Evoluzione Baldwiniana (o Assimilazione Genetica)

evolution

Nonostante faccia parte del nostro bagaglio scientifico-culturale dal 1859 (quindi da 153 anni) la teoria dell’evoluzione è ancora un concetto avvolto da un certo alone di confusione, anche molto grossolana: tanto per fare un esempio, larga parte dei libri di “scienze” delle scuole elementari e medie riporta NON l’evoluzione darwiniana, ma la SBAGLIATA teoria di Lamarck:

Più le giraffe si sforzano di allungare il collo verso i rami più alti, e più lungo sarà il collo dei loro discendenti

Questo è quello che troverete sulla maggior parte dei libri di scienze dei vostri cugini, figli, eccetera. Ed è completamente FALSO.

Tanto perché siano chiare le distinzioni che farò più avanti nella trattazione dell’assimilazione genetica (termine coniato da Waddington), che è uno dei concetti più ostici da capire dell’argomento “evoluzione”, concedetemi prima un ripassino delle regole con cui l’evoluzione procede:

Il mondo è popolato da tante specie diverse e queste si riproducono perpetrando i propri geni attraverso i loro discendenti. Durante le operazioni di copiatura genetica tramite l’RNA si hanno statisticamente dei piccoli “errori” (i famosi errori di copiatura) che andranno poi a modificare la fisionomia (e la fisiologia) della prole. La maggior parte di questi errori sono statisticamente non rilevanti, dato che ci sono svariate disposizioni di geni che poi daranno vita agli stessi caratteri macroscopici, ma ci sono delle modificazioni che invece cambiano la morfologia di alcuni individui, pur lasciando intatta la loro compatibilità con l’ambiente esterno e, in particolare, con la sua specie (appartenere ad una specie significa riuscire ad accoppiarsi con un membro della stessa specie e, in più, che la prole generata dall’unione sia a sua volta fertile, ovvero capace di riprodursi).
Si capisce quindi che non c’è alcuna possibilità dell’individuo di poter fare attivamente qualcosa per modificare la propria natura in vita. La sua morfologia è INTERAMENTE dettata dai suo geni, dal suo DNA, che non risente minimamente delle modificazioni cui un organismo può andare durante la sua vita: per capirci, se mi tagliano un braccio, nel genoma che passerò ai miei figli ci saranno comunque le “istruzioni” affinché l’organismo figlio nasca e si sviluppi con due braccia. E così per tutto il resto delle modificazioni che un organismo potrebbe incontrare durante il suo sviluppo (sia in negativo che in positivo, ovviamente: se durante la tua vita diventi muscoloso e acculturato, ai tuoi figli questo non passerà minimanente).
Infatti la teoria dell’evoluzione di Darwin è anche nota come “Teoria della discendenza con modificazioni“: la selezione, in pratica, avviene solo al livello genotipico e non a quello fenotipico, col quale l’individuo vive e si manifesta.

Lamarck invece, con le sue idee dell’”uso e il disuso delle parti” e “l’ereditarietà dei caratteri acquisiti“, era proprio dell’opinione che fosse questo il modo di procedere del cambiamento nella storia del mondo biologico: l’individuo fa qualcosa che lo rende “migliore” dei suoi simili, e per questo darà vita a creature più avvantaggiate da un punto di vista adattativo, che quindi avranno a loro volta più facilità a riprodursi, e via dicendo. Così facendo Lamarck lasciava intendere che la selezione operasse al livello fenotipico e, ancor peggio, lasciando intendere che ci potesse essere della volontarietà di migliorarsi, cioè che in qualche modo l’organismo recitasse una parte attiva nel processo.

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Ok, oggi sappiamo che è quella di Darwin la teoria corretta. (ALT!! Fermi tutti! Per i miei lettori che conoscono la materia un po’ più approfonditamente, vi prego di non voler essere pignoli sulla questione della “grande sintesi moderna” degli anni ’80, con la successiva critica degli equilibri punteggiati, sull’epigenetica: so tutto a riguardo, ma questo non è né il luogo né il tempo di soffermarsi sulla questione, fin troppo specialistica).

Ci siamo quindi: l’individuo non ha alcun potere sulla propria adattatività all’ambiente. I geni decidono, punto. Sempre. E questo tenetelo a mente durante la lettura: è proprio il punto cruciale per capire l’aspetto controverso dell’effetto Baldwin che voglio descrivervi fra poco.

Proprio perché esiste questo principio le persone fanno tanta difficoltà a capire quella nota come Evoluzione Baldwiniana (ripeto, sinonimo di assimilazione genetica): tale teoria, infatti, afferma che si da il caso che un particolare gruppo di individui della stessa specie (detto, in gergo tecnico, “una popolazione”) modifichi a tal punto il proprio habitat, l’ambiente in cui vive, da fare in modo che la selezione agisca in una direzione privilegiata, con una velocità molto maggiore rispetto alle normali fluttuazioni statistiche delle modificazioni di una specie.

Per farvi capire cosa sta succedendo procediamo con un esempio molto intuitivo (ma non per questo meno veritiero): un giorno una popolazione sufficientemente numerosa, cambia drasticamente il proprio stile di vita (ad esempio perché un grave terremoto li ha separati dalla parte “ricca-di-cibo” del loro territorio). Il nuovo habitat è caratterizzato dalla scarsissima presenza del cibo al quale quella popolazione era abituata, ed è invece ricco di una forma di cibo alquanto diversa, magari anche dal gusto cattivo, che non fa parte della normale dieta della popolazione in esame. A questo punto sugli individui continuerà a operare casualmente la selezione naturale, generazione dopo generazione, ma è qui che nel processo ci saranno delle modificazioni più “premiate” di altre (attraverso il numero di figli messi al mondo): quelle che, ad esempio, renderanno CASUALMENTE più appetibile quella nuova forma di cibo, saranno senz’altro premiate dalla selezione, in quanto gli individui colpiti da tale “mutazione” avranno molto più cibo a disposizione. E’ come se, dall’esterno, sia improvvisamente comparso un setaccio più sensibile a quelle particolari modificazioni del genoma, con l’effetto che quelle mutazioni saranno premiate ad ogni comparsa e che quindi subiscano un’evoluzione molto repentina.

Un’analogia per chiarire la questione:
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Ipotizziamo un gioco nel quale davanti a noi c’è una donna e una boccia contenente tantissimi smarties. La donna ci dice “Ogni volta che pesco uno smarties rosso lo tengo, mentre quando ne pesco uno di un altro colore lo butto via con una possibilità del 50%” (il numero non è importante, è solo un esempio). Dopo che la la donna ha fatto un numero abbastanza alto di pescate, quale colore pensate che sia il più comune tra gli smarties che ha in mano? Ovviamente il rosso. Ecco, l’evoluzione della specie “smarties” ha avuto il rosso come corsia privilegiata, mentre ha lasciato intatte le possibilità di essere selezionati degli altri caratteri (che quindi continueranno a seguire il normale processo casuale di mutazioni).

La donna è evidentemente la selezione naturale, e la sua passione per il colore rosso è la nuova “pressione selettiva” che dall’ambienta ha iniziato a spingere sulla vita fenotipica degli organismi. Quindi, ripeto, sempre di evoluzione si tratta (errori casuali nel processo di copiatura genetica che vengono selezioni dall’ambiente esterno) ma il fatto che dall’esterno ci sia una pressione molto selettiva in una determinata direzione fa sì che si possa ERRONEAMENTE pensare che gli stessi individui hanno avuto del merito nel loro processo evolutivo. No no e no.

Ora l’esempio classico con cui si spiega, in biologia evolutiva, il processo di assimilazione genetica: circa 10.000 anni fa nel territorio oggi noto come “Europa” si ha avuta quella che è comunemente chiamata “Rivoluzione Agricola“; il processo cioè che ha portato le popolazioni della specie homo sapiens ad abbandonare il nomadismo e ad iniziare la vita sedentaria, fatta di agricoltura e allevamento. Proprio tale nuovo comportamento (intrapreso non a causa di modificazione genetiche, ma a causa di comportamenti fenotipici) ha fatto in modo che quelle popolazioni cominciassero a vivere a stretto contatto con creature che, fino a poche migliaia di anni prima, si limitavano a fare comparse sporadiche nella sua dieta. Questa vicinanza ha avuto numerose ripercussioni sulla natura degli “antenati degli europei”: vediamone due.

1) E’ noto che dopo i due anni di vita la nostra specie non era in grado più in grado di digerire il latte, alimento molto complesso e pesante da assimilare. Anche perché, una volta che piccolo era “svezzato” non c’era più bisogno da parte della madre di continuare a utilizzare energie preziose per produrre tale sostanza: il piccolo ormai poteva cibarsi di quello che c’era già a disposizione nell’habitat circostante. Però, la continua disponibilità di latte (di mucche, di pecore, di capre, di cavalle, eccetera) ha fatto in modo che, chiunque nascesse PER CASO con un sistema digerente più tollerante nei confronti di quella sostanza, avesse degli enormi vantaggi evolutivi: per lui non c’era mai carestia, non c’era mai “oggi forse non mangio”… e questo ha fatto in modo che AL SUO PRIMO MANIFESTARSI la caratteristica sia subito stata favorita dalla selezione. E questo processo è continuato per 10000 mila anni. Ecco perché oggi, in Europa, quasi tutti riescono a digerire il latte anche da adulti mentre, in oriente, la stragrande maggioranza della popolazione dopo i due anni non è più in grado di digerirlo.

2) Aver vissuto a stretto contatto con animali molto diversi da noi, significa aver subito anche i danni di tutte le malattie che da loro ci venivano trasmesse. Ovviamente la maggior parte della malattie sono “specie-specifiche” (cioè fanno presa solo su di un particolare organismo), ma molte invece sono in grado di passare da una specie ad un’altra perché “attaccano” un particolare tessuto (o organo) che quella specie condivide con un’altra (o più di una). Se, ad esempio, la mucche erano caratterizzate dal soffrire di una febbre particolarmente violenta, essa avrebbe trovato anche nella fisiologia umana terreno fertile su cui attecchire e per questo gli individui di Homo Sapiens che nascevano PER CASO, più resistenti a quella particolare malattia erano immediatamente favoriti dalla selezione esterna. E questo perché ci ha recato del vantaggio? Questo davvero a niente, semplicemente ha reso la nostra specie (in particolare le popolazioni che vivevano sfruttando l’allevamento) più resistente a quel tipo di malattie.
[è proprio questa maggiore tolleranza alla malattie di origine bovina e suina che ha permesso a pochi conquistadores di poter sbaragliare intere città di civiltà Atzeche, Maya e Inca: bastava che uno di loro fosse affetto da una comune febbricciola affinché quella si trasmettesse alla stragrande maggioranza della popolazione indigena causandone lo sterminio (vedi Armi Acciaio e Malattie, di Jared Diamond)].

Pensate che l’effetto Baldwin è così difficile da capire che qualche anno fa in Cina andava in onda una pubblicità-progresso martellante sulla necessità che i cittadini, soprattutto i bambini, bevessero tanto latte “Che fa tanto bene! Tutti bevono il latte! Ti devi solo abituare!”… Come se l’abituarsi volontariamente al latte potesse modificare il comportamento dei nostri geni nelle generazioni future, in un’era in cui NON VI E’ NESSUNA PRESSIONE SELETTIVA PER QUANTO RIGUARDA LE NECESSITA’ ALIMENTARI. Un conto è tenere un comportamento che viene attivamente selezionato dal normale processo di evoluzione, un altro conto pensare che un comportamento non accompagnato da nessuna pressione esterna possa in qualche modo influire sul nostro DNA.

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Alfred e John – Ode al Precariato

Premessa

Alfred e John sono due amici di vecchia data, il cui passato e presente sono volutamente inseriti tra le righe dei loro dialoghi: lo scopo degli episodi è proprio quello di lasciare al lettore la possibilità di farsi un’idea del tipo di persone che sono i due protagonisti, a partire da quello che dicono. E’ volutamente omessa ogni descrizione delle ambientazioni, ogni sfumatura emotiva, ogni aspetto che non sia il dialogo, nudo e crudo: le poche righe che aprono ogni pezzo servono solo per dare al lettore una vaga idea della location in cui si svolge il presente dialogo.

ODE AL PRECARIATO

Davanti alla televisione, due amici ascoltano il telegiornale che sentenzia: “La disoccupazione giovanile ha raggiunto quota 20%”

John: Siamo messi proprio male Cristo… non vorrei sembrare banale, ma non riesco a trovare altre parole per dirlo se non ‘Dove andremo a finire?’
Alfred: Che intendi?
John: La situazione economica del nostro paese.. il diritto al lavoro non c’è più. Oggi se riesci a lavorare sei un privilegiato!
Alfred: Addirittura? Io non la vedo così buia
John: Come sarebbe? Per la prima volta nella storia recente i nostri figli saranno più poveri di noi. E questo è un fatto, Al…
Alfred: Lo so bene, dico solo che dalla situazione se ne può comunque cavare qualcosa di buono.
John: Tipo?
Alfred: Tipo rivalutare il precariato, ad esempio.
John: “Rivalutare il precariato”? Ma che cazzo dici? I nostri genitori hanno lottato per il diritto al lavoro, per la salvaguardia dell’articolo 18… Come puoi pensare che il precariato sia una cosa positiva?
Alfred: Ehi, non dico mica che la situazione economica attuale sia preferibile a quella in cui siamo cresciuti noi… tutt’altro! Dico solo che, dato che le cose stanno così, dobbiamo cercare di trarne il miglior profitto possibile. A livello umano, intendo.
John: E sentiamo, che genere di profitto umano hai in mente?
Alfred: Per esempio di cominciare a vivere il precariato con un altro spirito e consegnare questa nuova chiave di lettura ai nostri figli.
John: Ok, è la seconda volta che dici la stessa cosa ma, nello specifico, cosa c’è di BUONO nel precariato?
Alfred: Così su due piedi mi vengono in mente almeno tre pregi notevoli: il primo dei quali è sicuramente quello che ti evita di diventare a tutti gli effetti un ingranaggio del capitalismo… E, prima che fai quella faccia, permettimi di chiarire cosa intendo
John: Prego prego, sono tutto orecchi.
Alfred: Nella situazione attuale, che non è certo di boom economico, il posto fisso in che cosa si concretizza? Si concretizza nel fatto che appena hai uno stipendio fisso ti sbrighi ad aprire un mutuo per la casa e macchina, un mutuo che molto probabilmente non finirai di pagare prima dei cinquanta anni. E dopo la casa, o magari assieme ad essa, ti dici che tutto sommato sei pronto per una famiglia e dei figli, giusto? Tanto ormai hai le spalle coperte, no? Per amor di discussione io sto facendo proprio il caso in cui non ci si debba minimamente preoccupare di un eventuale licenziamento: hai il tuo posto e nessuno te lo tocca. Ma questo cosa comporta? Che una volta firmato il mutuo in banca sei ancorato letteralmente alla tua routine quotidiana, senza via di scampo: non hai modo di rimetterti sul mercato perché le rate del mutuo stanno sempre lì e i figli battono cassa ogni giorno: libri, vestiti, tasse scolastiche, sport… Così la tua vita si riduce a fare per quaranta anni una cosa che mediamente non ti piace, con un unico pensiero fisso rivolto a quei quindici giorni di ferie annuali nei quali semplicemente ti limiti a tirare una boccata d’ossigeno prima di immergerti nuovamente nell’acqua stantia della routine quotidiana.
John: Eppure ero convinto che a te piacesse la routine, Al…
Alfred: A me sì, ma io sono un neo-pensionato: nella mia routine nessuno mi dice cosa devo fare e come farlo… Faccio letteralmente quello che mi pare!
John: Però Al dalle tue parole qualcuno potrebbe pensare che sei contro la famiglia, non credi?
Alfred: Io non sono contro la famiglia John, e tu lo sai. Dico solo che consigliare ai nostri figli di mettere su famiglia con la soglia della povertà che si alza sempre di più è come consigliare a qualcuno che soffre di vertigini di salire in cima alla tour Eiffel… Per carità è bellissima, ma bisogna vedere se per lui sarà maggiore l’estasi visiva o il disagio psicologico, non trovi? Ci sono tante cose belle che può fare una persona che soffre di vertigini, ma visitare la Tour Eiffel non mi sembra una priorità. Allo stesso modo ci sono tante cose belle che può fare un precario, se non si incaponisce a voler mettere su famiglia.
John: Per esempio?
Alfred: Uno su tutti, viaggiare! Pensaci, quanti paesi diversi hai visto in vita tua, John?
John: Uhm… una decina almeno.
Alfred: Ecco. Noi due abbiamo più o meno la stessa età. Non ti sembra un po’ sprecata la vita se ti fermi a pensare che morirai avendo visto così poco? Se non avessimo avuto moglie, figli… ci saremmo fatti trasportare dai venti e dalle maree lungo ogni meridiano e avremmo vissuto tanti posti e imparato tante cose che al confronto la sapienza di un qualunque famoso intellettuale impallidirebbe.
John: Beh, sì. Quello di poter viaggiare sarebbe un indubbio vantaggio. E gli altri due?
Alfred: A-ah! Siamo già a due: il primo vantaggio era quello di non rimanere aggrovigliati per sempre nel vortice lavoro-guadagno-spendo-lavoro-guadagno-spendo, e il secondo è una conseguenza di questo: non avere stabilità di impedisce di poterti accollare impegni a scadenza troppo remota, permettendoti così la libertà di viaggiare e, bada bene, quando dico ‘viaggiare’ non intendo il viaggiare una settimana per poi tornare a casa propria… Intendo viaggiare di città in città, di paese in paese: giusto il tempo di imparare la lingua e saresti di nuovo pronto per partire alla volta dell’altro capo del mondo. Praticamente un perenne affittuario!
John: Mi sembra un po’ irrealistico, se devo dirti la verità.
Alfred: Anche a me, ma ricorda che noi siamo cresciuti con la testa piena di “Trovati un lavoro buono, trovati una donna che ti ami, fatti una casa, cresci i tuoi figli meglio che puoi…” Pensa se i nostri figli crescessero sentendo di continuo parlare di quanto è bello il mondo, di quanto non vale la pena di sobbarcarsi un mutuo di trenta anni e ammanettarsi così alla sorte di un solo paese… Pensa cosa farebbero se gli venisse insegnato che la famiglia è un’istituzione obsoleta, troppo vecchia per stare al passo con la sovrappopolazione. La famiglia aveva un senso quando eravamo pochi e disorganizzati. Oggi non ce l’ha più: mettiamo al mondo figli con pochissime speranze di potergli lasciare un mondo migliore di come l’abbiamo ereditato noi.
John: E quindi due vantaggi. Ce n’è un altro nell’essere un precario a vita?
Alfred: Sì, e forse è il più importante dei tre.
John: Addirittura?
Alfred: Non lo so, ma ad occhio e croce direi di sì.. si tratta semplicemente di non lasciare che il proprio cervello si atrofizzi, data la scarsità di stimoli cui è sottoposto un essere umano senza preoccupazioni. Hai presente l’ascidia? È un esserino dotato di un primitivo sistema nervoso, almeno fino al momento in cui non trova uno scoglio sul quale aggrapparsi.. Sai cosa ci fa col suo cervello non appena trova il luogo in cui passerà tutta la sua esistenza? Se lo mangia! ..tanto non lo userà mai più.
John: A ben pensarci ne conosco fin troppe di persone che oltre al lavoro non fanno altro che guardare la televisione, o leggere sul giornale notizie false o manipolate.. gente che rimane attiva di cervello, con cui è piacevole parlare, ce n’è davvero poca in giro..
Alfred: Forse è per questo che siamo sempre noi due da soli, eh John? Ah ah..
John: Eh eh.. chissà..
Alfred: Giusto per farti un altro esempio tratto dal mondo animale, basta osservare l’abisso tra l’intelligenza del lupo e quella del cane: il primo è un esempio perfetto di precario a vita, mentre il secondo è un esempio perfetto di pensionato a vita: quale migliore situazione quella di chi viene pagato senza dover lavorare?.. Il cervello del lupo è notevolmente più grande di quello del cane e anche le capacità di cui danno prova testimoniano largamente in favore del primo: se confrontato con le capacità di adattamente di un lupo, il cane è praticamente incapace di risolvere un problema che gli si pone davanti.
John: Questo lo sapevo anche io, ma non ricordo dove l’ho letto..
Alfred: Come il lupo, il precario è costretto tutta la vita a stare sull’attenti, pronto a re-inventarsi ogni giorno, in modo da ottenere quello di cui ha bisogno senza fare affidamento sul fatto che il giorno che ci attende sarà conforme al giorno che ci ha lasciato.. tutto cambia, tutto muta.. ma il salariato no. E, sia chiaro, non può farci niente.. sono davvero rari i casi di lavoratori a stipendio che trovano il tempo di leggere o, volesse Dio, studiare.. ma purtroppo l’ingranaggio di cui sono parte non gli lascia tempo di farlo, nella maggior parte dei casi.
John: Beh, ci sono comunque un sacco di persone che leggono.. e alcune di queste leggono davvero tanto..
Alfred: Ovviamente sì, ma parliamo di una minoranza.. e in ogni caso l’industria dei libro si fonda sui romanzieri di professione.. Stephen King, Clive Husserl, Patricia Cornwell, Wilbur Smith.. tutta gente che sforna un mattone di cinquecento pagine l’anno con l’unico risultato di tenere occupata la mente della gente senza farla riflettere minimamente: un sondaggio recente afferma che la maggior parte delle persone che legge più di tre libri al mese finisce col ricordarsi la storia solo a grandi linee, perdendosi ogni particolare o sfumatura.. Ovviamente questo problema nemmeno si pone per gli autori che ti ho elencato, in quanto non c’è nessuna cura del particolare nei loro racconti.. Inoltre, quando si tratta di semplici romanzi, che differenza farebbe leggerli o ‘guardarli’ in versione cinematografica?..
John: Ora che ci penso, infatti, nessuna..
Alfred: Appunto.. la lettura di autori come questi produce molte cose buone, ma non di sicuro l’apertura mentale.. apre molto di più la mente navigare tra un blog e l’altro, cercando di capire cosa ha spinto l’autore a scrivere quello che ha scritto..
John: Dove siamo andati a finire.. dal precariato ai romanzi-spazzatura.. Ma, mi viene da pensare, quella del precariato non è nemmeno un problema troppo moderno.. ricordo che al liceo rimasi colpito dallo scoprire che con l’avvento della prima rivoluzione industriale una grandissima fetta della popolazione rimase da un giorno all’altro senza lavoro: telai meccanici, macchine per arrotolare le sigarette, macchine a vapore..
Alfred: Infatti.. allora non esistevano i sindacati.. ma pensa che situazione si troveranno a dover affrontare i nostri sindacati quando, in un futuro non lontano, le macchine potranno sostituire quasi totalmente il lavoro manuale.. non ci sarà proprio più posto per chi non ha studiato.. a quel punto l’unica strategia sarebbe quella di chiedere un salario talmente basso da poter competere con le spese di manutenzione degli attrezzi meccanici.. una lotta praticamente persa in partenza, non trovi?
John: Già.. ma quindi, in definitiva, tu a tuo figlio consiglieresti la vita del precario?
Alfred: Se i tempi non cambiano in fretta, e radicalmente, sì.