Alfred e John – Il paese dei balocchi

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

IL PAESE DEI BALOCCHI

Due amici passeggiano in un parco cittadino, subito dopo l’ora di pranzo. Il sole è nascosto da qualche nuvola e tira un leggero vento.

John: Oggi ennesima discussione con quel rincoglionito di mio padre. È un caso senza speranza.
Alfred: Nulla di nuovo, insomma. La vecchiaia è vecchiaia: il tempo è stato in grado di fossilizzare i dinosauri, figuriamoci se non riesce a fossilizzare un semplice cervello umano.
John: Immagina che si stava parlando di immigrazione: secondo mio padre è la piaga peggiore di questo paese, seconda solo alla quantità di laureati che l’Italia sforna ogni anno.
Alfred: Capisco, storia vecchia. Quasi come tuo padre!
John: No. Per come ragiona, mio padre è moooolto più vecchio. Che odio, mi fa proprio incazzare.
Alfred: Com’è andata la discussione?
John: Niente, mi dice che gli immigrati vengono qua a fare solo una cosa: o ci rubano il lavoro, o ci rubano in casa. Praticamente per mio padre uno che non viene in Italia come turista viene solo per rubare, in senso ampio del termine.
Alfred: Interessante questa visione univoca, potrei tenerci una lezione.
John: E aspetta di sentire il resto.
Alfred: Non chiedo di meglio, una volta tanto non siamo noi due a discutere.
John: Già. Comunque, a quel punto gli chiedo se lui in prima persona si fosse mai trovato a subire violenze, furti, scherzi di cattivo gusto, dispetti, smorfie, pernacchie da un extracomunitario. Ovviamente la risposta è stata “No”, come puoi immaginare.
Alfred: É risaputo che in Italia la maggior parte delle violenze e dei furti è ad opera di Italiani con tanto di pedegree: sembra quasi banale dirlo, ma la mafia è tutta nostrana. Anche se tutti gli immigrati diventassero malviventi convinti sarebbero una goccia in mezzo al mare.
John: Bravo. Allora gli dico che il famoso lavoro che ci rubano è un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare, a torto o a ragione. Si tratta della bassa manovalanza agricola e da catena di montaggio.. Tu, Alfred, augureresti a tuo figlio di fare il contadino per tutta la vita? O il pescatore? O l’operaio da catena di montaggio?
Alfred: Che belle le domande retoriche: ti risparmiano la fatica di pensare ad una risposta.
John: Sai che ha fatto quel rincoglionito di mio padre a quel punto?
Alfred: Ha completamente cambiato bersaglio polemico prendendosela con quelli della nostra generazione. Ci scommetterei.
John: E vinceresti, ovviamente. La nostra, e ancora di più quella dei nostri figli che studiano, sarebbe una generazione di coglioni che pensa solo alle chiacchiere. Nessuno vuole più lavorare con le mani, nessuno vuole più lavorare sotto il sole… in pratica per lui nessuno vuole più lavorare in Italia. Così gli faccio presente per l’ennesima volta che è del tutto comprensibile che se uno studia da quando ha cinque anni fino a quando ne ha venticinque poi non si trova a suo agio con l’idea di dover fare un lavoro che non richiede assolutamente tutto quello studio e sacrificio. L’idea di aver perso dieci anni di vita, dato che già dall’età di quindici anni si può cominciare a lavorare e mettere così da parte un bel gruzzolo, non andrebbe giù a nessuno.
Alfred: Che ti ha risposto?
John: Che in Italia vogliono fare tutti chiacchiere e basta, che anche gli studenti non sono di alcuna utilità alla nostra cultura perché la maggior parte di loro prende una laurea per un lavoro che ormai non c’è più. Lui le chiuderebbe tutte le università che non producono tecnici… produrre PIL, conta solo quello. Allora gli dico che in Italia si sfornano migliaia di ingegneri l’anno e che quelli veramente bravi, che poi con la propria laurea faranno qualcosa di utile, sono pochi, davvero pochi. Esattamente come quelli laureati in ogni qualsiasi altra facoltà: per ogni nuovo Dante, Da Vinci, o Leopardi che sforniamo sforniamo anche tantissimi intellettuali inutili. Ma non possiamo saperlo a priori chi sarà il nuovo Galileo e chi invece sarà un incapace, per cui dobbiamo concedere a tutti la possibilità di studiare: la famosa istruzione pubblica.
Alfred: E su questo come ha ribattuto il vegliardo?
John: La fa semplice lui: mi ha detto che “se la metto così” allora investiamo sull’università e facciamo laureare tutti quelli che ci vogliono provare, ma poi è nostro dovere mandare a lavorare tutti coloro che si dimostrano incapaci.
Alfred: Bè, giusto. Tu dici di no?
John: Ovvio che sono d’accordo, ma ho cercato di fargli capire che è già così. Secondo te un laureato che lavora in un call-center, o in fast-food, non è già abbastanza declassato e mortificato, dopo dieci anni di studi che si poteva risparmiare?
Alfred: Hai perfettamente ragione.
John: Lo so. A questo punto mi viene in mente l’idea geniale.
Alfred: Dimmi.
John: Chiedo a mio padre, così profondamente contrario ad accogliere gli immigrati, perché ci tenesse tanto a salvare il suo paese, l’Italia. Cos’è che vuole difendere dall’invasione degli immigrati? L’Italia accademica che ha prodotto Dante, Da Vinci e Leopardi, oppure l’Italia dei pecorari-fai-da-te, dei pescatori-figli-di-pescatori e dei palazzinari-arricchiti?
Alfred: Cosa ha risposto?
John: Nulla. Per dieci secondi buoni la sua mente incancrenita si è fermata a riflettere su come aveva fatto a tradirsi da solo. Non poter essere contemporaneamente contro l’istruzione e contro l’immigrazione lo ha destabilizzato. Poi, dopo quei dieci secondi di piacevole sorpresa, sai come mi ha risposto?
Alfred: Temo di conoscere la risposta, ma sentiamo.
John: Che noi “cosiddetti intellettuali” non capiamo un cazzo. E che dovremmo pensare di meno e lavorare di più. Poi se n’è uscito con la scontatissima quanto fastidiosa frase “Un po’ di guerra, ecco cosa ci voleva a quelli come voi”.
Alfred: E che ti aspettavi?
John: Niente, infatti. È solo che è mio padre e sentirlo dire certe cose mi fa una rabbia…
Alfred: E così avresti brillantemente dimostrato che non si può sostenere allo stesso tempo che in questo paese si da troppa importanza alla cultura e che gli immigrati rovinano il nostro paese.
John: Se lo dici tu, mi fido.
Alfred: Come possiamo arricchirla, questa idea. Dunque, vediamo…
John: Arricchirla?
Alfred: Già. Il tuo è davvero un bel dilemma per il nostro interlocutore contrario sia all’immigrazione che alla cultura. Da una parte, essendo contrari all’immigrazione, bisogna per forza dover sovvenzionare la cultura: altrimenti non ci sarebbe niente da difendere contro questi nuovi “Unni”. Dall’altra parte, se si è contrari alla cultura, non si capisce affatto che cosa si cerchi di difendere essendo contrari all’immigrazione. Fantastico!
John: Ok, a chiacchiere funziona. Vediamo se è logicamente sostenibile: dunque, gli asserti che ogni uomo condividerebbe sono, innanzi tutto, che per voler difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere. É stupido difendere il niente. Aspetta, prendo un pezzo di carta e una penna…

I due amici si siedono su una panchina vuota, davanti al laghetto, e John tira fuori un vecchio scontrino e una penna.

John: D’accordo, vediamo: Uno, ‘Per difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere’. Due, ‘La grandezza di una Nazione si basa sul suo patrimonio culturale’. Questi sono i nostri due unici postulati, giusto? Quindi date queste premesse la naturale conseguenza è che, SE voglio difendere la mia Nazione dall’immigrazione ALLORA sono costretto a essere solidale con le spese per l’istruzione.
Alfred: Sì. É una forma del tipo “se A allora B”
John: Esatto, ma per funzionare bene deve valere anche il contrario, cioè “se non-B allora non-A”. E quindi SE NON sono d’accordo con le sovvenzioni pubbliche all’istruzione, ALLORA NON voglio difendere la mia nazione dall’immigrazione.
Alfred: Non so perché mi si riempe il cuore quando un’argomentazione è logicamente valida. È più facile da ricordare e non devi far leva sulla tua capacità di persuasione per convincere il tuo interlocutore: deve solo ascoltare e capire dove sta la ragione.
John: Tranne se è un vecchio rincoglionito. Cristo ogni volta che penso di poter diventare come mio padre, un vecchio sordo alle novità e al cambiamento, mi rabbuio per ore. Credi che anche noi due diventeremo due vecchi dal cervello atrofizzato?
Alfred: Io non lo credo, ma lo temo. Cosa avremmo noi più di tuo padre, o del mio, per essere risparmiati da tale destino? Anche Albert dopo aver gettato le basi di una nuova e rivoluzionaria scienza ha cercato inutilmente di scalfirla per tutta la sua vecchiaia, mentre fuori dal suo solitario studio lo aspettava un’intera folla di scienziati che lo acclamava come araldo delle loro scoperte, compiute per merito di quello che lui aveva teorizzato. Sorte amara, ma ne siamo tutti soggetti purtroppo.
John: Sai meglio di me che fare il Suo nome in una disputa verbale è quasi sempre garanzia di ottenere la ragione, ma non credi che il suo potrebbe essere stato un caso particolarmente sfortunato? Dopotutto noi, a differenza dei nostri genitori, siamo stati educati a mantenere aperta la nostra mente a nuove conoscenze.
Alfred: Tutti gli studiosi sono educati a questo, o almeno dovrebbero esserlo. Rimane il fatto che imbattersi in un vecchio dalla mente aperta è più difficile che trovare un ago d’argento in un pagliaio di aghi normali.
John: Oddio è terribile. Il solo pensiero di diventare sordo a tutti quelli che la pensano diversamente da come la penso io mi sconforta. Soluzioni fattibili?
Alfred: Una mi viene in mente, ma potrebbe piacerti ancora meno della vecchiaia.
John: Spara.
Alfred: L’eutanasia!

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