So di non sapere: maledetto Socrate!

Avevo 19 anni quando giunse il momento di iscrivermi all’Università e optai per la facoltà di Filosofia tanto era stato entusiasmante lo studio di questa materia al Liceo.

Tra le lezioni e la conoscenza dei nuovi amici il primo anno filò liscio come l’olio, ma una volta capito che potevo farcela, che era solo questione di tempo prima di riuscire ad indossare la corona d’alloro, iniziò l’insoddisfazione: cominciai a convincermi che quello che facevo fosse completamente inutile e che avrei potuto dedicare le mie energie a qualcosa di più importante, di più interessante, di più concreto.

Alla fine del secondo anno la decisione era ormai presa: conclusa la laurea triennale in filosofia non avrei proseguito i miei studi con la laurea specialistica, ma sarei passato alla facoltà di Fisica. Dati i miei studi di Filosofia della Scienza e di Epistemologia sembrava la giusta rotta da seguire nel mare della conoscenza. Quella sì che sarebbe stata la mia strada: non lo studio della filosofia, per quanto interessante, ma lo studio dell’Universo, con l’unica materia che al giorno d’oggi può meritatamente fregiarsi del titolo di disciplina che studia l’Ontologia, che studia cioè “di cosa è fatto” l’universo e qual è il suo funzionamento.

Felice di questa nuova prospettiva completai con rinnovato vigore il rimanente percorso filosofico che mi si presentava davanti e dopo due anni eccomi iscritto alla facoltà di Fisica, finalmente felice di aver trovato quello che davvero mi interessava studiare. Ora finalmente i miei sforzi avrebbero avuto un senso: non più la Storia del pensiero, ma il Presente del pensiero!

Purtroppo bastò molto poco a farmi cambiare idea: conclusi il primo anno con assoluta determinazione a completare anche questa laurea triennale “in tempo”, come si suol dire, senza cioè finire “fuori corso”, ma già il secondo anno fu mentalmente devastante: capii che tutta quella mole di dimostrazioni, che tutti quei modelli, che tutta la matematica del mondo non mi avrebbero insegnato niente su quello che davvero mi interessava sapere. Capii che a stimolarmi veramente non erano gli atomi ed il loro mescolarsi, non era l’impossibilità di determinare contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella, le onde elettromagnetiche e la teoria dei campi… io volevo studiare la Vita e il suo manifestarsi nell’Universo, la biologia e le sue dinamiche: in una parola, volevo studiare l’Evoluzione. Cosa deve succedere affinché delle proteine si aggreghino per formare la prima proto-cellula? Come si aggregano le cellule per dare il via alla dinamica nota come “sopravvivenza differenziale del più adatto”? Come interagiscono tra di loro le specie e le loro nicchie ecologiche? Chi seleziona chi?

Oggi penso che forse la facoltà di Biologia potrebbe DAVVERO essere la mia strada, ma da buon empirista, sulle tracce del mio adorato Hume (il primo amore non si scorda mai), mi rendo conto che due indizi fanno quasi una prova e ho il forte presentimento che se dovessi optare per questo nuovo cambio di rotta mi ritroverei in poco tempo naufrago nel mare del dubbio: forse non tanto lo studio della vita e della sua evoluzione in generale, ma solo di quella eticamente rilevante, quella che può essere giudicata “volente o nolente” di fronte ad una propria azione… allora forse la facoltà di Medicina, e poi quella di Neuroscienze potrebbero essere la definitiva strada da intraprendere per soddisfare la mia sete di sapere e vedere ripagati veramente tutti i miei sforzi.

Ma forse no.

Una volta capito come funzionano i vari meccanismi che ci rendono Umani, perché non provare ad implementarli su un hardware diverso dal nostro? La nostra specie è il risultato di milioni di anni di trial-and-error alla cieca, compiuti grazie all’accumularsi degli errori di copiatura del codice genetico, generazione dopo generazione: allora perché non dovrebbe essere possibile accelerare di molto questo processo avendo bene in mente la direzione da seguire? Quale migliore via da seguire se non quella dell’Intelligenza Artificiale?

E se poi mi ritrovassi anche lì con un pugno di mosche? Se per sbaglio raggiungessi la convinzione che per capire a fondo la vita bisogna conoscerne la storia, e che la storia possieda un ritmo intrinseco di procedere, che non può essere accelerato a piacimento, cosa farei? Dovrei cambiare ancora, dedicandomi allo studio della Storia dei popoli e delle culture, dell’Antropologia e delle Lingue…

Embè, che c’è di male? “Studia tutto” -direte voi- “Tanto ormai la vita media si è allungata talmente tanto che potresti studiare per altri 50 anni senza problemi, e affrontare tutte le sfaccettature della conoscenza che ritieni necessarie!”.

Purtroppo questo non è possibile: più passa il tempo e più il nostro cervello smette di imparare. Perde elasticità e capacità di adattarsi a nuovi schemi concettuali e resta, come tutto, vittima del trascorrere inesorabile del tempo, fossilizzando sempre di più le convinzioni già acquisite.

A fronte di tanto nichilismo, che vi assicuro non è da me, quello che possiamo è soltanto “decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso”, come direbbe Gandalf.

E io, ora, mi farò una canna.

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4 thoughts on “So di non sapere: maledetto Socrate!

  1. Questo è uno dei tuoi pezzi migliori. Mi è piaciuto molto. Soprattutto la citazione di Gandalf che è un colpo di genio, alla fine. Aggiungerei però una cosa alla illustre citazione.

    “decidere cosa fare con il tempo E I SOLDI che ci vengono concessi”

    Sono fiero che sei finalmente arrivato a questa conclusione. E’ una sensazione comune a tanti ricercatori. Il trucco per fare tutto quello che ti interessa per affrontare il mare magnum della conoscenza è il seguente. Per prima cosa devi trovare almeno tre milioni di euro, pagare dieci studenti dottorato e post-doc, crearti un laboratorio ed assegnare ad ognuno un task più o meno legato ai tuoi interessi dalla biologia alla fisica.

    In questo modo puoi anche non curarti del fatto che il tuo cervello invecchi e non sia più elastico come prima.
    Ciò che c’è da imparare, lo impareranno i tuoi studenti che stai pagando profumatamente.
    Tu, invece, godrai di una delle parti più interessanti della ricerca. Tu potrai guidarla o limitarti a dispensare suggerimenti nati dall’esperienza culturale che hai. Cercherai altri soldi e sarei sempre stimolato dalle scoperte che i tuoi studenti, e tu con loro farai.
    In questo modo, sostituisci il tuo vecchio cervello con quello di giovani ed in questo modo la vita nella ricerca non finisce mai di essere prolifica.

    Bella!
    Nicola

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