Il GPS del Linguaggio: Grazie Perché Scusa

Il linguaggio, lo si sente dire un po’ da tutte le parti, è ciò che “davvero” ci distingue dagli altri animali, è il nostro carattere peculiare più di ogni altro: è questa possibilità di poter esprime praticamente qualsiasi concetto (anche insensato) che ci ha spalancato la porta del farci domande, di formulare ipotesi, che andassero al di là del semplice e primitivo “sentire”.
Ebbene l’altro giorno non avevo un cazzo da fare e mi sono messo a pensare su quali potrebbero essere le parole “più necessarie” che una lingua dovesse tenere nel proprio dizionario e nonostante l’idiozia della cosa credo di essere arrivato ad una conclusione abbastanza condivisibile, se presa con la dovuta leggerezza.
Se mi venisse richiesto di condensare tutto ciò che un essere umano può dire in tre sole parole sceglierei senz’altro le parole “Grazie”, “Perché” e “Scusa”, e non solo perché mi danno subito un immediato riferimento al noto sistema di orientamento, perfetta metafora della “sopravvivenza” in un certo senso… Scelgo queste tre perché sono davvero le parole più rappresentative di ciò che rende “umano” un essere umano (senza contare il fatto che rispecchiano tre momenti decisivi nell’evoluzione da bambino ad adulto).

“Grazie”
Praticamente è la prima parola che viene insegnata ai bambini nell’ambito delle dinamiche sociali. L’unica altra parola sociale che viene insegnata prima è “Ciao” ma questo non insegna niente, non aiuta a crescere, non sposta il discorso su nessun altro piano. Dire “Ciao” è sterile, oltre che poco significativo per il discorso che voglio fare, dato che non esprime nessun lato dell’essere umano se non quello di “salutare” che mi sembra tutto fuorché caratteristica della nostra sola specie.
“Grazie” al contrario ci insegna che non tutto ci è dovuto, che non possiamo avere tutto quello che vogliamo, nel momento preciso in cui lo vogliamo… ci insegna a relazionarci e a ricambiare qualcuno che abbia rivolto un bel gesto nei nostri confronti. Ci fa capire che spesso da soli non possiamo fare quello che abbiamo in mente, e che quindi dobbiamo affidarci all’aiuto di qualcuno, e che quel qualcuno va prontamente ringraziato per il favore che ci ha liberamente regalato. In poche parole, la parola “Grazie” ci insegna che fra gli essere umani esiste la capacità dell’altruismo, ma che essa è possibile solo per quella persona che si adatti a vivere in mezzo agli altri, che faccia sua una certa visione “sociale” dell’essere umano. Un essere umano, da solo, è solo un essere.

“Perché”
Anche questa, come la precedente, è una parola che si impara prestissimo (come dimenticare il famoso “Gioco del perché”? che continua ad assillare i genitori generazione dopo generazione) e il motivo è presto detto: un bambino fino ad una certa età vede solo che le cose succedono, ma presto inizierà a notare un certo collegamento tra di esse, comincerà cioè ad intuire quello che solo molto più avanti chiamerà “rapporto causa-effetto” e fin da subito (proprio grazie allo straziante giochetto) capisce che non c’è nessuno che possieda le risposte a tutto e, al contrario, se verrà in contatto con qualcuno che continua a lungo a rispondere ai suoi “Perché” inizierà a nutrire dei seri sospetti che quel qualcuno lo stia fregando in qualche modo, magari fuorviando la sua attenzione utilizzando lunghi giri di parole… Quello che vuole sentirsi dire il bambino è un sincero “Non lo so” da parte dell’adulto che ha davanti, perché riuscire a porre domande a cui nessuno sa rispondere ti mette sullo stesso piano di chiunque altro: della serie “Ci sono tante cose che voi adulti sapete e che noi bambini non sappiamo, eppure di fronte a questa domanda che io (che sono un bambino) vi ho posto nessuno di voi prende la parola, e in questo siete perfettamente uguali a me”.
Senza contare poi che la domanda “Perché” è proprio ciò che sorregge l’intero interrogarsi dell’essere umano sul funzionamento della natura e dell’universo e di sé stesso: le sei lettere di cui è composta “perché” riassumono in una sola parola tutta la scienza e la filosofia che, queste sì, ci distinguono in maniera un po’ più definita dagli altri mammiferi, e animali in genere (distinzione che rimane sempre quantitativa, e mai qualitativa, come ci ha insegnato l’infinito Charles Darwin)

“Scusa”
Altra parola che entra da subito, e direi con prepotenza, a far parte del lessico di un bambino e il motivo è molto semplice, ovvio agli occhi di chiunque: pronunciare la parola “Scusa” significa rendersi conto che la propria libertà ha un limite, che non si può fare sempre quello che si vuole… che, cioè, siamo circondati da altre persone che, come noi, sono vulnerabili ad un sacco di cose, siano esse fisiche o psicologiche. “Scusa” significa che riesco a provare io stesso quello che stai provando tu, che riesco a percepire il tuo dolore sul mio corpo e nella mia mente, e che ci sono cose che si possono fare e altre che è meglio evitare, per non arrecare danno agli altri: senza questa parola, detto in altri termini, non esisterebbe l’etica. E, come se non bastasse, la parola “Scusa” esprime la fiducia nel prossimo, la fiducia che riponiamo in chi ci sta intorno: se non avessimo fiducia che le nostre scuse venissero accettate, o che il nostro sincero dispiacere venisse bene accolto dalla persona alle quale ci stiamo rivolgendo, non esisterebbe la possibilità di sperimentare, di sbagliare, e di imparare.

Grazie Perché Scusa: GPS, per orientarsi nell’essere umano.

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