Il GPS del Linguaggio: Grazie Perché Scusa

Il linguaggio, lo si sente dire un po’ da tutte le parti, è ciò che “davvero” ci distingue dagli altri animali, è il nostro carattere peculiare più di ogni altro: è questa possibilità di poter esprime praticamente qualsiasi concetto (anche insensato) che ci ha spalancato la porta del farci domande, di formulare ipotesi, che andassero al di là del semplice e primitivo “sentire”.
Ebbene l’altro giorno non avevo un cazzo da fare e mi sono messo a pensare su quali potrebbero essere le parole “più necessarie” che una lingua dovesse tenere nel proprio dizionario e nonostante l’idiozia della cosa credo di essere arrivato ad una conclusione abbastanza condivisibile, se presa con la dovuta leggerezza.
Se mi venisse richiesto di condensare tutto ciò che un essere umano può dire in tre sole parole sceglierei senz’altro le parole “Grazie”, “Perché” e “Scusa”, e non solo perché mi danno subito un immediato riferimento al noto sistema di orientamento, perfetta metafora della “sopravvivenza” in un certo senso… Scelgo queste tre perché sono davvero le parole più rappresentative di ciò che rende “umano” un essere umano (senza contare il fatto che rispecchiano tre momenti decisivi nell’evoluzione da bambino ad adulto).

“Grazie”
Praticamente è la prima parola che viene insegnata ai bambini nell’ambito delle dinamiche sociali. L’unica altra parola sociale che viene insegnata prima è “Ciao” ma questo non insegna niente, non aiuta a crescere, non sposta il discorso su nessun altro piano. Dire “Ciao” è sterile, oltre che poco significativo per il discorso che voglio fare, dato che non esprime nessun lato dell’essere umano se non quello di “salutare” che mi sembra tutto fuorché caratteristica della nostra sola specie.
“Grazie” al contrario ci insegna che non tutto ci è dovuto, che non possiamo avere tutto quello che vogliamo, nel momento preciso in cui lo vogliamo… ci insegna a relazionarci e a ricambiare qualcuno che abbia rivolto un bel gesto nei nostri confronti. Ci fa capire che spesso da soli non possiamo fare quello che abbiamo in mente, e che quindi dobbiamo affidarci all’aiuto di qualcuno, e che quel qualcuno va prontamente ringraziato per il favore che ci ha liberamente regalato. In poche parole, la parola “Grazie” ci insegna che fra gli essere umani esiste la capacità dell’altruismo, ma che essa è possibile solo per quella persona che si adatti a vivere in mezzo agli altri, che faccia sua una certa visione “sociale” dell’essere umano. Un essere umano, da solo, è solo un essere.

“Perché”
Anche questa, come la precedente, è una parola che si impara prestissimo (come dimenticare il famoso “Gioco del perché”? che continua ad assillare i genitori generazione dopo generazione) e il motivo è presto detto: un bambino fino ad una certa età vede solo che le cose succedono, ma presto inizierà a notare un certo collegamento tra di esse, comincerà cioè ad intuire quello che solo molto più avanti chiamerà “rapporto causa-effetto” e fin da subito (proprio grazie allo straziante giochetto) capisce che non c’è nessuno che possieda le risposte a tutto e, al contrario, se verrà in contatto con qualcuno che continua a lungo a rispondere ai suoi “Perché” inizierà a nutrire dei seri sospetti che quel qualcuno lo stia fregando in qualche modo, magari fuorviando la sua attenzione utilizzando lunghi giri di parole… Quello che vuole sentirsi dire il bambino è un sincero “Non lo so” da parte dell’adulto che ha davanti, perché riuscire a porre domande a cui nessuno sa rispondere ti mette sullo stesso piano di chiunque altro: della serie “Ci sono tante cose che voi adulti sapete e che noi bambini non sappiamo, eppure di fronte a questa domanda che io (che sono un bambino) vi ho posto nessuno di voi prende la parola, e in questo siete perfettamente uguali a me”.
Senza contare poi che la domanda “Perché” è proprio ciò che sorregge l’intero interrogarsi dell’essere umano sul funzionamento della natura e dell’universo e di sé stesso: le sei lettere di cui è composta “perché” riassumono in una sola parola tutta la scienza e la filosofia che, queste sì, ci distinguono in maniera un po’ più definita dagli altri mammiferi, e animali in genere (distinzione che rimane sempre quantitativa, e mai qualitativa, come ci ha insegnato l’infinito Charles Darwin)

“Scusa”
Altra parola che entra da subito, e direi con prepotenza, a far parte del lessico di un bambino e il motivo è molto semplice, ovvio agli occhi di chiunque: pronunciare la parola “Scusa” significa rendersi conto che la propria libertà ha un limite, che non si può fare sempre quello che si vuole… che, cioè, siamo circondati da altre persone che, come noi, sono vulnerabili ad un sacco di cose, siano esse fisiche o psicologiche. “Scusa” significa che riesco a provare io stesso quello che stai provando tu, che riesco a percepire il tuo dolore sul mio corpo e nella mia mente, e che ci sono cose che si possono fare e altre che è meglio evitare, per non arrecare danno agli altri: senza questa parola, detto in altri termini, non esisterebbe l’etica. E, come se non bastasse, la parola “Scusa” esprime la fiducia nel prossimo, la fiducia che riponiamo in chi ci sta intorno: se non avessimo fiducia che le nostre scuse venissero accettate, o che il nostro sincero dispiacere venisse bene accolto dalla persona alle quale ci stiamo rivolgendo, non esisterebbe la possibilità di sperimentare, di sbagliare, e di imparare.

Grazie Perché Scusa: GPS, per orientarsi nell’essere umano.

La Squadra

Come ogni lunedì eccoci tutti e tredici con la nostra divisa blu e rossa, seduti sulle prime due file della piccola tribuna della palestra dove ci alleniamo, ad aspettare che Massimo ci distribuisca le statistiche dell’ultima partita, giocata il giorno prima: ricezioni perfette, ricezioni sbagliate, appoggi corretti, muri eseguiti, battute mirate, battute a rete, battute fuori, schiacciate a punto, schiacciate murate, pallonetti.. tutto. In poche righe è riassunto l’andamento preciso di come ognuno di noi si è comportato in campo la domenica precedente, per l’ultima partita di campionato. Per una persona normale queste statistiche sono difficilissime da compilare per un’intera squadra in tempo reale ma Massimo sono anni che da solo riesce tra un consiglio, un cambio e un tempo tecnico, a realizzarle con la precisione e la tenacia che solo una persona che dedica la propria vita a qualcosa è in grado di mantenere. Mai un errore, mai uno sbaglio: ogni foglio racchiude perfettamente come ci siamo comportati ed ogni lunedì ci consegna le nostre statistiche in silenzio, senza rimproverarci gli errori e sottolineando invece le azioni migliori di ognuno di noi.. ognuno di noi sa dove e come ha sbagliato nella partita di domenica e Massimo è convinto che non sia compito suo farci pesare oltre i nostri errori.
Ovviamente non è sempre stato così clemente: mi ricordo ancora il primo anno che questo nuovo allenatore stempiato e col naso adunco arrivò dalla vicina città per valutare quella che sarebbe stata la sua prossima squadra. Eravamo più di venti ragazzi tra i quindici e i diciotto anni ed eravamo tutto tranne che una squadra: chi veniva in palestra perché non aveva altro da fare, chi perché il padre da ragazzo giocava a pallavolo, chi perché lo facevano gli amici, chi perché giocando a pallavolo c’era la possibilità di frequentare un sacco di ragazze dei turni precedenti… anche io, di preciso, non avrei saputo rispondere perché giocavo a pallavolo: mi ero iscritto sotto consiglio di mia madre, mi era piaciuto ed ero rimasto. Non avrei saputo aggiungere altro allora. Ora invece, grazie soprattutto a Massimo, avrei potuto tenere una lezione universitaria sulla pallavolo e, più in generale, sul gioco di squadra.
Quel giorno di quattro anni prima Massimo entrò in palestra in tuta, come ogni buon allenatore di pallavolo, e rimase per tutto l’allenamento in disparte con una cartellina in mano e una penna che sembrava non utilizzare: ogni volta che alzavamo lo sguardo lo vedevamo intento ad analizzare con lo sguardo qualcuno o qualcosa, e si capiva benissimo che era lo sguardo attento di chi sa cosa c’è da guardare. Ricordo che rimasi estremamente sorpreso quando, passandogli accanto per recuperare un pallone rotolato lontano, vidi che aveva riempito fogli e fogli di scritte e schemi.
All’epoca era Mauro il nostro allenatore e più che un vero e proprio allenatore era un cinquantenne che da ragazzo aveva giocato a pallavolo e che aveva lasciato qualcosa in sospeso con se stesso, nulla di più. Ma questo lo capii solo qualche anno dopo.
Fino a quando Massimo non ci prese sotto la sua ala educatrice tutti noi credevamo che Mauro fosse l’allenatore tipico: lodi quando c’era qualcosa da lodare e rimproveri negli altri casi. Credo che anche io avrei agito in tal modo se allora mi avessero chiesto di allenare una squadra di pallavolo. Va a Massimo il merito di averci insegnato che per essere quel tipo di allenatore non c’è bisogno di competenze di sorta, basta conoscere le regole del gioco: un allenatore per Massimo è prima di tutto un educatore, il cui compito fondamentale è quello di educare i suoi giocatori a giudicare imparzialmente sé e i propri compagni in modo distaccato dopo ogni partita, a prescindere dall’esito della partita stessa. Proprio Massimo ci insegnò che ci sono vittorie deludenti e, al contrario, sconfitte esaltanti fuori misura.
Quello che conta non è il risultato, ma come lo ottieni: altrimenti basterebbe corrompere tutti gli arbitraggi.
Questa è una frase che non dimenticherò tanto facilmente, ne sono sicuro, anche perché tutti gli insegnamenti che Massimo ci ha impartito erano raramente espressi vocalmente; toccava a noi distillare le parole dalle sue azioni: erano i suoi gesti, i suoi sguardi e soprattutto i suoi applausi silenziosi che ci glorificavano più di ogni altra cosa. Dopo quella prima volta con la cartellina lo vedemmo solo la settimana dopo, sempre di lunedì, quando Mauro ci disse che d’ora in poi sarebbe stato lui il nostro nuovo allenatore.
Massimo si presentò e ci chiese i nostri nomi memorizzandoli istantaneamente: ancora oggi quando mi presento a qualcuno e un attimo dopo mi rendo conto di non aver inteso il suo nome mi chiedo come quell’uomo abbia potuto memorizzare in un minuto più di venti nomi… Resta il fatto che quell’allenamento fu il primo vero allenamento di pallavolo della mia vita, nonostante praticassi questo sport da diversi anni ormai: un allenamento intenso, a ritmi incalzanti, con una sola pausa per bere e con piegamenti di rimprovero per chi veniva sorpreso a perdere tempo. Ricordo ancora i primi aggettivi che mi vennero in mente per descrivere il comportamento di quel nuovo allenatore a cui puzzava l’alito: pignolo, autoritario, stronzo.. solo più tardi, imparando, mutai il disprezzo in stima: la pignoleria divenne precisione, l’autoritarismo si mutò in correttezza e la stronzaggine si svelò essere competenza.
Nel giro di due mesi dei ventitre che eravamo quando era arrivato rimanemmo in undici a presentarci puntuali agli allenamenti, che Massimo si era impegnato a far diventare cinque, da tre che erano sempre stati: uno era dedicato interamente alle battute e uno era di preparazione fisica e tecnica senza palla. Ricordo vivamente i primi sei mesi come un incubo a cui non mi sottraevo perché quello era sempre stato il mio sport e non avrei permesso a nessun allenatore, per quanto stronzo, di portamelo via o di costringermi a iscrivermi presso un’altra palestra. Quella fu senz’altro la presa di posizione di cui sono più debitore verso il mio orgoglio di quanto lo sia mai stato e di quanto potrò mai esserlo. Riguardo ai primi mesi ci sono degli episodi che nessuno mai cancellerà dai miei ricordi: il secondo giorno di allenamento, ad esempio, arrivai coi miei soliti cinque minuti di ritardo e feci due parole con chi era già nello spogliatoio aspettando che arrivassero tutti; una volta indossati pantaloncini e maglietta entrammo tutti in palestra e Massimo disse queste esatte parole: “La puntualità è una forma di rispetto verso gli altri e se stessi, e dal rispetto nasce la fiducia, che è la prima cosa su cui si basa ogni sport di squadra.” Poi, senza alzare la voce, continuò dicendo che siccome avevamo iniziato l’allenamento con quindici minuti di ritardo ci aspettavano centocinquanta tuffi senza palla… CENTOCINQUANTA TUFFI? Per qualche istante tutti sperammo in uno scherzo ma in cuor nostro sapevamo che il suo sguardo non lasciava spazio ad interpretazioni: ci guardammo interdetti e io per primo andai sul fondo della palestra e inizia a tuffarmi con questi esatti pensieri che mi frullavano in testa: “Sono anni che cominciamo con dieci minuti di ritardo e Mauro non ci ha mai detto niente… anzi: qualche volta anche lui era arrivato in ritardo… e chi cazzo si crede di essere questo qua, che ci fa fare centocinquanta tuffi? Fanculo, che pezzo di merda.” Impiegai mesi a capire che non importava quanto poco ritardo facessi, ma che era proprio l’idea di arrivare ad un appuntamento in ritardo che era sintomo di poco rispetto verso la squadra. Con la maturità che devo a Massimo, però, oggi in parte giustifico il mio comportamento: ognuno di noi arrivava in ritardo di tanto in tanto.. oggi io, domani tu, dopodomani qualcun altro… e questo faceva sì che non ci fosse mai qualcuno che si sentisse non rispettato dal ritardo degli altri. In poche parole non c’era una squadra cui mancare di rispetto col proprio comportamento: eravamo tutti dei cani sciolti e, infatti, al di fuori degli allenamenti era anche remoto che qualcuno di noi uscisse con gli altri durante la settimana.
Oggi, finalmente, capisco l’enorme lavoro di cui Massimo fu sceneggiatore e regista: dovette prima farci capire che cosa vuol dire la parola “Squadra” e solo dopo insegnarci ad applicarla anche, e soprattutto, alla nostra situazione. Un altro esempio del genere di cose che non posso dimenticare degli allenamenti che Massimo ci imponeva erano le “punizioni” (oggi non le reputo più tali) cui andavamo incontro se lasciavamo cadere a terra una palla senza nemmeno provare a rincorrerla: lui fermava tutto e a chi aveva lasciato cadere la palla toccavano almeno cinquanta palloni lanciati a destra e a sinistra, da recuperare fino a quando Massimo non era soddisfatto. Solo a quel punto l’allenamento riprendeva regolare e, nonostante tutti gli altri fossero rimasti fermi anche per diversi minuti, Massimo non indugiava un secondo a fermare nuovamente il gioco (anche solo un secondo dopo che era ripreso) se qualcun altro lasciava cadere un altro pallone senza provare a rincorrerlo. Oggi so perché lo faceva: era il momento più formativo per la nostra motivazione, e il concetto era semplice: nessuno ti obbliga a venire in palestra ma, dal momento che vieni, devi avere rispetto della squadra e, di conseguenza, di te stesso.
Questo anche è un insegnamento tacito che non dimenticherò mai: puoi avere rispetto di tutti i tuoi compagni ma non è detto che tu abbia rispetto anche della squadra che essi compongono, mentre non si da il caso contrario. Rispetta la squadra e rispetterai tutti i suoi componenti, te incluso. A ripensarci è incredibile: quel quarantenne che ricordava vagamente un gallo spennacchiato capì con poche occhiate chi erano i ragazzi che erano in un modo o nell’altro motivati a giocare a pallavolo e nel giro di due mesi tutti gli altri avevano lasciato la palestra e, chi più chi meno, avevano trovato quello che lì non avrebbero mai potuto trovare: chi s’era dato al calcio, chi al basket, chi s’era fidanzato… per loro la pallavolo non sarebbe mai stato un traguardo e Massimo lo capì e fece in modo che anche loro lo capissero, usando a volte modi anche un po’ bruschi. Dagli undici che eravamo rimasti dopo appena due mesi Massimo tirò su dal niente quella che sarebbe poi stata la nostra squadra; la prima che dopo anni di sconfitte amare subite da tutte le altre squadre della regione, comunque più forti sia da un punto di vista fisico che tecnico, riuscì più di una volta a battere i mostri sacri della nostra regione che come sport predilige la pallavolo sopra ogni altra.
Fu proprio in occasione di una partita giocata fuori casa contro una di queste squadre che imparammo tutti quanto può essere esaltante una sconfitta. Riportammo a casa un secco 3-1 ma ogni set fu tirato fino all’ultimo punto: mai una palla cadde senza che qualcuno provasse a recuperarla, un sacco di mani-fuori andati a punto per superare l’invalicabile muro che l’altra squadra ci parava innanzi con tutti i loro giocatori alti due metri, pallonetti sui nove metri, ricezioni perfette, battute precise sui lenti centrali avversari, un sacco di muri vincenti e, soprattutto, un sacco di urla di vittoria. Ogni volta che il loro attaccante più forte impattava contro il nostro muro noi eravamo più motivati nel continuare ad erigerlo. Ogni volta che uno dei loro centrali sbagliava a leggere le intenzioni del nostro palleggiatore quello si esaltava e dava sfogo a tutta la sua creatività lasciando spessissimo i nostri schiacciatori uno contro uno nei confronti del muro avversario. Ogni volta che il nostro muro non rappresentava un ostacolo per il loro enorme opposto c’era sempre qualcuno che sputando sangue riusciva comunque a tirare su quelle cannonate prima che scalfissero il parquet della palestra. Ogni volta che una nostra battuta li metteva in difficoltà e potevamo tutti urlare “FACILE!” si sentiva distintamente il nostro spirito crescere di forza al punto che, cosa mai successa, il loro allenatore più di una volta fu costretto a chiamare il “tempo” al di fuori dei normali tempi tecnici concessi dal regolamento: una squadra tirata su un meno di due anni era riuscita a mettere i bastoni tra le ruote a quella che molto probabilmente avrebbe vinto le nazionali giovanili quell’anno.
Alla fine della partita, a testimonianza della nostra generale impressione di aver giocato come leoni, l’allenatore della squadra avversaria venne nel nostro spogliatoio a farci i complimenti per il nostro gioco e, tra le altre cose, pronunciò più o meno queste parole: “Se la mia squadra dimostrasse anche solo la metà della motivazione e della voglia di giocare che voi oggi avete schierato in campo non avrei problemi a scommettere sulla loro vittoria alle nazionali.. spero che ora che hanno una squadra di riferimento capiranno cosa intendo quando parlo di ‘Motivazione’…” e dopo averci fatto un applauso sincero uscì lasciandoci con un piacevole senso di vittoria da assaporare, nonostante fossimo stati sconfitti l’ennesima volta; ma questa sconfitta aveva solo il nome in comune con tutte le altre cui eravamo andati incontro: tutti e 3 i set persi avevamo comunque obbligato gli avversari a chiudere sul punteggio ben oltre i canonici 25 punti previsti. Gli eravamo sempre stati col fiato sul collo e lì, però, la loro esperienza di gioco contro squadre al loro livello li aveva aiutati a non perdere la testa e a vincere nonostante tutti i nostri sforzi.
Fu la prima volta che durante il viaggio di ritorno a casa sul nostro piccolo furgone, nonostante avessimo perso, ci fosse l’allegria tipica di quando si vince e il primo tra tutti noi a scherzare fu proprio Massimo il quale, durante la partita, ogni volta che il nostro schema era stato eseguito a puntino ma che non era comunque bastato a impedire ai loro schiacciatori di sbattere per terra delle palle improbabili, si limitava a farci segno di stare calmi e di applaudire ai nostri avversari: “Bisogna saper riconoscere la superiorità dei propri avversari quando serve: è un’ottima lezione di umiltà e uno slancio a migliorarsi sempre…
Ancora ai tempi di quella partita eravamo solo undici a far parte della squadra ma tutti noi ormai vedevamo in Massimo la nostra guida, oltre che il nostro allenatore; erano ormai un paio d’annetti che tutti gli altri avevano abbandonato gli allenamenti e anche degli sporadici ragazzi nuovi che si iscrivevano erano pochissimi quelli che continuavano, riuscendo a fare proprio lo spirito di squadra che ormai ci accomunava tutti e undici: erano passati quattro anni da quando Massimo ci aveva preso in consegna e dopo lo sfoltimento iniziale eravamo rimasti a lungo in undici, fino a che due nuovi compagni si erano aggiunti nel giro di sei mesi uno dall’altro. Da quel momento eravamo in tredici e, nonostante una squadra di pallavolo sia composta da dodici giocatori al massimo, noi eravamo sempre tredici a partecipare a tutte le partite: uno degli ultimi due ragazzi che si erano uniti non era al nostro livello di gioco, dato che non aveva mai giocato prima a pallavolo, ma Massimo si impegnava con gli arbitri affinché potesse comunque fare il riscaldamento pre-partita con tutti noi e potesse poi vivere l’incontro dalla panchina e non dalla tribuna, per non farlo mai sentire “di troppo” o, comunque, in qualche modo meno importante di noi dodici titolari.
Ed eccoci, lunedì, tutti e tredici in divisa ad attendere che Massimo esca dallo spogliatoio con le nostre statistiche. Che poi, a ripensarci, anche le nostre divise nuove, che ci invidiavano tutte le altre squadre, erano state merito suo: si era incazzato con lo sponsor e aveva alzato la voce dicendo che non è accettabile che una squadra di ragazzi che pagano per giocare a pallavolo non veda in alcun modo impiegati a dovere i soldi della propria iscrizione e, a tal proposito, in occasione dei campionati regionali fece in modo che avessimo una divisa nuova di zecca e un nuovo borsone, oltre che il furgoncino con cui spostarci nelle trasferte, come una vera squadra: fino a quel momento avevamo sempre più o meno obbligato i nostri genitori a fare a turno per accompagnarci di qua o di là con le proprie macchine.
Già due anni prima, alla richiesta di Massimo di un furgoncino per la squadra capii che anche quello fa parte dei lacci che tengono insieme una squadra; sicuramente non è uno dei lacci più importanti, ma serviva comunque a far solidificare lo spirito di legame quasi fraterno che stava nascendo tra di noi e Massimo non poteva permettere che l’esaltazione post-vittoria o la delusione post-sconfitta venisse vissuta da ognuno in modo singolo nella macchina dei propri genitori: era necessario, diceva, che ognuno di noi la vivesse con gli altri.

Eccolo finalmente, Max, che esce dagli spogliatoi con in mano le nostre schede: ha un’aria strana, ma spesso succede il lunedì sera dato che il lavoro che fa per vivere non gli piace granché e il tornare alla routine lavorativa dopo una domenica trascorsa a braccetto con la sua passione, la pallavolo, non è esattamente la cosa migliore che gli possa capitare. Prendo il foglio che mi allunga e noto una strana malinconia nei suoi occhi, forse lucidi… rimango in silenzio senza guardare il foglio, in attesa che anche gli altri abbiano in mano il proprio, e poi tutti e tredici ascoltiamo le parole di Massimo: “Ragazzi oggi sarà un allenamento un po’ diverso.. niente statistiche personali, scusatemi ma non ho avuto il tempo di riscriverle in bella copia.. vi prego di leggere il foglio che vi ho dato, sperando di non aver tralasciato niente.” e detto questo tornò nello spogliatoio a passo veloce.
Ci guardammo l’un l’altro interdetti e iniziammo a leggere il foglio che ci aveva consegnato:

Ragazzi, questa mattina il mio capo mi ha comunicato l’improvvisa necessità delle mie competenze nella filiale della nostra ditta a Berlino e mi ha detto che dovrò essere pronto a partire nel giro di pochi giorni, forse prima della fine della settimana. Inutile dirvi che ho provato con tutte le forze ad oppormi a questa decisione ma i fatti che mi si sono palesati davanti hanno fatto sì che io non potessi rifiutare: vi avevo detto del mio matrimonio imminente con Romina e questa può essere la vera occasione per comprarci una casa come sono anni che la vogliamo, e forse anche per poter mettere qualcosa da parte per il bambino in arrivo (siete stati proprio voi, prima ancora dei miei genitori, a sapere che Romina era incinta, il mese scorso).. Non so esattamente per quanto me ne starò via ma vi prometto che se tornerò nel giro di un anno ricominceremo ad allenarci come abbiamo sempre fatto fino ad oggi, senza aver perso nulla della squadra che siamo diventati in questi lunghi quattro anni di allenamenti e partite. Ognuno di voi ha impiegato tantissimo della proprio persona in questa realtà chiamata Squadra che anche io mi sono impegnato a far diventare tale, e confido che proprio per questo non vi farete in nessun modo abbattere dal cambio temporaneo di allenatore: per questo ho personalmente scelto il mio sostituto temporaneo tra gli allenatori migliori che ci sono in giro (ha perfino allenato la nazionale femminile under 21) e sono convinto che non deluderà né me, né tanto meno voi.. e vi prego di non trattarlo come se fosse un estraneo, un sostituto, ma di fargli capire subito che voi siete pronti ad accoglierlo come vostra guida per tutto il tempo necessario al mio ritorno. Immagino comunque di dovervi delle scuse per questa mia decisione improvvisa ma spero che nessuno di voi me ne porti rancore più del dovuto: quando ci siamo incontrati eravate tutti immaturi e anche io aveva ancora molto da imparare da voi, dalla vostra attenzione prestata costantemente ai miei consigli e dalla vostra voglia di migliorare giorno dopo giorno.. vi sono grato per avermi concesso di diventare quello che sono e non so se potrete mai perdonarmi per il torto che ora vi sto facendo, ma vi chiedo comunque di provarci, non fosse altro per tutto il tempo che ci avete messo ad accettarmi e a farmi vostro allenatore: non è mai un allenatore che sceglie una buona squadra da allenare, né una buona squadra che sceglie il proprio allenatore.. è sempre un rimbalzo tra questi due limiti che fa in modo che le due entità si fondano e si migliorino a vicenda: io da voi ho imparato davvero tanto, e non so se nella mia vita mi ricapiterà qualcosa di così bello come sono stati questi quattro anni trascorsi con voi, e per questo vi prego di non valutare la mia decisione come il capriccio di una persona adulta, ma per quello che è realmente, ovvero un sacrificio che mi costa caro. Tutti tra di noi sapevano che prima o poi sarebbe finita e, forse, questa è l’occasione che aspettavamo da un po’: ormai avete tutti quasi intrapreso l’università e sarebbe uno sbaglio rimanere legati al proprio modesto ambiente per una cosa che è destinata inesorabilmente a finire.. anche nel più roseo dei casi in cui ognuno di voi diventi un pallavolista di professione sono pronto a scommettere che mai giochereste tutti nella stessa città: figuriamoci nella stessa squadra! Abbiamo reso magici questi quattro anni e io mi prendo tutta la responsabilità della loro fine repentina, ma sono convinto che un domani, quando vi guarderete indietro, valuterete questa mia scelta come una decisione più che saggia, sia per me che per voi. Vi ho preso che eravate degli sconosciuti a voi stessi e vi ho mostrato i vostri limiti e come superarli, le vostre virtù.. nessun allenatore potrebbe chiedere di meglio di quanto a me sia stato concesso, e per questo vi sono grato.

Addio, Max.

Nessuno di noi ha il coraggio di aprire bocca e ci limitiamo a guardarci l’un l’altro negli occhi: qualcuno piange già, qualcun altro singhiozza con occhi asciutti, qualcuno ha le mani tra i capelli e alcuni di noi si asciugano il naso con le maniche della nuova, bellissima tuta.

La nostra avventura è finita e non c’è alcuno spazio per le parole.

Sardegna, isola di pace

Quando si parla di sesso, soprattutto a tu per tu col proprio nuovo partner (e ancor più spesso se si tratta di un partner occasionale) qualcuno ad un certo punto chiederà: “La tua posizione preferita?” e allora, spesso, si ha timore di “confessare” che la propria posizione preferita è la lussuriosa pecorina… Perché, mi chiedo, questo sentimento di vergogna? Perché aver paura di dichiarare che “Sì, mi piace farlo come lo fanno gli animali”?* Temo che il motivo lo conosciamo tutti: la tanto decantata superiorità della specie umana. D’accordo, è innegabile che l’uomo possieda qualche peculiarità che lo contraddistingue da tutti gli altri animali, questo è un fatto, ma perché mai questo dovrebbe farlo vergognare delle proprie radici biologiche? Non riesco proprio a capirlo: ci vergogniamo di mangiare, di dormire? Eppure lo fanno anche tutte le “peggiori” bestie… Capiamo quindi che il problema non sono tutte le nostre radici biologiche, ma solo quelle riguardanti il sesso (e il colpevole, chiaramente, è quel signore che sta a Roma, che ama indossare un cappello che si chiama come un’arma da fuoco).
Il fatto che la nostra specie sia culturalmente più avanzata di qualunque altra specie mai apparsa su questo pianeta non aggiunge niente al fatto che, come tutti gli altri mammiferi, essa abbia poche necessità fisiche vitali: non avere fame, non avere sete, non avere freddo (e fino qui c’era arrivato già quel genio di Epicuro, due millenni fa), ai quali va aggiunta solo l’unica vera necessità per vivere felici: il piacere sessuale (a prescindere da come esso venga praticato).
Ho motivo di credere che la personalità più ammirata del mondo, decorata con i più grandi e rappresentativi riconoscimenti del genere umano, il cui intelletto abbia raggiunto le più alte vette scientifico-umanistiche, sarà comunque una persona più o meno insoddisfatta, se non potrà appagare periodicamente il proprio bisogno sessuale.
A partire da quanto sosteneva Hume, e cioè che la persona più ricca del mondo sarebbe infelice se non avesse amici con cui spartire la propria ricchezza (sulla famosa isola deserta), io credo che questa verità possa essere migliorata, o quantomeno approfondita. Credo cioè che ci sia una clausola di cui il filosofo scozzese non avesse tenuto conto: una persona ricca piazzata su un’isola deserta, con la compagnia di tutte le sue amicizie, sarebbe comunque triste a lungo andare se non potesse appagare i suoi bisogni sessuali. Non riesco a decidermi su quale dei due bisogni (amicizia e piacere sessuale) sia primario rispetto all’altro: le mie convinzioni dipendono in maniera troppo forte da quanto tempo è passato dal mio ultimo rapporto sessuale, e purtroppo non riesco a prescindere da questo.
Se mi immagino su un’isola deserta, piena di ottimo cibo facilmente reperibile, in compagnia di tutti i miei migliori amici (e magari anche una connessione ad internet e un credito illimitato su Steam), ma con la certezza di non poter mai più conoscere donna (in senso biblico, chiaramente), mi assale immediatamente il terrore e il mio cervello impiega un secondo a formulare un esclamativo “Mai!”.
Al contrario, se su quella stessa isola (dotata degli stessi confort), provo ad immaginarmici assieme all’elegantissima Cate Blanchett impiego molto più tempo e vaglio molte più possibilità prima di riuscire a formulare un titubante “Meglio di no…” con tanto di puntini di sospensione. Certo, prima o poi mi annoierei (e non è un condizionale: lo so che succederebbe) a fare sesso sempre e solo con Cate… ma ci vorrebbero degli anni! Mentre mi ci vorrebbe molto meno ad impazzire a causa della mancanza di donne sulla prima isola ipotetica (quella con solo gli amici).

E tutto questo solo per dire che la mia posizione preferita è, chiaramente, la pecorina.

E tanti saluti alla Sardegna, isola tutt’altro che deserta! 😉

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*In realtà si parla prevalentemente di mammiferi, ma la sostanza cambia poco: è il “sentirsi animali” che la nostra società ostracizza.

Il bisogno di credere

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza”
Inferno, Canto XXVI.
Ulisse incita i suoi compagni ad andare oltre le colonne d’Ercole.

Credo nell’Uomo.*
Credo nell’Uomo e nella sua capacità di superarsi.
Credo nell’Uomo e nella sua capacità di superarsi: di superare un giorno tutte le barriere culturali e tutte le barriere biologiche, così come ha già fatto con larga parte di quelle geografiche.

Per questo credo nell’Uomo.

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* “Uomo” risulta molto sessista come parola, e me ne rendo conto. Forse sarebbe stato preferibile “essere umano”, ma mi suona troppo come qualcosa di immutabile, di statico. E la stessa sorte tocca alla locuzione di linneana memoria “homo sapiens”, sulla quale ho a lungo riflettuto ma che ai miei occhi perde comunque di significato di fronte al trascorrere continuo del tempo. Se esistesse avrei senza dubbio optato per l’espressione “diveniente umano”, che include un’idea di dinamicità, di cambiamento, anche se l’evidente rimando a Hegel, o peggio a Nietzsche, mi avrebbe comunque messo in guardia dal farne un utilizzo spensierato. Forse avrei potuto cambiare proprio concetto, ed utilizzare la bellissima parola “Pensiero”, ma questa rischia di spostare l’attenzione sul piano astratto, filosofico, quando invece il mio interesse si rivolge parimenti all’aspetto pratico, tangibile, effettivo dell’agire umano. Anche nella citazione d’apertura la conoscenza è subordinata alla virtù, senza la quale essa risulta essere uno strumento molto pericoloso (e la storia ci da tanti esempi di cosa questo voglia dire).