Il Libero Arbitrio

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Il libero arbitrio è una fregatura.
– Al Pacino [L’avvocato del diavolo]

Vocabolario:
– Determinismo: la concezione secondi cui, se “riavvolgessimo il nastro” dell’universo e lo facessimo partire da capo, otterremmo un’altra volta tutto quello che abbiamo ottenuto fin’ora: io starei scrivendo in questo preciso momento questo commento.
– Indeterminismo: la concezione contraria, secondo la quale ogni volta che tentassimo di “far partire da principio” l’universo otterremmo una storia diversa.

Introduzione

La possibilità o meno del Libero Arbitrio è una delle più annose questioni di tutta la filosofia: già nell’antica Grecia, dopo le ipotesi atomistiche di Leucippo e DemocritoEpicuro (a detta di Lucrezio) ipotizzava l’esistenza del clinamen, una deviazione spontanea nella caduta degli atomi, che avrebbe permesso la libertà dell’agire umano in un mondo fatto solamente di particelle. In termini moderni quella di Lucrezio potrebbe essere definita la radice teorica delle varie posizioni libertarie: o c’è un fondamentale salto indeterministico, oppure la libertà è impossibile.

Nella storia della filosofia l’elenco degli autori che si sono occupati della questione è considerevolmente lungo e, per citarne solo alcuni tra i più autorevoli, basterà ricordare Socrate, Platone, Aristotele, gli Stoici, Agostino, Hobbes, Cartesio, Spinoza, Hume, Kant.. Il motivo di tale interesse per la questione può essere spiegato riprendendo un’utile metafora stoica, nella quale la filosofia è rappresentata come un campo fertile in cui la logica rappresenta la siepe esterna, la fisica rappresenta gli alberi e l’eticarappresenta i frutti: dal momento che la logica ci suggerisce che il determinismo nega la libertà, dobbiamo indagare la fisica (capire se il mondo è deterministico o indeterministico) per sapere se la nostra etica ha un fondamento.
Nel caso mancasse la libertà, infatti, su cosa potremmo (o dovremmo?) fondare la responsabilità morale e i valori etici?
È questa la domanda fondamentale che ha alimentato, e che anche oggi continua ad alimentare, gli enormi sforzi intellettuali di coloro che si interessano alla questione.

Proprio a causa della referenze così vaste di cui gode l’argomento è stato anche sostenuto che oggi, per quanti sforzi si possano fare, non è più possibile aggiungere nulla di nuovo alla questione ma secondo me questo giudizio è semplicemente falso: mentre, da un lato, è senz’altro vero che alcuni degli argomenti classici sulla libertà sono tuttora ampiamente riconosciuti come validi, è doveroso notare che, dall’altro lato, oggi disponiamo di un ventaglio di discipline completamente nuove che non solo hanno integrato quello che già da tempo era noto (l’aspetto logico della questione), ma che hanno spalancato conoscenze impensabili fino a pochi decenni fa.
Così, se fino al secolo passato l’argomento del libero arbitrio era schiettamente filosofico e si limitava a tollerare alcune intrusioni psicoanalitiche, oggi è evidente la comparsa di interi campi di ricerca impensabili fino a cento anni fa: la biologia evoluzionistica, le neuroscienze, la genetica, la scienza cognitiva, l’intelligenza artificiale e l’informatica hanno allargato enormemente la nostra possibilità di indagine e la mole di dati raccolti permette di impostare un’intera ricerca senza menzionare affatto gli autori sopra citati (e tutto questo senza considerare gli enormi passi avanti fatti dalla stessa fisica teorica: si pensi solo alla relatività e ai quanti!).

Così è evidente che oggi chiunque voglia addentrarsi nella questione può tranquillamente tralasciare lo studio dei classici (se non per un interesse personale di carattere storico) e concentrarsi sulle opere di autorevoli autori contemporanei, spaziando quanto più gli è possibile tra le discipline appena elencate: per dirla in altri termini, ad oggi la filosofia della mente è uno di quegli argomenti etichettati come “interdisciplinari” e, tra le varie discipline che concorrono a specificarne i limiti e le possibilità, la Storia possiede solo un ruolo marginale.

Libertarismo, capitolo I: l’Incompatibilismo

Il perno attorno al quale ruotano le maggiori teorie Incompatibiliste che difendono la libertà del volere è che tale libertà sia possibile solo in un universo che lasci ampio spazio all’indeterminismo, con la convinzione che in un universo deterministico a là Laplace il libero arbitrio si ridurrebbe a nient’altro che un’illusione (facendo anche l’occhiolino alle teoria quantistica e ai suoi salti indeterministici).

L’obiezione più devastante a esta posizione è nota come “problema della mancanza di controllo”: tale critica afferma che se un’azione è non-causata significa letteralmente che non c’è niente che la causa e quindi, detto in altri termini, che essa è casuale come lo è il risultato del lancio di una moneta. È evidente quindi che in un ambiente indeterministico per definizione nulla – quindi nemmeno l’agente – possa determinare quale tra i corsi d’azione possibili si attuerà e in questo senso la scelta sembra governata dal caso, che della libertà (quella moralmente interessante) appare come la negazione: un evento che accade casual-mente potrebbe parimenti non accadere e quindi tale concezione compromette non solo la possibilità dell’azione libera, ma dell’azione tout court.

Un’altra “importante” teoria libertaria è nota col nome di Agent-Causation e, a differenza della posizione precedente, essa rifiuta l’indeterminismo e le sue conseguenze facendo appello a quella che sarebbe una caratteristica peculiare degli agenti: il potere di generare nuove catene causali.
Inutile che mi soffermi ulteriormente su questo posizione: è stata riconosciuto dalla stra-grande maggioranza di esperti come una “scappatoia miracolistica”, antiscientifica e non argomentata.

Libertarismo, capitolo II: il Compatibilismo

Il Libero Arbitrio è stato fin qui declinato in termini “categorici”: si cerca cioè di dimostrare che l’agente, tenuto conto di tutto il suo passato e di tutti i suoi desideri e stati-mentali, potrebbe agire in ogni momento diversamente da come di fatto agisce. Invece, nella concezione compatibilista della libertà il libero arbitrio è declinato in termini “controfattuali”, ovvero si sostiene che l’agente avrebbe potuto agire diversamente se (un “se” controfattuale, appunto) fossero state diverse le sue esperienze passate, i suoi desideri e i suoi scopi. [È evidente quindi che in questa prospettiva la “possibilità di fare altrimenti” non gode dei privilegi di cui godeva nella concezione libertaria].

Il caposaldo della concezione compatibilista del libero arbitrio è che non solo il determinismo non è incompatibile con la libertà ma, anzi, che esso sia condizione necessaria affinché il nostro agire possa definirsi libero e responsabile: come si è mostrato, infatti, l’indeterminismo finisce con lo schiacciare la libertà sul caso, rendendo le azioni totalmente non-controllate dall’agente che quindi non ne è il responsabile morale; l’unica alternativa era quella di postulare peculiari poteri causali degli agenti, avvolti dal mistero dell’irriducibilità alle nozioni già note della visione scientifica del mondo. Proprio per questo la definizione canonica di libertà data dai compatibilisti è la seguente: un agente è libero se è in grado di seguire la propria volontà senza costrizioni o impedimenti; la volontà dell’agente è però a sua volta interamente eterodeterminata dalle esperienze passate, dall’istruzione che ha ricevuto, dall’ambiente circostante e dall’assetto biologico.

Il maggiore problema cui va incontro tale concezione della libertà è quello di costruire una libertà ad hoc, una libertà fittizia, che si incastri a dovere nella visione scientifica del mondo: in questo senso la critica mossa a tale concezione fa perno sull’impossibilità da parte dell’agente di agire altrimenti da come di fatto ha agito.
In definitiva, all’interno di questa prospettiva la libertà può essere predicata solo delle azioni dell’agente e non si applica, invece, alla sua volontà o agli eventi mentali rilevanti per quelle azioni.

Il problema è che l’idea di libertà così intesa non coincide affatto con l’idea intuitiva di libertà che tutti abbiamo, che non è semplicemente la libertà di poter seguire la propria volontà, ma la libertà della volontà stessa!

L’inevitabile Scetticismo

La portata teorica della posizione scettica non aggiunge molto a quanto è già stato messo in luce dalle due precedenti posizioni, ma si limita a fare il punto di quelli che sono i risultati raggiunti da entrambe le parti; e lo fa in maniera coerente, senza aggrapparsi a ideologie superate o irrimediabilmente non intelligibili.

Secondo la tesi determinista, ogni evento è determinato dal verificarsi di condizioni sufficienti per il suo accedere e siccome il determinismo è una tesi, si può affermare che esso sia vero oppure falso, ma non che esista o non esista; nondimeno il valore di verità della tesi deterministica dipende da come il mondo è fatto e non da convenzioni linguistiche (e ciò anche nel caso in cui sia per noi impossibile conoscere appieno tale valore di verità). Detto ciò, si può presentare la tesi indeterministica semplicemente come la negazione del determinismo: il determinismo e l’indeterminismo, dunque, sono mutuamente esclusivi econgiuntamente esaustivi. Uno dei due è vero, l’altro è falso (e non c’è una terza possibilità!).

Però, come abbiamo visto finora, i tentativi di elaborare una vera e propria teoria filosofica del libero arbitrio si dimostrano alquanto insoddisfacenti: infatti tanto le teorie compatibiliste quanto quelle libertarie falliscono nel tentativo di armonizzarsi con le nostre intuizione più fondamentali, da una parte, e con i presupposti della visione scientifica del mondo, dall’altra.

Riformulata in modo più schematico l’argomentazione dello scettico può essere esposta nel modo seguente:

Premessa 1. Il determinismo e l’indeterminismo sono opposti, cioè non possono essere entrambi veri contemporaneamente.

Premessa 2. Il determinismo e l’indeterminismo sono le uniche due alternative in cui ci è possibile inquadrare la struttura dell’universo.

Conclusione. Alla luce della batteria di argomentazioni che confutano la libertà sia in un universo deterministico che in uno indeterministico, lo scettico conclude che la libertà (quella che interessa gli agenti razionali e morali) semplicemente non è possibile in questo universo: non esiste.

Conclusione

In definitiva, quello che penso io è che, in qualunque modo si cerchi di difendere la libertà (e il concetto ad essa collegato di responsabilità morale), all’interno della concezione scientifica del mondo, si finirà sempre col rimanere intrappolati nelle sabbie mobili della mancanza di controllo, dal fronte incompatibilista, o nel labirinto senza uscite della libertà fittizia, dal fronte compatibilista; la “terza via”, detta “Libertaria” si arroga invece il diritto di prescindere dalla visione scientifica del mondo, proponendo soluzioni più miracolistiche che argomentative.

La conclusione è che l’unica prospettiva sostenibile in maniera coerente è quella scettica, che nega la possibilità della libertà moralmente significativa tanto in un universo deterministico, quanto in un universo indeterministico.

Qualche testo per gli interessati:
– Paternoster A. (2007), Introduzione alla filosofia della mente.
– De Caro M. (2004), Il libero arbitrio.
– Dennett D. C. (2004), L’evoluzione della libertà.
– Kane R. (1996), The significance of free will.
– Trautteur G. (2009), “The illusion of free will and its acceptance”.

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La divulgazione scientifica

Come ho già scritto, la Scienza (o meglio, le scienze, al plurale) è caratterizzata da una sempre maggiore complessità/specializzazione e dal conseguente allontanamento della sua comprensibilità per tutti i cosiddetti non-addetti-ai-lavori, ovvero i non-scienziati.

Il problema più evidente è che la montagna da scalare per chi volesse “capirci qualcosa” è sempre più alta e sempre più ostica: se prima, fino ai primi anni dell’800, era sufficiente tanta buona volontà e un buon mentore che ci indicasse cosa leggere (così come una buona guida alpina ci indica il tragitto migliore), oggi siamo arrivati al punto che il nostro sherpa o è abbastanza forte e paziente da portarci in braccio fino alla vetta, oppure è costretto a lasciarci al primo rifugio, portandoci un veloce scarabocchio della vetta una volta che fosse tornato a valle.

Qualcuno di voi, una volta arrivato fino alle pendici dell’Himalaya, si accontenterebbe di quel disegno triste e superficiale per poter dire di “aver visto” la cima dell’Everest??? Non credo proprio.

Ma se invece di un brutto disegno fatto su un pezzo di carta sporca il nostro sherpa ci portasse fino a metà della vetta (che è quasi il Monte Bianco) e poi, una volta tornato, ci portasse tutto un album di foto coi controcazzi, magari anche un bel video del momento in cui lui (e il resto della compagnia) avesse raggiunto la cima… Sono disposto a credere che già a questo punto diversi di noi, tornati a casa, potrebbero sentirsi meno imbroglioni raccontando di essere stati sulla cima dell’Everest.

E se, ancora, lo sherpa si fissasse sulle spalle una telecamera che ci tenesse aggiornati secondo dopo secondo del percorso seguito, delle difficoltà incontrate, delle soluzioni trovate… A questo punto qualcuno potrebbe addirittura illudersi di esserci stato per davvero sull’Everest: potrebbe raccontare i suoni, i colori, le paure, le speranze… come se DAVVERO ci fosse stato su quella vetta irraggiungibile.

Ora, fuor di metafora (finalmente), arriviamo a parlare della divulgazione scientifica e dei suoi caratteri fondamentali.

Con l’espressione divulgazione scientifica si indica l’attività di comunicazione rivolta al grande pubblico che concorre a diffondere la cultura scientifica senza specifiche intenzioni formative, per accrescere la percezione dell’importanza della scienza nell’ambito delle attività umane e rafforzarne il radicamento nella società.
– Wikipedia

Ecco ora un rapido elenco dei caratteri che una buona divulgazione scientifica dovrebbe possedere:

1) Attendibilità: significa solamente che quello che leggo è esattamente quello che anche la comunità scientifica crede a riguardo dell’argomento. Certo l’avverbio “esattamente” può risultare problematico, dato che neanche all’interno della comunità scientifica la pensano tutti allo stesso modo. E allora? Allora si tratta di un avverbio che va preso con le pinze, nel senso che SE una teoria (o un aspetto di essa) è ormai comunemente accettato dalla comunità scientifica allora si può parlare di essa in termini più rigidi, più definitivi, e quindi anche chi lo divulga può permettersi il lusso di parlare “a nome di tutta la comunità scientifica”. Due esempi per chiarire le idee: la teoria della gravitazione di Newton e la teoria della discendenza con modifi-cazioni di Darwin. I fisici e i biologi sanno che la gravità non è quella proposta da Newton e che l’evoluzione non segue esattamente i principi ipotizzati da Darwin, ma per un esterno, un non-scienziato, già conoscere BENE i principi fondamentali che sottostanno a queste due teorie sarebbe un ENORME conquista, perché si tratta di concetti molto complessi, spesso controintuitivi, e riuscire a farli propri è tutto meno che facile. Diverso è il discorso che riguarda argomenti attuali, ancora al vaglio della comunità scientifica: se una teoria è in egual misura accettata e ripudiata dagli specialisti significa che un buon articolo divulgativo sottolinearà gli aspetti che portano il 50% degli scienziati ad accettarla e l’altro 50% degli scienziati a rifiutarla. Un articolo divulgativo che prendesse in esame solo una delle due posizioni sarebbe un pessimo articolo divulgativo.

2) Chiarezza: questo è immediato da capire: un buon articolo divulgativo deve essere chiaro: significa che se un campione statisticamente significativo di persone lo leggesse, dovrebbe risultare che la stragrande maggioranza di loro sarebbero d’accordo sul suo contenuto. In altre parole, un buon articolo divulgativo deve lasciare poco, pochissimo, spazio all’interpretazione personale. Quelli sono i libri di poesia, di metafisica, e NON gli articoli di divulgazione scientifica. Un esempio in negativo: Voyager, tutt’altro che chiaro e definitivo sulle “teorie” che illustra, sempre pronto a lasciare aperta la porta del “Chissà…”, “Non si sa mai…”, “Chi può dirlo…”.

3) Attualità: anche qui, facciamo attenzione: “attualità” non significa affatto che l’argomento trattato nell’articolo deve essere attuale nel senso che deve trattare solo argomenti di avanguardia scientifica e basta, anzi. “Attualità” nel senso che, anche se parla di teorie vecchie di secoli, l’autore deve tener conto di quali sono OGGI le posizioni su quelle teorie: se intendo fare un articolo divulgativo sulla tettonica delle placche (ex deriva dei continenti), non posso pensare di fare un riassunto del libro di Lyell “Principi di geologia“ (che, sebbene abbia fondato questa disciplina, riporta la data di un lontano 1830). Nel mio articolo dovrò scrivere quello che OGGI la comunità scientifica considera assodato riguardo a tale argomento.

4) Semplicità: senz’altro uno dei caratteri fondamentali: se mi compro un libro divulgativo sulla teoria dei giochi di John Von Neumann e me lo trovo strapieno di “fomuloni matematici” e complessi riferimenti alla teoria degli automi cellulari sono contento? Lo percepisco come un buon libro divulgativo? Assolutamente no, e avrei anche ragione: lo scoglio maggiore per chi cerca di fare buona divulgazione scientifica è quello di tradurre in lettere e immagini tutto ciò che si presenta sotto forma di formule e numeri. Non sempre è facile, certo, e qualche volta potrebbe addirittura non risultare possibile, eppure con questo aspetto ogni “divulgatore scientifico” (o aspirante tale) deve farci i conti: sia perché non ha senso parlare di divulgazione scientifica se si vuole scrivere un articolo di matematica avanzata, sia perché SE PROPRIO VOGLIO FARLO non posso assumere che il mio destinatario sarà avvezzo agli argomenti che mi propongo di illustrargli. Spesso, infatti, un buon articolo divulgativo è corredato da un mini-dizionario in cui si danno le definizioni dei termini centrali che verranno utilizzati in corso d’opera, almeno nei casi in cui essi si discostano dall’uso comune.

5) Rigore: argomento, questo, tanto caro al divulgatore scientifico per eccellenza: Richard Dawkins. Il suo primo libro divulgativo (Il Gene Egoista) è ancora oggi considerato come uno dei massimi esempi di ottima divulgazione scientifica e il suo impegno in questo settore (cioè l’alfabetizzazione scientifica della società) è stato talmente grande e universalmente riconosciuto che è stato proprio lui il primo a ricoprire il ruolo di docente nel corso intitolato Public Understanding of Science, a Oxford. Rigore significa che sì, si deve fare in modo che il proprio lavoro sia accessibile a tutti (ovviamente anche “tutti” va preso un po’ con le pinze: significa “tutti coloro dotati di una buona istruzione”), e anche che sì, si deve cercare di essere il più chiari possibile, ma tutto questo facendo ATTENZIONE A NON BANALIZZARE LA SCIENZA, senza cercare cioè di saltare i passaggi più ostici (e badate che non parliamo di passaggi matematici, ma di passaggi logici, discorsivi).