Musica, danza e molto altro

penta

Sono uno scrittore. Non nel senso che riesco a campare con i diritti d’autore dei miei libri, magari. Sono uno scrittore nel senso che sono tanti anni ormai che scrivo per rivivere e analizzare qualsiasi cosa mi accada, sia in positivo che in negativo. Ormai, anzi, credo proprio di esserne diventato dipendente: finché non “scrivo su” la cosa che ho in testa, non sono tranquillo… è come se fossi consapevole che c’è qualcosa di incompleto, di inconcluso, di aperto, che aspetta di essere rivisto e riletto. Diciamo, per rimanere in tema, che è come se la mia vita fosse “la brutta” e poi la scrittura sulla mia vita fosse “la bella”. Vi sembrano chiacchiere? Tranquilli, anche a me.
Questo lungo e ahimè pesante prologo è dovuto al fatto che ultimamente ho avuto un’esperienza bellissima, direi quasi estrema, e avrei voluto “scriverci su” il prima possibile ma poi a causa di avvenimenti esterni a me ho dovuto lasciar trascorrere quasi venti giorni prima di potermi finalmente rileggere e, se necessario, correggere (ben inteso, mica è sempre necessario: di tanto in tanto succede di scrivere di botto qualche pagina che non abbia bisogno di alcuna correzione).
Oggi, finalmente, eccomi davanti alla mia tastiera e al mio monitor a perdere tempo con questa lunga introduzione, perché forse temo che quello che scriverò renderà molto meno bello quello che ho vissuto. Ma spero di no.
L’esperienza che voglio raccontare è quella nota ai più come “colpo di fulmine”, che non starò ad analizzare troppo: si tratta di una persona che nonostante non abbiamo mai visto prima, ci fa un’impressione talmente buona (come parla, come guarda, come ascolta, come si muove, eccetera) che la voglia di rivederla il prima possibile mette radici profonde nella nostra mente e diventa ospite quotidiano nella casa dei nostri pensieri.

È il 28 dicembre e mi trovo stranamente a Londra, in compagnia della mia sorellina adorata e di altri tizi, di cui solo uno mi è noto. Per la precisione lui si chiama G. ed è un mio compagno di università. Insieme a G. c’è la sorella e altri due individui, completamente insulsi (e infatti non li nominerò più, proprio a causa della loro inutilità nel mondo, almeno per quel poco che li ho conosciuti io).
Appena ci incontriamo (io e mia sorella con G. e sua sorella) si capisce che lei è “strana”, che cioè non vive nello stesso mondo in cui viviamo tutti noi: l’unica cosa che si nota sul suo volto disteso e pacifico è il burro-cacao violetto, sbafato ai lati della bocca. Da come cammina, da come si guarda intorno, da come respira, mi da la netta sensazione di provenire da un altro universo (che senz’altro condivide larghi aspetti del nostro, ma che possiede macroscopiche caratteristiche a noi ignote). E tutto questo prima ancora di averci parlato: a dire il vero ha pronunciato una sola parola da quando è arrivata, cioè il suo nome: M.
Il programma per la serata è di andare in un locale di WhiteChapel, precisamente il Rhytm Factory, e trascorrere lì la notte ballando musica elettronica. Non sono un patito dell’elettronica, ma quando becchi il Dj cazzuto, hai davanti a te una bellissima serata (almeno dal punto di vista musicale)… c’è poco altro da dire.
Terminate le presentazioni ci dirigiamo verso il locale e, se non fosse per un piccolo imprevisto (M. aveva dimenticato la bottiglietta d’acqua appena comprata al bancomat dal quale aveva prelevato poco prima e abbiamo dovuto aspettare che andasse a recuperarla) raggiungiamo il posto con largo anticipo sugli altri abitanti della capitale inglese: tanto è vero che non facciamo alcuna fila per entrare, né poi per depositare le nostre giacche al guardaroba (1 pound per ogni capo depositato, mortacci loro). All’ingresso veniamo perquisiti da un buttafuori nero e sorridente, di piccola statura, ma dal fisico che “massiccio” è dire poco e una volta dentro ci accorgiamo di essere praticamente soli nel locale: ci sono altre 2-3 persone al bancone, ma che tristezza…
Chiaramente siamo degli idioti (o forse lo sono solo io, che non l’avevo capito subito): quella non era la sala per ballare, che si trovava dopo un corridoio dal quale si accedeva anche ai bagni, sulla sinistra.
Passiamo davanti ai bagni e apriamo la pesante porta che ci divide dalla sala dove c’è musica per capire che è davvero presto: nonostante la sala sia molto piccola, dentro saremo meno di venti, persona più persona meno. Questo, senza dubbio, è un altro motivo per cui i miei occhi e la mia mente (i miei orecchi non posso dirlo, dato il volume della musica) abbiano dedicato larga parte della loro attenzione a M.: piccola e dai capelli tinti di un bel rosso-violaceo, diciamo a caschetto.
Non avendo altro di meglio da fare che ballare mi do alla danza, cercando di farmi possedere dagli alti e bassi cadenzati della musica che esce forte dalle casse, ai lati del palco. Il Dj non sembra un fenomeno, ma comunque la musica non mi dispiace… meglio così. Anche grazie a mia sorella, la cui sola presenza rende sempre tutto più facile e bello, riesco a breve a immergermi nel ritmo e, per un attimo, forse una mezz’ora buona, perdo di vista M. preso dalla voglia di ballare e di “spendere” una bella serata in questo locale inglese, fortunatamente in Inghilterra.

Ero ormai un tutt’uno con la musica quando i miei occhi vengono nuovamente attratti dall’unica altra ragazza della sala, oltre a mia sorella, meritevole di attenzioni: M. sta ballando piano, sola, vicino al palco… in realtà, più che ballare, sembra proprio che stia svolazzando delicatamente, librandosi a pochi centimetri dal suolo. È una specie di visione, mentre si muove con le mani lungo i fianchi e le calze bianche maculate di nero. Prima non avevo fatto caso a com’era vestita, ma ora non potevo davvero farne a meno: indossava una canottierina scura e aderente, che lasciava in bella mostra la sua pelle liscia e chiara, piacevolmente pallida e attraente. Mi avvicino ballando e inizio a parlarci, senza avere la minima idea di dove finirà la mia frase e perché lo farà, ma poco importa: muovo il mio sguardo su e giù tra i suoi occhi e la sua bocca, impreziosita da un bellissimo piercing al labbro inferiore, il piercing che adoro di più in una ragazza, e che non avevo ancora notato. Dopo due minuti passati a dire cose che non ricordo e ad ascoltare cose che ricordo ancora meno sento il suo sguardo farmi prigioniero: i suoi grandi occhi bronzei e affilati recidono tutti i miei dubbi e mi trovo avvinghiato al suo piccolo corpo, la mia bocca sulla sua bocca e la mia lingua nella sua. Certo non è impossibile, ma non è comunque così scontato trovarsi subito sulla stessa lunghezza d’onda nel modo di baciare: qualcuno è troppo timido, qualcuno troppo irruento, qualcuno semplicemente incapace… M. lo fa nel modo giusto, seguendo la musica (ma non in maniera maniacale) e seguendo i miei movimenti (ma prendendo l’iniziativa quel tanto che basta per non darmi la sensazione che stia facendo tutto io). La parte più antica del mio cervello mi dice di continuare e di non lasciarla andare via mai più. Le afferro la parte alta delle gambe, snelle, e la tiro su, in braccio e lei mi comunica subito che la cosa le sta bene, stringendo a sua volta le gambe intorno al mio corpo e le sue braccia intorno al mio collo: sarò stato lo zimbello di tutta la sala che, per quanto piccola, ormai contava davvero tante persone… ma anche se mi sforzo di dare peso a questa presa di coscienza, lo rifarei in ogni momento, in ogni vita e in ogni universo. Ogni tanto mi volto e lancio uno sguardo a mia sorella, anch’essa ormai in piacevole compagnia, che ricambia con un occhiolino o con un sorriso che significa “Sono con te”. La adoro. Ma in questo momento il sedere di M. stretto nelle mie mani e la mia bocca che scorre sul suo collo e sulle sua labbra mi distraggono da quella che sarebbe potuta essere una serata di devasto totale e di cazzate epiche con mia sorella. Poco male, di quelle ne avrò in abbondanza, ogni volta che mi andrà, da qui alla nostra morte. Ora l’intero mio universo è collassato in un unico punto: la pallina del piercing di M. che intrattiene la mia lingua.
Ad un tratto mi dice “Se vi va, a te e a tua sorella, potreste venire a fare l’after da noi…” e l’effetto che questa frase ha avuto su di me è paragonabile a quello che potrebbe avere l’essere attraversati da un fulmine (sarà mica per questo che si chiama colpo di fulmine?): se abbastanza fortunati da poterlo raccontare, l’unica cosa che ci verrà in mente sarà qualcosa del tipo “Dove sono? Cosa sono?” E non proverò a nascondermi dietro al dito del “è impossibile descriverlo a parole”: continuerò a descrivere M. a parole, a costo di risultare goffo e inverosimile.
Ballo un’altra ora con la dolce M. tenuta in braccio, avvinghiata come un cucciolo di koala sta avvinghiato al pelo di mamma-koala: ogni tanto ci spostiamo e scambiamo qualche parola sia con suo fratello, G., sia con mia sorella, vera regina della sala, con la sua massa di capelli lunghi, ricci, e biondi e la sua luminosa bellezza. I due ragazzi più belli della pista le vorticano intorno, chiaramente, ed entrambi parlano italiano, chiaramente.
Sono in uno strano “mood”: straniero, in terra straniera, eppure mi sento bene, benissimo. Sento in maniera talmente distinta che l’universo intero mi vuole bene, che si prende cura di me, che mi viene voglia di gridargli che anche io gliene voglio, ma che purtroppo sono troppo piccolo per ricambiare tutto il suo amore. Eppure anche questa impotenza non mi fa sentire male, anzi: mi sembra come se l’universo stesso mi rivolgesse un amichevole e confortante sorriso. Il sorriso di chi sa tutto, da sempre.
Le tre parole “After da noi” continuano a rimbombarmi in testa come l’enorme campana che scandiva la giornata nelle città antiche: allo stesso modo gli occhi di M. sbattono sui miei e scandiscono la mia serata e spero (e forse temo) che continuerò a sentirli a lungo, anche quando sarò invecchiato, e morto. E forse anche dopo.

La serata finisce e ci cacciano dal locale: “Mia sorella è con noi?” “Sì, sì” “Ok, andiamo”. Un taxi preso al volo e siamo a casa di M., non ricordo nemmeno dove. Sono le 5.00, più o meno, e noi quattro (io, mia sorella, G. ed M.) siamo ancora molto attivi, a differenza dei due soggetti insulsi di cui ho accennato poco sopra, che appena entrati a casa decidono di mettersi a riposare. Meglio così, chiaramente. Decidiamo di continuare a spassarcela e ci facciamo qualche joint in amicizia: uno lo faccio io, uno lo fai te, senza fretta e senza stanchezza, ma solo con la voglia di stare bene a chiacchierare, in attesa della piacevole notte (o meglio, mattina) che ci aspetta.
Salto a piè pari le due ore trascorse in compagnia di G. e di mia sorella non perché non siano state piacevoli, ma perché mi distolgono dal racconto principale, quello che mi interessa in questo frangente: M. e solo M., e i suoi tratti delicati e completamente disarmanti. Sono nudo ogni volta che mi rivolge lo sguardo o la parola (anche le parole che sceglie per parlare sono come musica, per me): e sono felice di esserlo, appagato dal delicato aprirsi e chiudersi delle sue labbra, che mi guardano, e del sussurrante aprirsi e chiudersi dei suoi occhi, che mi baciano. Sono talmente confuso che tutti i problemi che normalmente mi assillano sembrano talmente distanti da non dovermene preoccupare più. Mai più. Mi sento come abbandonato su un’isola paradisiaca, con tutto quello che si potrebbe desiderare e la promessa contemporanea di tutti i capi di stato che da quel momento in poi al mondo si farà solo la pace, e non più la guerra. Non dobbiamo più lottare, arrabbiarci, indignarci, perché non c’è più niente per cui valga la pena farlo: abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti, è finita. L’umanità ce l’ha fatta e finalmente la storia conoscerà la sua prima pagina priva di guerre. Quando in futuro studieranno la storia il 28 dicembre 2012 sarà una di quelle date al pari dell’anno 0, dell’anno 1455, del 1789, del 1969… il 2012 verrebbe ricordato come “Il Grande Giorno”: mentre l’inizio della storia (con la “s” minuscola) si fa coincidere con una comparsa, la comparsa della scrittura, l’inizio della Storia (con la “S” maiuscola) si farà coincidere con una scomparsa, la scomparsa della guerra.

Torno alla realtà, nella stanza di M., e scopro che mia sorella e suo fratello sono usciti, lasciandoci finalmente soli (e non è un “finalmente” di liberazione, piuttosto è un “finalmente” come quello che esclamavamo da bambini la mattina di natale, alla vista dei doni sotto l’albero: se ci avessero dato i regali di Natale il 23 dicembre non sarebbe stato un Natale altrettanto piacevole, credo). La spoglio, mi spoglio, lei spoglia me e finalmente siamo nudi: emaniamo calore e radiazioni come nemmeno un corpo nero potrebbe fare. Come le stelle, brilliamo di luce nostra. Facciamo l’amore (ma poi, si può fare l’amore con uno sconosciuto? Sì, dopo quella notte, io credo di sì) per ore, senza staccare i propri occhi dagli occhi dell’altro, se non per il tempo strettamente indispensabile a portare le labbra, e quindi lo sguardo, su un’altra parte del corpo che non è il proprio, per poterne calmare (o forse accentuare) i fremiti. Non eravamo mai sazi, ne volevamo ancora, sempre di più, sempre più in profondità, sempre più vicini tra di noi e sempre più lontani da tutto il resto: talmente lontani da avere le vertigini, se ne avessimo preso coscienza. Il suo corpo è troppo bello per essere vero, troppo morbido e insieme troppo sinuoso per essere reale: mi allontano un attimo per guardarla, per assicurarmi che ci sia davvero, e per non dover temere di risvegliarmi di botto dal sogno più bello della mia vita. M. è lì, il suo corpo premuto contro il mio, e l’unica cosa che può paragonarsi al mio desiderio è il suo, non ho dubbi. Stranamente non mi sento come se volessi avere più mani, o più bocche, per poter godere di più di lei e del suo corpo: mi bastano le mie mani e la mia bocca per cogliere tutto il nettare che lei emana con ogni suo gesto. Un po’ come la scia di polvere fatata che Trilli, la fatina di Peter Pan, lascia dietro di sé quando si muove, che testimonia che è viva.

Poi ad un tratto, non ricordo né come né quando, ci siamo fermati a riprendere fiato, a guardarci l’un l’altro e a sorridere della propria (e dell’altrui) bellezza senza confini. Quando mettiamo la testa sul cuscino, abbracciati, il sole è già alto da ore a risvegliare Londra e il modo tutto suo di vivere la vita e la felicità.

Ode alla Passione

– I –
Il vulcano della passione
non muore mai del tutto
per quanto s’indurisca
la roccia che lo ottura
basta un’intesa fugace
a frantumarne la sutura

– II –
Ogni nuova passione che vede luce
come il pesce più grande del lago
caccia tutte le altre piccole creature
agita l’acqua e nuova vita produce

– III –
Per volere tuo sono nato e morto
Per volere tuo sono anche risorto
Da quando esisto tale è la mia sorte
Finisco rinasco e non trovo la morte
Stormi di fenici ho visto scomparire
Spazio e tempo in continuo divenire

– IV –
Nella Lilliput dei pensieri coscienti
la grande ragione è faro maggiore
che col rassicurante suo splendore
conforta la gente da tutti i tormenti

Ma basta una passione invitante
che non s’è mai affrontata prima
che nei panni di Gulliver il gigante
calpesta la ragione e muta la rima

– V –
non possiede arma nè scudo alcuno
soltanto il dorato vessillo della ragione
non può essere arrestato da nessuno
nient’altro teme eccetto lei, Passione

l’eroe avanza con le sue convinzioni
l’accompagnano tutti i raggi del sole
l’armatura composta di argomentazioni
l’orizzonte infinito teme le sue parole

i colpi avversari sono come tempesta
spada dardo martello ascia mazza
tanti fendenti da uccidere una foresta
ma niente scalfisce la sua corazza

giunge saldo davanti alla prova finale
la sola che davvero gli incute terrore
si tratta soltanto di Lei eterea e fatale
la guarda negli occhi, vinto, e muore

_____________________________________________________________________

david-hume

“La ragione è, e deve solo essere, schiava delle passioni, e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di obbedire e di servire ad esse”
(David Hume, Trattato sulla natura umana)

Alfred e John – Il paese dei balocchi

Prefazione

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

IL PAESE DEI BALOCCHI

Due amici passeggiano in un parco cittadino, subito dopo l’ora di pranzo. Il sole è nascosto da qualche nuvola e tira un leggero vento.

John: Oggi ennesima discussione con quel rincoglionito di mio padre. È un caso senza speranza.
Alfred: Nulla di nuovo, insomma. La vecchiaia è vecchiaia: il tempo è stato in grado di fossilizzare i dinosauri, figuriamoci se non riesce a fossilizzare un semplice cervello umano.
John: Immagina che si stava parlando di immigrazione: secondo mio padre è la piaga peggiore di questo paese, seconda solo alla quantità di laureati che l’Italia sforna ogni anno.
Alfred: Capisco, storia vecchia. Quasi come tuo padre!
John: No. Per come ragiona, mio padre è moooolto più vecchio. Che odio, mi fa proprio incazzare.
Alfred: Com’è andata la discussione?
John: Niente, mi dice che gli immigrati vengono qua a fare solo una cosa: o ci rubano il lavoro, o ci rubano in casa. Praticamente per mio padre uno che non viene in Italia come turista viene solo per rubare, in senso ampio del termine.
Alfred: Interessante questa visione univoca, potrei tenerci una lezione.
John: E aspetta di sentire il resto.
Alfred: Non chiedo di meglio, una volta tanto non siamo noi due a discutere.
John: Già. Comunque, a quel punto gli chiedo se lui in prima persona si fosse mai trovato a subire violenze, furti, scherzi di cattivo gusto, dispetti, smorfie, pernacchie da un extracomunitario. Ovviamente la risposta è stata “No”, come puoi immaginare.
Alfred: É risaputo che in Italia la maggior parte delle violenze e dei furti è ad opera di Italiani con tanto di pedegree: sembra quasi banale dirlo, ma la mafia è tutta nostrana. Anche se tutti gli immigrati diventassero malviventi convinti sarebbero una goccia in mezzo al mare.
John: Bravo. Allora gli dico che il famoso lavoro che ci rubano è un lavoro che in Italia nessuno vuole più fare, a torto o a ragione. Si tratta della bassa manovalanza agricola e da catena di montaggio.. Tu, Alfred, augureresti a tuo figlio di fare il contadino per tutta la vita? O il pescatore? O l’operaio da catena di montaggio?
Alfred: Che belle le domande retoriche: ti risparmiano la fatica di pensare ad una risposta.
John: Sai che ha fatto quel rincoglionito di mio padre a quel punto?
Alfred: Ha completamente cambiato bersaglio polemico prendendosela con quelli della nostra generazione. Ci scommetterei.
John: E vinceresti, ovviamente. La nostra, e ancora di più quella dei nostri figli che studiano, sarebbe una generazione di coglioni che pensa solo alle chiacchiere. Nessuno vuole più lavorare con le mani, nessuno vuole più lavorare sotto il sole… in pratica per lui nessuno vuole più lavorare in Italia. Così gli faccio presente per l’ennesima volta che è del tutto comprensibile che se uno studia da quando ha cinque anni fino a quando ne ha venticinque poi non si trova a suo agio con l’idea di dover fare un lavoro che non richiede assolutamente tutto quello studio e sacrificio. L’idea di aver perso dieci anni di vita, dato che già dall’età di quindici anni si può cominciare a lavorare e mettere così da parte un bel gruzzolo, non andrebbe giù a nessuno.
Alfred: Che ti ha risposto?
John: Che in Italia vogliono fare tutti chiacchiere e basta, che anche gli studenti non sono di alcuna utilità alla nostra cultura perché la maggior parte di loro prende una laurea per un lavoro che ormai non c’è più. Lui le chiuderebbe tutte le università che non producono tecnici… produrre PIL, conta solo quello. Allora gli dico che in Italia si sfornano migliaia di ingegneri l’anno e che quelli veramente bravi, che poi con la propria laurea faranno qualcosa di utile, sono pochi, davvero pochi. Esattamente come quelli laureati in ogni qualsiasi altra facoltà: per ogni nuovo Dante, Da Vinci, o Leopardi che sforniamo sforniamo anche tantissimi intellettuali inutili. Ma non possiamo saperlo a priori chi sarà il nuovo Galileo e chi invece sarà un incapace, per cui dobbiamo concedere a tutti la possibilità di studiare: la famosa istruzione pubblica.
Alfred: E su questo come ha ribattuto il vegliardo?
John: La fa semplice lui: mi ha detto che “se la metto così” allora investiamo sull’università e facciamo laureare tutti quelli che ci vogliono provare, ma poi è nostro dovere mandare a lavorare tutti coloro che si dimostrano incapaci.
Alfred: Bè, giusto. Tu dici di no?
John: Ovvio che sono d’accordo, ma ho cercato di fargli capire che è già così. Secondo te un laureato che lavora in un call-center, o in fast-food, non è già abbastanza declassato e mortificato, dopo dieci anni di studi che si poteva risparmiare?
Alfred: Hai perfettamente ragione.
John: Lo so. A questo punto mi viene in mente l’idea geniale.
Alfred: Dimmi.
John: Chiedo a mio padre, così profondamente contrario ad accogliere gli immigrati, perché ci tenesse tanto a salvare il suo paese, l’Italia. Cos’è che vuole difendere dall’invasione degli immigrati? L’Italia accademica che ha prodotto Dante, Da Vinci e Leopardi, oppure l’Italia dei pecorari-fai-da-te, dei pescatori-figli-di-pescatori e dei palazzinari-arricchiti?
Alfred: Cosa ha risposto?
John: Nulla. Per dieci secondi buoni la sua mente incancrenita si è fermata a riflettere su come aveva fatto a tradirsi da solo. Non poter essere contemporaneamente contro l’istruzione e contro l’immigrazione lo ha destabilizzato. Poi, dopo quei dieci secondi di piacevole sorpresa, sai come mi ha risposto?
Alfred: Temo di conoscere la risposta, ma sentiamo.
John: Che noi “cosiddetti intellettuali” non capiamo un cazzo. E che dovremmo pensare di meno e lavorare di più. Poi se n’è uscito con la scontatissima quanto fastidiosa frase “Un po’ di guerra, ecco cosa ci voleva a quelli come voi”.
Alfred: E che ti aspettavi?
John: Niente, infatti. È solo che è mio padre e sentirlo dire certe cose mi fa una rabbia…
Alfred: E così avresti brillantemente dimostrato che non si può sostenere allo stesso tempo che in questo paese si da troppa importanza alla cultura e che gli immigrati rovinano il nostro paese.
John: Se lo dici tu, mi fido.
Alfred: Come possiamo arricchirla, questa idea. Dunque, vediamo…
John: Arricchirla?
Alfred: Già. Il tuo è davvero un bel dilemma per il nostro interlocutore contrario sia all’immigrazione che alla cultura. Da una parte, essendo contrari all’immigrazione, bisogna per forza dover sovvenzionare la cultura: altrimenti non ci sarebbe niente da difendere contro questi nuovi “Unni”. Dall’altra parte, se si è contrari alla cultura, non si capisce affatto che cosa si cerchi di difendere essendo contrari all’immigrazione. Fantastico!
John: Ok, a chiacchiere funziona. Vediamo se è logicamente sostenibile: dunque, gli asserti che ogni uomo condividerebbe sono, innanzi tutto, che per voler difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere. É stupido difendere il niente. Aspetta, prendo un pezzo di carta e una penna…

I due amici si siedono su una panchina vuota, davanti al laghetto, e John tira fuori un vecchio scontrino e una penna.

John: D’accordo, vediamo: Uno, ‘Per difendere qualcosa ci deve essere qualcosa da difendere’. Due, ‘La grandezza di una Nazione si basa sul suo patrimonio culturale’. Questi sono i nostri due unici postulati, giusto? Quindi date queste premesse la naturale conseguenza è che, SE voglio difendere la mia Nazione dall’immigrazione ALLORA sono costretto a essere solidale con le spese per l’istruzione.
Alfred: Sì. É una forma del tipo “se A allora B”
John: Esatto, ma per funzionare bene deve valere anche il contrario, cioè “se non-B allora non-A”. E quindi SE NON sono d’accordo con le sovvenzioni pubbliche all’istruzione, ALLORA NON voglio difendere la mia nazione dall’immigrazione.
Alfred: Non so perché mi si riempe il cuore quando un’argomentazione è logicamente valida. È più facile da ricordare e non devi far leva sulla tua capacità di persuasione per convincere il tuo interlocutore: deve solo ascoltare e capire dove sta la ragione.
John: Tranne se è un vecchio rincoglionito. Cristo ogni volta che penso di poter diventare come mio padre, un vecchio sordo alle novità e al cambiamento, mi rabbuio per ore. Credi che anche noi due diventeremo due vecchi dal cervello atrofizzato?
Alfred: Io non lo credo, ma lo temo. Cosa avremmo noi più di tuo padre, o del mio, per essere risparmiati da tale destino? Anche Albert dopo aver gettato le basi di una nuova e rivoluzionaria scienza ha cercato inutilmente di scalfirla per tutta la sua vecchiaia, mentre fuori dal suo solitario studio lo aspettava un’intera folla di scienziati che lo acclamava come araldo delle loro scoperte, compiute per merito di quello che lui aveva teorizzato. Sorte amara, ma ne siamo tutti soggetti purtroppo.
John: Sai meglio di me che fare il Suo nome in una disputa verbale è quasi sempre garanzia di ottenere la ragione, ma non credi che il suo potrebbe essere stato un caso particolarmente sfortunato? Dopotutto noi, a differenza dei nostri genitori, siamo stati educati a mantenere aperta la nostra mente a nuove conoscenze.
Alfred: Tutti gli studiosi sono educati a questo, o almeno dovrebbero esserlo. Rimane il fatto che imbattersi in un vecchio dalla mente aperta è più difficile che trovare un ago d’argento in un pagliaio di aghi normali.
John: Oddio è terribile. Il solo pensiero di diventare sordo a tutti quelli che la pensano diversamente da come la penso io mi sconforta. Soluzioni fattibili?
Alfred: Una mi viene in mente, ma potrebbe piacerti ancora meno della vecchiaia.
John: Spara.
Alfred: L’eutanasia!

La Giusta Rotta #2

veliero

Verde Acqua,
Colore dell’Infinito

Le mani sul timone
spaccate dal sole
bruciate dal sale
ascolto attento
gli ordini del vento
vero comandante
e sussurro consigli
alle vele gonfie
pregando che lo restino
ché per il marinaio
come per il poeta
la bonaccia delle passioni
è peggior della tempesta.

La Giusta Rotta #1

sailing

Le Dame Bianche

Le uniche donne
che il marinaio ama
le uniche donne
di cui si cura

Duro diventa il cuore
obbligato a guardare
amoreggiano col vento
ci gioca e le disprezza

Le prende le lascia
le riempe le sgonfia
le accarezza
le maltratta

Così si stringono
lega dopo lega
nodo dopo nodo
le cime dell’odio

Al cuore del timoniere
ancorato sul fondo
dell’abisso profondo
profondo come un “Mai”

Questa è per sempre
l’umiliazione del capitano
non più esperto marinaio
ma inesperto, solo uomo.