mia tastiera e al mio monitor a perdere tempo con questa lunga introduzione, perché forse temo che quello che scriverò renderà molto meno bello quello che ho vissuto. Ma spero di no.
L’esperienza che voglio raccontare è quella nota ai più come “colpo di fulmine”, che non starò ad analizzare troppo: si tratta di una persona che nonostante non abbiamo mai visto prima, ci fa un’impressione talmente buona (come parla, come guarda, come ascolta, come si muove, eccetera) che la voglia di rivederla il prima possibile mette radici profonde nella nostra mente e diventa ospite quotidiano nella casa dei nostri pensieri.

È il 28 dicembre e mi trovo stranamente a Londra, in compagnia della mia sorellina adorata e di altri tizi, di cui solo uno mi è noto. Per la precisione lui si chiama G. ed è un mio compagno di università. Insieme a G. c’è la sorella e altri due individui, completamente insulsi (e infatti non li nominerò più, proprio a causa della loro inutilità nel mondo, almeno per quel poco che li ho conosciuti io).
Appena ci incontriamo (io e mia sorella con G. e sua sorella) si capisce che lei è “strana”, che cioè non vive nello stesso mondo in cui viviamo tutti noi: l’unica cosa che si nota sul suo volto disteso e pacifico è il burro-cacao violetto, sbafato ai lati della bocca. Da come cammina, da come si guarda intorno, da come respira, mi da la netta sensazione di provenire da un altro universo (che senz’altro condivide larghi aspetti del nostro, ma che possiede macroscopiche caratteristiche a noi ignote). E tutto questo prima ancora di averci parlato: a dire il vero ha pronunciato una sola parola da quando è arrivata, cioè il suo nome: M.
Il programma per la serata è di andare in un locale di WhiteChapel, precisamente il Rhytm Factory, e trascorrere lì la notte ballando musica elettronica. Non sono un patito dell’elettronica, ma quando becchi il Dj cazzuto, hai davanti a te una bellissima serata (almeno dal punto di vista musicale)… c’è poco altro da dire.
Terminate le presentazioni ci dirigiamo verso il locale e, se non fosse per un piccolo imprevisto (M. aveva dimenticato la bottiglietta d’acqua appena comprata al bancomat dal quale aveva prelevato poco prima e abbiamo dovuto aspettare che andasse a recuperarla) raggiungiamo il posto con largo anticipo sugli altri abitanti della capitale inglese: tanto è vero che non facciamo alcuna fila per entrare, né poi per depositare le nostre giacche al guardaroba (1 pound per ogni capo depositato, mortacci loro). All’ingresso veniamo perquisiti da un buttafuori nero e sorridente, di piccola statura, ma dal fisico che “massiccio” è dire poco e una volta dentro ci accorgiamo di essere praticamente soli nel locale: ci sono altre 2-3 persone al bancone, ma che tristezza…
Chiaramente siamo degli idioti (o forse lo sono solo io, che non l’avevo capito subito): quella non era la sala per ballare, che si trovava dopo un corridoio dal quale si accedeva anche ai bagni, sulla sinistra.
Passiamo davanti ai bagni e apriamo la pesante porta che ci divide dalla sala dove c’è musica per capire che è davvero presto: nonostante la sala sia molto piccola, dentro saremo meno di venti, persona più persona meno. Questo, senza dubbio, è un altro motivo per cui i miei occhi e la mia mente (i miei orecchi non posso dirlo, dato il volume della musica) abbiano dedicato larga parte della loro attenzione a M.: piccola e dai capelli tinti di un bel rosso-violaceo, diciamo a caschetto.
Non avendo altro di meglio da fare che ballare mi do alla danza, cercando di farmi possedere dagli alti e bassi cadenzati della musica che esce forte dalle casse, ai lati del palco. Il Dj non sembra un fenomeno, ma comunque la musica non mi dispiace… meglio così. Anche grazie a mia sorella, la cui sola presenza rende sempre tutto più facile e bello, riesco a breve a immergermi nel ritmo e, per un attimo, forse una mezz’ora buona, perdo di vista M. preso dalla voglia di ballare e di “spendere” una bella serata in questo locale inglese, fortunatamente in Inghilterra.

Ero ormai un tutt’uno con la musica quando i miei occhi vengono nuovamente attratti dall’unica altra ragazza della sala, oltre a mia sorella, meritevole di attenzioni: M. sta ballando piano, sola, vicino al palco… in realtà, più che ballare, sembra proprio che stia svolazzando delicatamente, librandosi a pochi centimetri dal suolo. È una specie di visione, mentre si muove con le mani lungo i fianchi e le calze bianche maculate di nero. Prima non avevo fatto caso a com’era vestita, ma ora non potevo davvero farne a meno: indossava una canottierina scura e aderente, che lasciava in bella mostra la sua pelle liscia e chiara, piacevolmente pallida e attraente. Mi avvicino ballando e inizio a parlarci, senza avere la minima idea di dove finirà la mia frase e perché lo farà, ma poco importa: muovo il mio sguardo su e giù tra i suoi occhi e la sua bocca, impreziosita da un bellissimo piercing al labbro inferiore, il piercing che adoro di più in una ragazza, e che non avevo ancora notato. Dopo due minuti passati a dire cose che non ricordo e ad ascoltare cose che ricordo ancora meno sento il suo sguardo farmi prigioniero: i suoi grandi occhi bronzei e affilati recidono tutti i miei dubbi e mi trovo avvinghiato al suo piccolo corpo, la mia bocca sulla sua bocca e la mia lingua nella sua. Certo non è impossibile, ma non è comunque così scontato trovarsi subito sulla stessa lunghezza d’onda nel modo di baciare: qualcuno è troppo timido, qualcuno troppo irruento, qualcuno semplicemente incapace… M. lo fa nel modo giusto, seguendo la musica (ma non in maniera maniacale) e seguendo i miei movimenti (ma prendendo l’iniziativa quel tanto che basta per non darmi la sensazione che stia facendo tutto io). La parte più antica del mio cervello mi dice di continuare e di non lasciarla andare via mai più. Le afferro la parte alta delle gambe, snelle, e la tiro su, in braccio e lei mi comunica subito che la cosa le sta bene, stringendo a sua volta le gambe intorno al mio corpo e le sue braccia intorno al mio collo: sarò stato lo zimbello di tutta la sala che, per quanto piccola, ormai contava davvero tante persone… ma anche se mi sforzo di dare peso a questa presa di coscienza, lo rifarei in ogni momento, in ogni vita e in ogni universo. Ogni tanto mi volto e lancio uno sguardo a mia sorella, anch’essa ormai in piacevole compagnia, che ricambia con un occhiolino o con un sorriso che significa “Sono con te”. La adoro. Ma in questo momento il sedere di M. stretto nelle mie mani e la mia bocca che scorre sul suo collo e sulle sua labbra mi distraggono da quella che sarebbe potuta essere una serata di devasto totale e di cazzate epiche con mia sorella. Poco male, di quelle ne avrò in abbondanza, ogni volta che mi andrà, da qui alla nostra morte. Ora l’intero mio universo è collassato in un unico punto: la pallina del piercing di M. che intrattiene la mia lingua.
Ad un tratto mi dice “Se vi va, a te e a tua sorella, potreste venire a fare l’after da noi…” e l’effetto che questa frase ha avuto su di me è paragonabile a quello che potrebbe avere l’essere attraversati da un fulmine (sarà mica per questo che si chiama colpo di fulmine?): se abbastanza fortunati da poterlo raccontare, l’unica cosa che ci verrà in mente sarà qualcosa del tipo “Dove sono? Cosa sono?” E non proverò a nascondermi dietro al dito del “è impossibile descriverlo a parole”: continuerò a descrivere M. a parole, a costo di risultare goffo e inverosimile.
Ballo un’altra ora con la dolce M. tenuta in braccio, avvinghiata come un cucciolo di koala sta avvinghiato al pelo di mamma-koala: ogni tanto ci spostiamo e scambiamo qualche parola sia con suo fratello, G., sia con mia sorella, vera regina della sala, con la sua massa di capelli lunghi, ricci, e biondi e la sua luminosa bellezza. I due ragazzi più belli della pista le vorticano intorno, chiaramente, ed entrambi parlano italiano, chiaramente.
Sono in uno strano “mood”: straniero, in terra straniera, eppure mi sento bene, benissimo. Sento in maniera talmente distinta che l’universo intero mi vuole bene, che si prende cura di me, che mi viene voglia di gridargli che anche io gliene voglio, ma che purtroppo sono troppo piccolo per ricambiare tutto il suo amore. Eppure anche questa impotenza non mi fa sentire male, anzi: mi sembra come se l’universo stesso mi rivolgesse un amichevole e confortante sorriso. Il sorriso di chi sa tutto, da sempre.
Le tre parole “After da noi” continuano a rimbombarmi in testa come l’enorme campana che scandiva la giornata nelle città antiche: allo stesso modo gli occhi di M. sbattono sui miei e scandiscono la mia serata e spero (e forse temo) che continuerò a sentirli a lungo, anche quando sarò invecchiato, e morto. E forse anche dopo.

La serata finisce e ci cacciano dal locale: “Mia sorella è con noi?” “Sì, sì” “Ok, andiamo”. Un taxi preso al volo e siamo a casa di M., non ricordo nemmeno dove. Sono le 5.00, più o meno, e noi quattro (io, mia sorella, G. ed M.) siamo ancora molto attivi, a differenza dei due soggetti insulsi di cui ho accennato poco sopra, che appena entrati a casa decidono di mettersi a riposare. Meglio così, chiaramente. Decidiamo di continuare a spassarcela e ci facciamo qualche joint in amicizia: uno lo faccio io, uno lo fai te, senza fretta e senza stanchezza, ma solo con la voglia di stare bene a chiacchierare, in attesa della piacevole notte (o meglio, mattina) che ci aspetta.
Salto a piè pari le due ore trascorse in compagnia di G. e di mia sorella non perché non siano state piacevoli, ma perché mi distolgono dal racconto principale, quello che mi interessa in questo frangente: M. e solo M., e i suoi tratti delicati e completamente disarmanti. Sono nudo ogni volta che mi rivolge lo sguardo o la parola (anche le parole che sceglie per parlare sono come musica, per me): e sono felice di esserlo, appagato dal delicato aprirsi e chiudersi delle sue labbra, che mi guardano, e del sussurrante aprirsi e chiudersi dei suoi occhi, che mi baciano. Sono talmente confuso che tutti i problemi che normalmente mi assillano sembrano talmente distanti da non dovermene preoccupare più. Mai più. Mi sento come abbandonato su un’isola paradisiaca, con tutto quello che si potrebbe desiderare e la promessa contemporanea di tutti i capi di stato che da quel momento in poi al mondo si farà solo la pace, e non più la guerra. Non dobbiamo più lottare, arrabbiarci, indignarci, perché non c’è più niente per cui valga la pena farlo: abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti, è finita. L’umanità ce l’ha fatta e finalmente la storia conoscerà la sua prima pagina priva di guerre. Quando in futuro studieranno la storia il 28 dicembre 2012 sarà una di quelle date al pari dell’anno 0, dell’anno 1455, del 1789, del 1969… il 2012 verrebbe ricordato come “Il Grande Giorno”: mentre l’inizio della storia (con la “s” minuscola) si fa coincidere con una comparsa, la comparsa della scrittura, l’inizio della Storia (con la “S” maiuscola) si farà coincidere con una scomparsa, la scomparsa della guerra.

Torno alla realtà, nella stanza di M., e scopro che mia sorella e suo fratello sono usciti, lasciandoci finalmente soli (e non è un “finalmente” di liberazione, piuttosto è un “finalmente” come quello che esclamavamo da bambini la mattina di natale, alla vista dei doni sotto l’albero: se ci avessero dato i regali di Natale il 23 dicembre non sarebbe stato un Natale altrettanto piacevole, credo). La spoglio, mi spoglio, lei spoglia me e finalmente siamo nudi: emaniamo calore e radiazioni come nemmeno un corpo nero potrebbe fare. Come le stelle, brilliamo di luce nostra. Facciamo l’amore (ma poi, si può fare l’amore con uno sconosciuto? Sì, dopo quella notte, io credo di sì) per ore, senza staccare i propri occhi dagli occhi dell’altro, se non per il tempo strettamente indispensabile a portare le labbra, e quindi lo sguardo, su un’altra parte del corpo che non è il proprio, per poterne calmare (o forse accentuare) i fremiti. Non eravamo mai sazi, ne volevamo ancora, sempre di più, sempre più in profondità, sempre più vicini tra di noi e sempre più lontani da tutto il resto: talmente lontani da avere le vertigini, se ne avessimo preso coscienza. Il suo corpo è troppo bello per essere vero, troppo morbido e insieme troppo sinuoso per essere reale: mi allontano un attimo per guardarla, per assicurarmi che ci sia davvero, e per non dover temere di risvegliarmi di botto dal sogno più bello della mia vita. M. è lì, il suo corpo premuto contro il mio, e l’unica cosa che può paragonarsi al mio desiderio è il suo, non ho dubbi. Stranamente non mi sento come se volessi avere più mani, o più bocche, per poter godere di più di lei e del suo corpo: mi bastano le mie mani e la mia bocca per cogliere tutto il nettare che lei emana con ogni suo gesto. Un po’ come la scia di polvere fatata che Trilli, la fatina di Peter Pan, lascia dietro di sé quando si muove, che testimonia che è viva.

Poi ad un tratto, non ricordo né come né quando, ci siamo fermati a riprendere fiato, a guardarci l’un l’altro e a sorridere della propria (e dell’altrui) bellezza senza confini. Quando mettiamo la testa sul cuscino, abbracciati, il sole è già alto da ore a risvegliare Londra e il modo tutto suo di vivere la vita e la felicità.

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